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Covid, l'effetto anche sulle carie dei più piccoli

Cure odontoiatriche rimandate, anche per questioni economiche. E i bambini del Sud stanno peggio
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I bambini italiani sempre più abituati a convivere con la carie. Quello che era già un dato di fatto nel 2007, al momento dell'ultima rilevazione, trova conferma nelle statistiche raccolte in 41 città della penisola. E la situazione è peggiorata. "Un dato che purtroppo non ci ha sorpreso - allarga le braccia Guglielmo Campus, direttore del dipartimento di medicina preventiva ed epidemiologia orale all’Università di Berna - l’impatto della crisi del 2008 ha lasciato il segno sulla salute. Anche su quella dei denti".

Come difendersi dalla carie



Un'affermazione che trova conferma in un altro dato. Se le probabilità di ammalarsi sono sulla carta analoghe per tutti i bambini e gli adolescenti, coloro che vivono in condizioni socioeconomiche svantaggiose spesso non hanno modo di curarsi. Con ciò che ne consegue, fino a quella che è la conseguenza più grave della carie: la distruzione e la perdita del dente
 


Un passo indietro. Gli autori di questo lavoro sono partiti dall’analoga indagine svolta nel 2007. In quel caso - come documenta l’articolo apparso allora su Caries Research - era emerso che quasi 1 dodicenne su 2 aveva già avuto almeno una carie. La situazione, due lustri più tardi, è ancora peggio: oltre 2 ragazzi su 3 alle porte dell’adolescenza hanno avuto almeno un’esperienza con la carie dentale. I numeri sono più bassi nelle regioni del Nord e vanno via via crescendo man mano che si scende lungo lo Stivale. Un caso? Tutt'altro. La quasi totalità degli indicatori di salute pone infatti in svantaggio i cittadini che abitano nel Mezzogiorno e nelle Isole. E la tenuta dei denti non è avulsa dal contesto. 

Meno cure (e più tardi) al Sud
Attraverso un capillare lavoro svolto nelle scuole, i ricercatori hanno coinvolto nello studio 7.064 adolescenti di oltre 40 Comuni: da Tolmezzo a Sassari, da Torino fino a Crotone. Alle famiglie, hanno sottoposto un questionario di 31 domande. Obiettivo: misurare le condizioni socioeconomiche. Acquisite queste informazioni, i dentisti sono poi andati nelle classi per visitare i ragazzi di seconda media, nell’anno scolastico 2016-2017. Così si è arrivati a definire uno spaccato della salute dentale dei giovani italiani.

A essere (un po’) più colpiti dalla carie sono risultati i maschi, quanto al numero totale (la prevalenza, cioè), l’indagine ha svelato una fotografia omogenea lungo la Penisola. Di carie, cioè, ci si ammala pressoché con la stessa frequenza in Friuli come in Puglia, tanto in Piemonte quanto in Sicilia. Qualche caso in più si conta al Sud e nelle Isole, ma non è questo a preoccupare gli esperti. "Il divario diviene sensibile quando si considera il trattamento - spiega Campus (suo il primo nome in calce alla pubblicazione) - al Sud meno bambini accedono alle cure odontoiatriche. E quando lo fanno, spesso si è comunque in ritardo. Ciò vuol dire che ci si ritrova di fronte a una malattia più grave, che non sempre può essere curata preservando il dente o i denti interessati".



Tra le possibili spiegazioni di quanto osservato, ci sono anche altri fattori comuni nei contesti meno agiati: una maggiore assunzione di zuccheri, un ridotto utilizzo di dentifrici arricchiti in fluoro e una scarsa conoscenza delle corrette pratiche di igiene orale.


L’odontoiatria dimenticata dal Ssn

L'istantanea non può essere considerata sorprendente. L’Italia, infatti, sconta da anni la scelta di non far rientrare le cure odontoiatriche nei livelli essenziali di assistenza. Ciò vuol dire che le prestazioni - se non in minima parte, come riportato dal ministero della Salute - si devono pagare per intero di tasca propria. E poiché i costi sono importanti, la spesa viene posticipata nel tempo o addirittura si sceglie di non affrontarla del tutto. Fatte queste premesse, si capisce perché era difficile immaginare uno scenario più roseo.

"La realtà è che il nostro servizio sanitario non ha mai realmente considerato l’odontoiatria - è il pensiero di Campus -. I pochi servizi pubblici presenti sul territorio nazionale possono soltanto erogare prestazioni di primo soccorso e svolgere compiti di educazione sul territorio". Ma questo spesso non basta a preservare la salute dei denti: dei bambini come degli adulti. A confermare le preoccupazioni è Gianmaria Fabrizio Ferrazzano, docente di Odontoiatria pediatrica all’Università Federico II di Napoli e presidente della Società Italiana di Odontoiatria Infantile (Sioi).


"Nel nostro Paese, il 97% delle cure odontoiatriche viene erogato dal privato. Occorre porre un argine, a maggior ragione in questo momento storico. Se lo Stato non è in grado di farsi carico delle terapie, chiediamo che faccia uno sforzo almeno per la prevenzione, a partire dall’età pediatrica".


Le eccellenze pubbliche

I reparti di odontoiatria presenti negli ospedali pediatrici sparsi sul territorio sono spesso sottodimensionati e non riescono ad assistere tutti. Detto ciò, nonostante le difficoltà, nel sistema pubblico italiano ci sono anche dei fiori all’occhiello per quel che riguarda l’assistenza ai più piccoli.
Tre esempi, uno per area del Paese: il reparto di odontoiatria Ia stomatologia dell’ospedale San Paolo di Milano (coinvolto nello studio con Maria Grazia Cagetti e l’ex primario Laura Strohmenger), l’unità operativa odontoiatria pediatrica e odontostomatologia del Policlinico Umberto I di Roma (diretta fino a poche settimane fa dalla rettrice dell’Università La Sapienza, Antonella Polimeni) e l’analogo reparto presente nel policlinico dell’Università Federico II di Napoli. Buona risulta anche la copertura in Abruzzo: a garantirla le strutture universitarie di Chieti e dell’Aquila. Dalla Campania in giù, però, si brancola nel buio. Quasi un paradosso, considerando quelli che sono i bisogni di salute degli italiani: crescenti progredendo verso il Meridione. 

 

Effetto Covid-19 anche sui denti

La prevalenza della carie tra i bambini del nostro paese si colloca nel mezzo dei valori europei, che vedono un modello nei dati raccolti in Danimarca, Germania e Finlandia. Ma considerando anche le difficoltà degli ultimi mesi, gli esperti sono convinti che lo scenario peggiorerà. A uno scenario non idilliaco prima, si è aggiunto infatti lo stop all’attività assistenziale registrato prima tra febbraio e maggio e poi a partire da ottobre.
"Anche per questo ci siamo ripromessi di ripetere la stessa indagine non oltre il 2025 - conclude Campus - temiamo che le conseguenze della pandemia saranno notevoli".
Le preoccupazioni riguardano anche chi è venuto alla luce nelle scorse settimane. I dati raccolti dai ricercatori italiani - non ancora pubblicati - svelano infatti che nelle regioni del Sud 1 bambino su 3 ha avuto almeno una carie già a 4 anni.

"Senza alcun intervento, rischiamo di andare incontro a un aggravamento dello stato di salute orale dei bambini e degli adolescenti: a partire da quelli appartenenti a contesti sociali fragili o affetti da gravi disabilità", è quanto messo nero su bianco da Ferrazzano in una lettera inviata a giugno al ministro della Salute, Roberto Speranza.

La ricetta degli specialisti è la seguente: diffusione dei programmi di prevenzione orale fin dalla gravidanza, prima visita (tra i 18 e i 24 mesi) e follow-up annuali gratuiti, ampliamento delle prestazioni erogabili in convenzione. Per il momento, da Roma non è giunta alcuna risposta. Ma il sottosegretario Sandra Zampa sembra aver preso a cuore la questione. Difficile fare altrimenti, d’altra parte. Il rischio di un’altra epidemia è dietro l’angolo.