Che cosa vedono i nostri cani

Sappiamo ancora poco delle loro capacità sensoriali, un regalo dell'evoluzione ai predatori. E delle loro percezioni, un vantaggio regalato dalla natura
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Se Muttley, il cane ridanciano della serie Dick Dastardly, avesse potuto scegliere il proprio cappello d’aviatore, l’avrebbe preferito blu. E Snoopy? Se Charlie Brown gli avesse dato un pennello in mano, potete scommetterci: il fantasioso “bracchetto” (in realtà sarebbe un beagle!) avrebbe certamente dato il giallo alla sua cuccia. E invece, quando per i cani decidono gli uomini, dilaga il rosso. Non a caso gli scaffali dei pet store sono inondati da accessori in questo appassionato colore. Peccato solo che i cani il rosso non lo vedano. Sospeso in una visione dicromatica, del tutto privo dello spettro del rosso e del verde, il mondo canino sembrerebbe oscillare tra la luce blu e gialla, passando per i bianchi e i grigi.  

La percezione visiva schiude le porte al decisivo tema della diversità evolutiva. Le moderne capacità sensoriali di ogni specie animale sono sempre l’ultimo approdo della cosiddetta filogenesi. Ovvero la storia evolutiva, tappa dopo tappa, di una specie. Una timeline scandita da obiettivi da raggiungere e immersa nella adattabilità all’ambiente.

Non ha senso stilare classifiche di animali più o meno intelligenti, più o meno veloci, più o meno capaci. Ogni specie ha sviluppato caratteristiche finalizzate alla conservazione e al progresso all’interno di uno specifico contesto.

Ho le pinne perché devo nuotare. Ho le piume perché devo volare. Ho la coda per muovermi o per scacciare le mosche o per mantenere l’equilibrio o per afferrare i rami…È la diversità che rende possibile la sopravvivenza sulla Terra. Non ha alcun senso ragionare in termini di migliori e di peggiori. Ogni specie si è adattata nel mod migliore al proprio ambiente di vita.

La capacità percettiva è un indispensabile fattore di diversità. L’occhio umano contempla circa 120 milioni di bastoncelli, cellule che consentono la visione notturna; quello canino ne ha 600 milioni ed è il motivo per cui al buio non c’è partita. Più performante l’occhio canino, dunque? Dipende. Dipende dal contesto e dagli obiettivi.

Quando cala la notte i cani vedono 6 volte più dell’uomo. Bella forza: dal punto di vista filogenetico il cane è stato costruito per sviluppare la caccia dopo il crepuscolo. Che le mele fossero mature al cane non è mai parso interessante. L’uomo invece è stato a lungo impegnato a raccogliere i frutti. Perciò, era scarsamente motivato ad aguzzare la vista del predatore delle tenebre; viceversa, non poteva fare a meno di implementare una visione diurna, nitida e pronta a interpretare una palette cromatica vasta e vivace. “Maturo” vs “acerbo” faceva la differenza. Abbiamo imparato ad attribuire valore al rosso, al giallo e al verde: non a caso attribuiamo a questi segnali semaforici la delicata regolamentazione della viabilità.

L’alto numero di bastoncelli della retina consente poi ai nostri amici quadrupedi di cogliere i movimenti assai meglio di noi, anche al buio e a molti metri di distanza. I cani non sono però in grado di mettere perfettamente a fuoco gli oggetti. È un fenomeno per certi versi assimilabile alla miopia. Lanciate un bocconcino a qualche centimetro dal loro muso e si vedranno costretti a cercare con il naso.

La spiegazione è sempre darwiniana: per un cacciatore notturno è conveniente cogliere il dinamismo, anche minimo, di una potenziale preda. E chi se ne frega di distinguerne le fattezze precise?

A parti invertite, ecco spiegato il fenomeno del freezing. Nel corso del tempo le prede si sono fatte furbe e, scoperta la scarsa acuità visiva dei cacciatori, hanno sviluppato la strategia dell’immobilizzazione. Hanno cioè capito che è il movimento a renderle percepibili agli occhi del predatore. Meglio fingersi imbalsamati.

Quante volte ci si imbatte in caprioli o gatti che, sorpresi dai fanali delle automobili nel bel mezzo di una carreggiata, invece di affrettare il passo, si sono piantati per secondi interminabili? Impiegano un po’ a capire che al volante ci sei tu (e non un lupo) e che quindi è meglio darsela a gambe.

D’altro canto, nelle pellicole cinematografiche ricorrono scene di esseri umani che, per sfuggire alla furia del T-Rex di turno, si fanno di sale. Peccato che di fronte a un Suv questa tendenza filogenetica non paghi.

La teoria delle percezioni narra le relazioni tra esseri viventi. Sull’uso strumentale di questa teoria si è fondata una irricevibile interpretazione del pensiero di Charles Darwin. L’autore de L'origine delle specie per selezione naturale mai si è espresso in termini di migliore e peggiore con riferimento alle facoltà animali. Mai ha posto l’essere umano all’apice di una piramide naturale. Ha sempre e solo parlato di diversità e capacità di adattamento.

Studiare le prerogative percettive significa anche indagare la storia delle relazioni tra specie differenti. E provare a migliorarle nel rispetto e nell’interesse comune. La coesistenza. Interessanti al riguardo sono gli studi delle illusioni ottiche comparate tra esseri umani e cani.

Le illusioni ottiche sono scorciatoie mentali che sfornano informazioni di immediato consumo. A causa di questa repentinità spesso inducono in errori di valutazione. Mostrano cioè qualcosa che non esiste.

 

Nella Ebbinghaus-Titchener illusion, agli occhi umani un cerchio circondato da cerchi più piccoli appare più grande. Secondo alcuni recenti studi, la percezione dei cani è inversa. Il team di ricerca impegnato in questa analisi ha prima insegnato ai cani a segnalare con il naso il cerchio più grande. Quindi li ha sottoposti alla Ebbinghaus-Titchener illusion. Alla prova dei fatti i cani si sono espressi in maniera opposta agli esseri umani.

Sarah Byosiere è l’attuale direttrice della “Thinking Dog Center” nella Hunter College di New York e nel 2016 portò avanti questi studi. Oggi asserisce che i risultati dimostrano quanto la scienza sappia poco della percezione di questi straordinari quadrupedi. I ricercatori possono comprendere se gli animali siano suscettibili alle illusioni ottiche attraverso l’addestramento (come nel caso precedente) o tramite osservazioni empiriche fondate sulle cosiddette “preferenze spontanee”.

Osservare il libero comportamento di un animale in condizioni critiche permette di avanzare ipotesi sull’importanza di possedere un senso del numero e sull’uso concreto che la specie farebbe di tali competenze nel suo ambiente.

Christian Agrillo e la sua équipe dell’Università di Padova si sono dedicati proprio a un caso scuola. Hanno presentato ciotole di diverse misure con la stessa quantità di cibo a un numero statisticamente rilevante di cani. Gli animali hanno dimostrato di essere sostanzialmente indifferenti alla dimensione del contenitore. Sarebbero pertanto non soggetti alla cosiddetta Delbouf illusion? In essa l’occhio umano, a parità di superficie, valuta più grande un cerchio inserito all’interno di una circonferenza più piccola.

Quanto l’esperimento di Agrillo dimostri che gli occhi e il cervello canini non siano suscettibili a questo tipo di illusione ottica o quanto le condizioni del test non fossero adeguate, lo stesso Agrillo ammette che non sia chiaro.

Certo, anche questo test dimostra quanto gli orizzonti percettivi dei nostri pet siano misteriosi. C’è tanto ancora da esplorare. Solo così potremo migliorare la relazione tra noi e loro.

Veterinario esperto in comportamento animale, www.facebook.com/MondoOdette