Se il mio cuore va male l'orologio mi avverte

Sempre più utilizzati gli smartwatch che misurano la pressione o il ritmo cardiaco. Ma attenzione, non tutti sono affidabili. E la Società europea di Cardiologia mette in guardia

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Fino a  mezzo secolo fa ti poteva dire solo l'ora. Oggi l'orologio fa di tutto. Misura, registra dati e dà responsi. Ben altro che segnare il tempo che scorre. Quanti passi si fanno in un minuto, i chilometri percorsi, il numero dei battiti e il ritmo del cuore. Con i suoi sensori invisibili, che dalla pelle estrapolano le silenziose magagne nascoste del cuore, ecco la tecnologia che fa spavento certe volte, ma talvolta aiuta. E di modelli base che mimetizzano un primordiale elettrocardiografo da polso ce ne sono vari. Così versatili, da aver mutuato dal linguaggio british anche la definizione: smartwatch e multitasking. Ma l’attenzione degli scienziati oggi si sta concentrando in particolare sull’orologio digitale, che non solo conta i battiti del cuore ma ne rivela anche le anomalie, fino ad avvertire la presenza di una pericolosa fibrillazione atriale.  Sarà davvero utile? E fino a che punto è attendibile?
Sul tema, l’Esc, l’European Society of Cardiology, ha trovato qualcosa da ridire, intervenendo con un documento scientifico su una delle sue piattaforme digitali. Il paper parte appunto dalla fibrillazione atriale.

Fibrillazione atriale

Un tema rilevante che gli autori del report definiscono “urgente per la salute pubblica”. Sono sempre i numeri a chiarirci le idee. Un adulto su quattro di età media, sia in Europa che negli Stati Uniti, svilupperà la fibrillazione atriale, mentre le proiezioni rivelano che entro il 2030 l’Unione europea conterà tra i 14 e i 17 milioni di pazienti con F.A. Ancor più minacciosa la previsione delle nuove diagnosi che passerebbero da 120mila a 215mila all’anno. Quando si dice “entrare in fibrillazione”, l’associazione immediata è con lo stress. E non è sbagliato, visto che la fibrillazione atriale, il disturbo del ritmo cardiaco più comune, si identifica in una irregolarità del battito, in genere accelerato. Ma è un disordine, quello di un battito improvvisamente veloce e irregolare, da cui può scaturire un ictus disabilitante oppure una sincope.

I fattori di rischio

L’età non aiuta, più si cresce più aumentano le possibilità di sviluppare la fibrillazione atriale. Ma incidono altre componenti. Ipertensione, obesità, diabete, sleep-apnea, fino a un pregresso infarto (nelle donne) e all’ictus, sono tutti elementi predisponenti a questo tipo di aritmia. Di per sé pericolosa non è, ma può diventarlo per le conseguenze che può innescare. La prevenzione primaria è tale se interviene precocemente attraverso modifiche comportamentali, come la riduzione dell’assunzione di alcol e la perdita di peso. “Un’accurata valutazione del rischio consentirebbe diagnosi e interventi precoci, cambiando lo stile di vita e migliorando il protocollo terapeutico farmacologico. Interventi mirati che potrebbero essere preventivi”, avverte Jens Cosedis Nielsen dell'ospedale universitario di Aarhus, in Danimarca. Ma per la valutazione di cui parla lo specialista, è indispensabile “utilizzare gli strumenti che hanno dimostrato di prevedere con precisione la condizione o il risultato".

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I farmaci anticoagulanti

La ricerca riportata dall’Esc insiste su un dato ben noto da tempo: i farmaci anticoagulanti riducono drasticamente il rischio di ictus nei soggetti in cui è presente la combinazione di questi fattori.
"L'ictus è uno dei peggiori eventi patologici che possano accadere: un quarto di questi accidenti si registra proprio in pazienti con fibrillazione atriale – aggiunge Nielsen – e tra l’altro, un ictus conseguenza della fibrillazione atriale è più disabilitante di un ictus determinato da altre cause. Con una buona valutazione del rischio, possiamo prevenirlo”.

Smartwatch cardiologico

Tra i primi a fare breccia nel mercato Usa, e c’era da aspettarselo, è stato l’Apple Watch: un device di cui l’Fda americana ha approvato circa due anni fa la funzione elettrocardiografica. Certo, niente a che vedere con un tracciato a 12 derivazioni di livello ospedaliero (per quello oggi c’è D-Heart, il minielettrocardiografo già in commercio da un anno, inventato dagli italiani Niccolò Maurizi e Nicolò Briante per un uso domiciliare autonomo), l’Apple Watch ha elettrodi incorporati che consentono a chi lo indossa di ottenere in pochi secondi un Ecg da cui interpretare il ritmo: regolare, ridotto, elevato o, appunto, fibrillante. Non è molto, ma per la FA ha capacità diagnostica più che sufficiente, sostengono gli specialisti.

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Il problema, e qui il documento dell’Esc torna a dire la sua sulle tecnologie indossabili, sta dunque nell’attendibilità di risultato degli smartwatch, un mercato in espansione che entro il prossimo anno dovrebbe raggiungere i 929 milioni di dispositivi connessi. E se da un lato, scrivono gli autori, abbiamo le prove che i device da polso possono aiutare a rilevare la fibrillazione atriale, si sa anche che la precisione di rilevamento non è omogenea, nel senso che non tutti i dispositivi garantiscono lo stesso range di affidabilità. “Sono molti i falsi positivi che registrano una fibrillazione che non lo è – osserva Nielsen -  in più, se uno smartwatch rileva 30 minuti di fibrillazione atriale casuale in un soggetto asintomatico, non abbiamo dati che in questa condizione l’anticoagulazione prevenga l'ictus. Dunque, conclude lo specialista, i dispositivi potrebbero essere molto preziosi in futuro, ma al momento non possono essere considerati ineccepibili per la valutazione del rischio”.

Ridurre i falsi positivi

Dice Antonio D’Onofrio, presidente eletto dell’Aiac nazionale (Associazione italiana Aritmologia e Cardiostimolazione): “Il futuro sta nell’individuare con precisione i soggetti a maggior rischio. La valutazione deve essere multiparametrica per ottenere una sensibilità mirata a ridurre i falsi positivi. Le sole info sulla presenza della fibrillazione non sono sufficienti. Basta un esempio: quando non abbiamo certezza della durata di un’aritmia, mettiamo anche di pochi minuti, non sappiamo se è il caso o meno di procedere con l’anticoagulazione nei pazienti portatori di pacemaker o defibrillatori. Perciò, siamo in attesa dei risultati di studi attualmente in corso per definire quali soggetti è necessario trattare con farmaci anticoagulanti".

Nuovi farmaci

La prevenzione, a questo punto, più che alle previsioni dell’orologio salvacuore rimane affidata ai farmaci, tra cui gli anticoagulanti orali. E in questo ambito, dalla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici arriva una buona notizia: la nota 97 dell’Aifa che, oltre all’anticoagulante acenocumarolo, amplia la prescrivibilità a carico del Ssn delle nuove molecole della stessa classe, i NAO/DOAC che hanno un’azione diretta su alcuni fattori della coagulazione. Spiega il presidente Filippo Anelli: “Da oggi i medici di famiglia hanno un’arma in più per la salute dei loro pazienti, limitatamente alla indicazione terapeutica della fibrillazione atriale non valvolare (FANV). Insomma, nuove e valide molecole, la cui prescrizione sinora era limitata agli specialisti.
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