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“Non venite al pronto soccorso per la febbre”

“Non venite al pronto soccorso per la febbre”
Aumentano gli accessi. Per lo più inappropriati. Il rischio è di diffondere il contagio e di impedire le cure a chi ne ha bisogno. L'appello di Vincenzo Bua, medico in prima linea
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IL SISTEMA è ingolfato, tra lunghe attese, riorganizzazione delle risorse umane, spazi che vanno ristrutturati e posti letto scarsi. È questa la situazione dei pronto soccorso italiani, in affanno per la repentina crescita del numero di contagi da coronavirus. La testimonianza di Vincenzo Bua, direttore del pronto soccorso e della medicina d’urgenza dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

Com’è la situazione dei pronto soccorso a Bologna?
"È in sofferenza. Prima della pandemia la media era di 170-175 accessi giornalieri, durante la prima fase si è registrato un calo a 90-100 accessi al giorno, prevalentemente di coronavirus, e da giugno fino a oggi, la media è risalita a 130-140 accessi al giorno. Ciò che è rapidamente cambiata è la distribuzione all’interno di questi ultimi: all’inizio di ottobre i pazienti sospetti erano tra i 5 e i 9, che generavano circa 1-2 positivi al giorno. Dal 12 ottobre, la media giornaliera di sospetti è salita a 35-40 pazienti e circa il 50% di loro risulta essere positivo che necessita di ricovero".

Che differenza c’è tra l’ondata di primavera e quella attuale?
"Registriamo, ovviamente, l’aumento di casi sospetti e quelli positivi accertati a domicilio, che cominciano dopo alcuni giorni dal tampone ad avere sintomi. A differenza di quello che è successo in primavera, quando si era registrato un calo dei pazienti con infarto, che avevano paura a muoversi e rimanevano a casa con il dolore toracico, oggi abbiamo pazienti con infarto, trauma grave e ictus che vengono centralizzati qui nell’ambito metropolitano".


Come giudica le urgenze dovute alle complicanze dell’influenza?
"Temo molto l’influenza perché, data la sintomatologia sovrapponibile a quella del coronavirus, è un elemento confondente che rischia ulteriormente di gravarci dal punto di vista organizzativo. Stiamo cercando di far sì che la risposta al timore delle persone possa essere trovata sul territorio. È importante anche la campagna vaccinale: si è cercato di tutelare gli over 60 e gli operatori sanitari hanno aderito in maniera massiccia alla vaccinazione. Mi auguro che anche la popolazione generale faccia altrettanto".

Cosa possiamo fare per evitare che i pronto soccorso si intasino ancora di più nelle prossime settimane?
"Non bisogna spaventarsi alla prima febbre che compare, ma rimanere a casa e valutare l’evoluzione dei sintomi, consultando telefonicamente in prima battuta il medico di medicina generale. Alla prima febbre non si va in pronto soccorso, anche perché è più probabile che tra un mese la causa non sia il coronavirus, ma sia, se non si è fatto il vaccino, proprio l’influenza".