L’Italia in prima linea nella lotta ai sarcomi

Tumori rari che colpiscono i giovani. Per studiarli serve la collaborazione di molti centri; quelli italiani hanno una lunga storia di ricerca. E a Chicago presentano numerosi studi LO SPECIALE ASCO 2017

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Fra i tumori rari – che messi insieme rappresentano comunque il 20% di tutte le neoplasie -, i sarcomi sono i più diffusi. Fra tutti i centri di ricerca che si occupano di queste malattie, quelli italiani sono quelli che hanno accumulato una delle esperienze di più lunga durata. Un compito difficile quello di studiare i sarcomi perché i pazienti sono pochi – 3000 nuovi casi in Italia ogni anno - e perché in realtà si tratta di una famiglia di malattie molto diverse fra loro, che possono insorgere in tutti i distretti corporei con un comportamento variabile. E anche drammatico perché i sarcomi spesso colpiscono i giovani e lo fanno con aggressività. “Di fronte a questo scenario la risposta vincente è quella della collaborazione, per mettere insieme i dati dei pazienti e cercare di capire come trattare al meglio i malati”, spiega Alessandro Gronchi, responsabile della struttura di chirurgia dei sarcomi all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, uno dei centri più impegnati nello studio di questi tumori, che al congresso dell’American Society of Clinical Oncology ha presentato diversi studi.

Luce sulle malattie. Sarcomi epitelioidi, alveolari, condrosarcomi mixoidi extrascheletrici: tre sottotipi particolari di sarcoma che, in Italia, colpiscono ognuno circa 30 persone l’anno. Talmente pochi che anche ricostruire la storia naturale, cioè capire cosa succede in media quando si somministra un trattamento, diventa difficile così come capire se un nuovo farmaco funziona meglio di quelli vecchi. “Per questo abbiamo messo insieme i dati relativi a diversi centri di tutto il mondo e siamo riusciti a valutare l’efficacia della chemioterapia standard per poi confrontare questa azione con quella di un nuovo farmaco, il tazemetostat”, spiega Gronchi. I ricercatori dell’Int hanno così dimostrato che la chemioterapia convenzionale funziona, anche se poco, ma comunque la nuova molecola – attualmente in sperimentazione anche in Italia – funziona meglio.

LO SPECIALE ASCO 2017

Ridurre il tumore. Un altro studio presentato dai ricercatori dell’Int all’Asco riguarda una combinazione mai provata prima fra la radioterapia e la trabectedina, una molecola già in uso nel trattamento del sarcoma, per il liposarcoma mixoide, altro sottotipo particolare di sarcoma, che globalmente colpisce circa 200 persone ogni anno in Italia, in genere intorno ai 30 anni di età. “I risultati dimostrano che l’accoppiata amplifica l’efficacia delle due modalità con l’effetto di ridurre la massa tumorale se usata prima della chirurgia, così da rendere possibile la rimozione totale del sarcoma e quindi aumentare la probabilità di guarigione”, afferma Gronchi. La possibilità di guarigione, infatti, è strettamente legata al successo della chirurgia, che da sola risulta risolutiva solo nel 50% dei casi. Per l’altra metà dei pazienti è necessario procedere con una terapia. Quella sperimentata è particolarmente promettente.

Nascosto nell’addome. Fra tutti i sarcomi, quelli del retroperitoneo sono i più diffusi e anche tra i più difficili da affrontare. “Si nascondo infatti dentro l’addome, dove è difficile entrare per eliminare il tumore, anche perché la caratteristica di questo sarcoma è quella di infiltrarsi nel tessuto circostante”, va avanti Gronchi. “Per questo da anni stiamo lavorando alla definizione dei criteri per la chirurgia e ora, all’Asco, presentiamo uno studio in cui stabiliamo una correlazione fra l’anatomia del tumore e la sua attività biologica, cioè la sua aggressività”.  

Modello predittivo. Predire come progredirà la malattia sulla base di alcune caratteristiche, fin dal momento della diagnosi. È lo scopo della app messa a punto dai ricercatori dell’Int già l’anno scorso sulla base dell’analisi dei dati provenienti da 3500 casi raccolti in tutto il mondo. Una volta sviluppato bisogna dimostrare però che questo strumento funziona, che riesce a fare quello che in gergo si chiama “stratificare”, a dividere cioè i pazienti e indirizzarli alla terapia migliore per loro. Uno strumento, in altre parole, per personalizzare meglio la terapia. L’ultimo studio presentato ad Asco quest’anno riguarda proprio l’efficacia dell’app che è stata usata per analizzare retrospettivamente tutti gli studi condotti all’Int dimostrando che riesce a predire meglio di qualsiasi altro strumento come progredirà la malattia nel singolo paziente. “Risultati che sono la base per poter usare l’app attivamente durante gli studi, così da poter davvero personalizzare le cure”, conclude Gronchi.

Photo by © ASCO/Danny Morton 2017