Coronavirus, scoperto un biomarcatore che 'svela' la gravità della malattia

Due studi italiani hanno individuato una chiave per prevedere il decorso della patologia
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UNA delle principali difficoltà nella gestione dei pazienti positivi a Sars-Cov-2 è prevedere l’evoluzione dei sintomi. In quali casi la persona andrà incontro ad una malattia severa? Quando è necessario intensificare il monitoraggio ospedaliero? Da tempo sono diversi i gruppi di ricerca che stanno lavorando a questo scopo. Due di essi sono italiani e, in entrambe i casi, hanno scoperto che dosando due molecole circolanti a livello sanguigno è possibile prevedere il decorso della malattia. Qualche settimana fa, su Nature Immunology, è stata la volta di PTX3 grazie ai ricercatori dell'Istituto Humanitas di Rozzano in collaborazione con l'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Ora, su EMBO Molecular Medicine, è la volta della sfingosina-1-fosfato grazie alla collaborazione tra l’Università degli Studi di Milano, il Policlinico e l’Aeronautica Militare con l’Istituto di Medicina Aerospaziale di Milano.

 

Monitorare una molecola

Nello studio effettuato dai ricercatori di Humanitas lo scorso novembre, gli scienziati hanno rilevato che nei pazienti Covid-19 la molecola PTX3 è presente a livelli alti nel sangue circolante, nei polmoni, nelle cellule della prima linea di difesa e nelle cellule che rivestono la superficie interna dei vasi sanguigni. Informazioni importanti dal momento che i pazienti malati di Covid-19 presentano una fortissima infiammazione che porta a trombosi del microcircolo polmonare a livello delle cellule endoteliali. Dalle analisi effettuate è emerso un legame diretto tra quantità di PTX3 e gravità della malattia. PTX3 dunque, secondo lo studio, potrebbe diventare un importante valore da quantificare per predire l'evoluzione della malattia.

Il dosaggio

Un valore, quello di PTX3, che potrebbe essere affiancato dal dosaggio della sfingosina-1-fosfato. Come spiega Giovanni Marfia, del Laboratorio di Neurochirurgia Sperimentale e Terapia Cellulare del Policlinico di Milano e Medico del Corpo Sanitario Aeronautico, “Bassi livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato sono indicativi di una aumentata probabilità che s’instauri un grave quadro clinico, che richieda il ricovero in terapia intensiva del paziente, oltre a indicare un’aumentata probabilità di esito sfavorevole e quindi di decesso. I dati analizzati ci hanno consentito di determinare un valore soglia di sfingosina-1-fosfato, misurabile dopo un prelievo ematico già al momento della manifestazione dei primi sintomi, sotto al quale aumenta l’incidenza di complicanze e danno severo a diversi organi tra cui polmoni, fegato e rene”.

Ripristinare i livelli

Lo studio, effettuato su un campione di 111 individui positivi al virus, ha dimostrato come il dosaggio di questo marcatore al momento della positività all’infezione o all’accesso in pronto soccorso attraverso un semplice prelievo ematico possa consentire di stratificare i pazienti in funzione del rischio individuale e introdurre interventi terapeutici tempestivi. Come sottolineato da Laura Riboni, professore Ordinario di Biochimica dell’Università degli Studi di Milano, “Quando i livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato diminuiscono, s'instaura un danno vascolare e un’alterata risposta del sistema immunitario che determina un eccessivo e persistente stato infiammatorio. Il ripristino dei livelli fisiologici di sfingosina-1-fosfato può rappresentare una strategia utile a ridurre il rischio di progressione infausta del quadro clinico in pazienti con COVID-19 ed anche ad indurre un’efficace risposta immunitaria dopo vaccinazione”. Dello stesso parere Stefano Centanni, Direttore del Dipartimento di Scienze della Salute e della UOC di Pneumologia dell’ASST Santi Paolo e Carlo: “La sfingosina-1-fosfato può essere considerata un nuovo bersaglio terapeutico, sia in termini di ripristino dei normali livelli circolanti, sia nel potenziamento dei protocolli terapeutici in quei pazienti a più alto rischio, consentendo anche una migliore allocazione delle risorse sanitarie”. Un risultato importante, seppur da confermare su un più ampio numero di pazienti, che aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione di Covid-19.