Mascherine a scuola: ecco quelle attutiscono meno la voce

Rendono meno comprensibile il linguaggio parlato. Ma alcune lo fanno meno di altre
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COMUNICARE durante la pandemia è più complicato. Non solo perché non ci si può incontrare o ci si può vedere solo a distanza, ma anche a causa del distanziamento fisico e dell'uso della mascherina. E la barriera della mascherina può diventare un ostacolo importante, soprattutto nelle situazioni in cui la voce e la parola sono essenziali, come a scuola o in alcuni luoghi di lavoro. Alla vigilia della possibile riapertura, del 7 gennaio prossimo, di molte scuole italiane, uno studio, condotto dall'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign e dal Politecnico di Torino, ha analizzato il ruolo di diversi tipi di mascherine nell'attutire i suoni e la comprensione del linguaggio parlato nelle aule scolastiche. I risultati sono pubblicati su The Journal of Acoustical Society of America.

Distinguere le consonanti

I ricercatori hanno coinvolto un gruppo di studenti e hanno analizzato l'intelligibilità di un discorso all'interno di due aule scolastiche italiane e la capacità di distinguere parole simili. Per farlo hanno utilizzato test standard, impiegati a livello clinico anche nella valutazione della perdita dell'udito. Gli autori hanno registrato e riprodotto, grazie a particolari tecnologie, parole monosillabiche fra loro simili, composte da una consonante, una vocale e un'altra consonante (parole Cnc, consonant-nucleus-consonant). I vocaboli erano pronunciati indossando tre diversi tipi di mascherine, quelle chirurgiche, le più filtranti N95 e quelle in tessuto.

“Il test è stato svolto in inglese americano”, spiega Pasquale Bottalico, docente di Scienze della parola e dell'ascolto all'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign, primo autore dello studio, “ma i risultati possono essere estesi anche ad altre lingue, incluso l'italiano. Questo perché anche nella nostra lingua le mascherine attenuano l'intensità del parlato tagliando le stesse frequenze sonore”.

Mascherine e suoni 

In generale qualsiasi mascherina riduce l'intensità del suono e taglia specifiche frequenze sonore, soprattutto quelle medio-alte. Queste frequenze sono associate alle consonanti e sono essenziali per la corretta comprensione di una parola e del discorso. “Alle vocali corrispondono frequenze più basse, che vengono lasciate intatte”, continua Bottalico, “mentre le difficoltà sono legate principalmente alla distinzione di lettere simili, come le consonanti dentali 't' e 'd' o le labiali 'p' e 'b', per cui è più facile fare confusione quando ascoltiamo una persona che parla con la mascherina”. Ed è un po' come quello che succede alle persone anziane che iniziano ad avere problemi di udito, prosegue l'esperto, che perdono prima le frequenze medio-alte, le stesse 'intaccate' dalle mascherine.

 

Mascherina chirurgica, la migliore per il suono

Per quanto riguarda i suoni, però, non tutte le mascherine sono uguali: alcune li attenuano di meno. Rispetto alla conservazione dei suoni lo studio mostra che le più adatte sono quelle chirurgiche, seguite dalle N95. Meno performanti, invece, risultano essere le mascherine in tessuto a due strati: nonostante abbiano meno strati, tagliano comunque di più le frequenze medio-alte. Insomma, non necessariamente all'aumentare dello spessore della mascherina diminuisce l'intelligibilità del discorso. “Quello che fa la differenza è anche il tipo di materiale”, sottolinea l'esperto, “la stoffa è un tessuto più poroso che contribuisce maggiormente all'attenuazione delle alte frequenze. I pori sono dei vuoti nel materiale: all'interno di queste bolle d'aria nel tessuto il suono viene catturato e bloccato all'interno di questa rete”. Non sembra esserci un collegamento, invece, con il fatto che il dispositivo sia più o meno aderente. Ad esempio, la N95 segue maggiormente la forma del viso ma ha un impatto minore sul suono della più lenta mascherina di stoffa.