La ricercatrice italiana: "Costa meno e si conserva meglio. I vantaggi del vaccino AstraZeneca"

Federica Cappuccini, la scienziata che lavora allo Jenner Institute di Oxford:"Non è una gara, ma la nostra vaccinazione ha dei punti forti"
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La sua foto in camice bianco e mascherina, mentre batte il cinque con un collega, è finita su tutti i giornali britannici ed è diventata l’immagine simbolo del successo del vaccino anti Covid-19 di Oxford-AstraZeneca.

Romana, un’esperienza e un dottorato in Germania dopo la laurea all’Università di Roma 3, la scienziata italiana Federica Cappuccini lavora allo Jenner Institute dell’università di Oxford da sette anni e da aprile è nel team di ricerca che ha prodotto il siero per il Sars-Cov-2.

Che effetto le ha fatto vedersi su tutti i media britannici?
"Non me l’aspettavo davvero. Ma mi fa piacere che abbiano dato un volto, e non solo il mio, a chi sta dietro il grande lavoro di tutti questi mesi".

Qual è stato il momento più difficile?
"Abbiamo processato un numero di campioni mai visti nel nostro laboratorio, che pure ha affrontato moltissimi trial in passato. Adesso mi domando come abbiamo fatto a non farci sopraffare. Sentivamo molto la pressione e la responsabilità e la difficoltà più grande è stata lavorare senza sapere cosa sarebbe successo, quali sarebbero stati i risultati".

Ha sempre lavorato sui vaccini?
"Mi occupavo di quello per il cancro alla prostata. Ma da aprile faccio parte del team che analizza la risposta cellulare dei volontari per capire in che misura il nostro vaccino anti Covid induca le cellule a rispondere all’infezione".

Il fatto di essere arrivati terzi (dopo gli annunci di Pfizer e Moderna), vi ha demoralizzato?
"Non abbiamo mai pensato in termini competitivi. Siamo in una pandemia e se si vuole una copertura mondiale è bene che ci siano più alternative a disposizione. È un grande lavoro di squadra, non un monopolio, ed è un risultato storico".

Dopo le celebrazioni, però, sono emersi errori nel dosaggio e, come ammesso da Oxford, anche nella produzione, per cui alcune fiale non avevano la giusta concentrazione di vaccino. Queste imprecisioni potrebbero aver viziato i risultati?
"Assolutamente no. L’efficacia media del nostro vaccino è il 70%. È normale che durante un trial vengano testati e analizzati diversi dosaggi".

Anthony Fauci ha detto che il vostro siero rappresenta un dilemma: “Cosa fare con un vaccino al 70% se ce ne sono già due che superano la soglia del 90%”?
"Ripeto, non è una competizione. Più vaccini abbiamo, meglio è. Detto questo il nostro ha diversi vantaggi: il basso costo, tempi rapidi per una produzione di massa e una più facile distribuzione, anche nei Paesi con meno risorse, visto che va conservato a temperatura da frigo".

Ci sono perplessità sulla velocità con la quale questi primi vaccini sono stati sviluppati. Di solito ci volevano 8-10 anni. Facciamo chiarezza?
"Prima di tutto noi allo Jenner Institute eravamo pronti, lavoravamo già a patogeni emergenti per rispondere a un ipotetico nuovo virus e avevamo condotto sperimentazioni cliniche anche sulla Mers. Data l’urgenza della situazione si sono stretti accordi con largo anticipo con partner commerciali che hanno iniziato la produzione su vasta scala, ancora prima di sapere se il vaccino sarebbe stato efficace. Nessun passaggio è stato saltato nella sperimentazione, ma sono stati affrontati in parallelo e questo ci ha permesso di risparmiare tempo. Per esempio, lo screening e la scelta dei volontari sono iniziati ancora prima di avere l’ok per la Fase 1. Infine, le risorse dirottate sul progetto sono state ingenti".

Lei ha fatto il vaccino?
"No. Per motivi etici non possiamo partecipare ai trial. Lo farò nei modi e nei tempi che stabilirà il governo inglese. Ma non credo che potrò scegliere quale ricevere. Dipenderà dall’organizzazione della campagna vaccinale".

Adesso si prenderà un po’ di riposo?
"No, anzi. I test clinici continuano e il lavoro non finisce mai. Adesso analizzeremo le risposte immunitarie dei volontari postivi all’HIV. Mi permette di aggiungere una cosa?"

Prego.
"L’altro collega italiano del team, il dottor Giacomo Gorini, ed io abbiamo sentito molto in questi mesi il tifo e il supporto dell’Italia, sui social, sui giornali, attraverso i nostri amici. Ci ha permesso di andare avanti nonostante la fatica. Non vedevamo l’ora che uscissero i risultati per restituire un po’ di questo affetto".