Dizionario della moda: leggi e ascolta il racconto dedicato a "il vestito"

Dizionario della moda: leggi e ascolta il racconto dedicato a "il vestito"
Il nero è potente, primario, sottrattivo. Ma quando si è stati per molto tempo nell’oscurità si ha bisogno di luce, quindi ecco abiti colorati di giallo, mandarino, turchese. Che ispirino energia, entusiasmo. Così racconta Cristina Caboni nel racconto, scritto apposta per noi, che segna il dodicesimo appuntamento con il nostro "Dizionario letterario della moda", la serie che "dà voce al guardaroba". Trenta puntate per un viaggio nella moda con testi inediti di scrittori italiani e stranieri che abbiamo letto e interpretato per voi. Anche sull'app One Podcast
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Un vestito e colori usati come "corazza", o al contrario per aprirsi al mondo, sono protagonisti della dodicesima puntata del nuovo progetto che, dal trench alla gonna vintage, “dà voce” al guardaroba (e al beauty case) con storie inedite di autori amati dal pubblico che vi presentiamo in esclusiva da leggere (sul nostro sito,) e da ascoltare, nel podcast realizzato da Moda e Beauty, prodotto da Gedi Visual.

Tutti gli episodi di "Dizionario della moda" possono essere fruiti dalle Homepage dei quotidiani del gruppo Gedi e sono ascoltabili anche sull'app One Podcast (https://www.onepodcast.it/).

 

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Leggi il racconto di Cristina Caboni

È potente il nero. Primario, sottrattivo. Un colore privo di tinta e opposto al bianco, con il quale condivide più di quanto si possa immaginare. Il nero evoca sobrietà. È elegante, sta bene a tutti. Di nero vestivano i guerrieri, i re e i condottieri. Forse per questo ancora ispira ammirazione. Io lo indosso perché è distanza. Lo “abito” perché mi protegge.

A parte oggi.

È stato un impulso irrefrenabile quello di indossare il sole e la primavera insieme. Mi ha fatto sentire allegra. In un modo sorprendete, troppo semplice quasi. La seta del vestito scivola sotto le dita. Il fruscio della gonna sembra un soffio di vento tra le foglie secche. Sorrido.

«Lo trovi divertente Viviana?»

«Come? Oh no, certo. Chiedo scusa, mi sono distratta un momento.»

Derossi, il responsabile del reparto per il quale lavoro, mi accorda un’occhiata indulgente e riprende a parlare. Dovrei mostrarmi contrita, ma non ci riesco. Mentre lui macina parole, mi agito sulla poltrona. Non hanno senso quegli interi periodi inconcludenti, però sono eleganti. Come lo è lui in doppio petto carta da zucchero e papillon. Elegante, giusto e monotono. Sollevo i palmi dal tavolo di cristallo della sala conferenze dove ho trascorso le ultime due ore. Le mie impronte resistono per qualche secondo prima di scomparire del tutto. Mentre le parole di Derossi si accumulano, aspre e sfuggenti, fisso diligente il grafico che scorre sullo schermo senza però davvero vederlo.

«In fondo ciò che conta è l’apparenza, no?» sussurro.

«Come dici?»

Sobbalzo sorpresa. «Esprimevo la mia approvazione» replico con calma.

Nella sala delle riunioni dove settimanalmente io e i miei colleghi lo aggiorniamo sui nostri progressi, regalandogli le nostre idee migliori, regna il silenzio assoluto.

Derossi resta un istante interdetto, poi sorride compiaciuto. Mi chiedo perché. Non è il consenso quello a cui dovrebbe puntare. Ma io sono solo un’assistente. Una brava, lo riconosco. Una che però è arrivata alla fine. Il pensiero mi stupisce, eppure non riesco a staccarmi da quell’idea. La fine di qualcosa in fondo è anche un preludio per un’altra. Sconcertata mi guardo intorno quasi a recuperare quello che, mi rendo conto, ho appena perduto. O forse ho appena ritrovato. So solo che voglio andarmene. Non è pena quella che provo, quanto una sorta di inquietudine, di anticipazione. La confusione mi spinge verso l’esterno, perché ciò che mi circonda è reale, e ne ho bisogno per fissare i pensieri.

L’ambiente è ampio, brillante. Le pareti laterali sono vetro spesso, la luce del sole, è risaputo, aiuta a produrre meglio. Quadri enormi riempiono spazi vuoti, monocromie nelle tonalità del marrone, prugna, ciano. Pantaloni blu, giacche bordeaux, altro nero su borse, scarpe e cartelle. L’unica eccezione, ne sono consapevole, è ciò che indosso io. Ma se questa mattina, al mio arrivo, ho guadagnato giusto qualche occhiata, adesso l’attenzione cresce. Non li conosco abbastanza i miei colleghi, lo ammetto. Né loro conoscono me. Ho speso tutto il mio tempo lavorando per raggiungere un obiettivo: il diritto di stare in questa stanza, a questo tavolo, con queste persone. Sono nata in un piccolo paese al centro della Sardegna, dove gli alberi crescono obliqui perché il vento soffia forte e così anch’essi sanno che ci si deve arrangiare. Per questo le case sono fatte di pietra, e anche le strade. Si cresce predisposti, o non si cresce affatto. Ma ci si conosce tutti per nome, e “comunità” significa ancora qualcosa. Di quel luogo circondato in inverno da ruscelli e valli di smeraldo, e in estate dal nero basaltico e l’oro secco dell’erba, ho una nostalgia insensata. Un bisogno che disprezzo come quello per un amore non ricambiato. Mia madre ha venduto una terra, per farmi studiare. Quella dove teneva un orto e un frutteto. Tra rosmarino, bietola e prezzemolo c’erano una rosa, una ginestra, e addossato al muro, una pianta di cappero dai petali bianchi. Lei è piccola, ombrosa, avara di sorrisi, ma salda come una certezza. Dopo la laurea mi ha quasi scacciata. Anche mio padre mi ha abbracciata a lungo, in quello che doveva essere un addio. Eppure, è di mamma che serbo il più dolce ricordo. Dei suoi abiti rossi e gialli, e di quei fazzoletti a fiori vivaci. Del profumo aspro e aggrumato delle foglie di Marialuisa, da cui prende il nome. Nell’ultimo pacco che ho ricevuto ieri, tra il pane carasau e le sebadas, ha messo un vestito. Celeste con piccoli fiori gialli, e foglie verdi. Mi ha stregata, l’ho sentito mio. Così ho ignorato il nero, che mi proteggeva, e ho indossato la vita. Mentre Derossi illustra le linee guida per la collezione di primavera non penso ad altro. Il mio abito è sfrontato, irriverente, strizza un occhio all’impensabile, suscita desiderio, racconta di stoffe che invece di frusciare educate, schioccano.

«Questi sono tempi difficili, la sobrietà è necessaria per affrontarli al meglio. Ci vuole stabilità.»

Monocorde, pesante, quella voce è come lui e mi fa pensare al grigio. Ma non a quello brillante del Cenerino. È quello esausto dell’asfalto vecchio, che vedo.

«Perché?» gli chiedo prima di rendermi conto. Ma è troppo tardi per tirarmi indietro.

Non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione. Probabilmente è un retaggio di quella sardità che mi porto dentro, radicata alle ossa come il profumo del mare che ovunque io sia andata non è mai più stato quello giusto. Ma c’è un momento in cui è necessario liberarsi di ciò che ci nuoce, perché l’alternativa è sopportare il peso della rassegnazione. «Vado via» mormoro.

«Come scusa?» Derossi detesta gli imprevisti, i colori vivaci, le sorprese. Lo so bene. Ma prima che possa rispondergli il suo volto perde stabilità, le folte sopracciglia si uniscono alla smorfia di irritazione. «Sei particolarmente strana, oggi.»

Gli sorrido. «È per via della gonna.»

«Non capisco» balbetta e per un istante sento in bocca il dolce sapore della soddisfazione. Ma lui non ha colpe. Nessuno a parte se stessi è da biasimare quando si resta dove non si è felici.

«È colpa del vestito» gli spiego nuovamente. Mi alzo e ruoto su me stessa. La gonna si gonfia, strappa esclamazioni di stupore e qualche risata. «Quando si è stati per molto tempo nell’oscurità si ha bisogno di luce. Propongo giallo, mandarino, turchese. Energia, entusiasmo.»

«Sciocchezze. Blu, grigio, forse un verde petrolio.»

È il mio ultimo giorno qui, penso e adesso tutto sembra avere un senso. Il pacco arrivato da lontano, un vestito confezionato a memoria, una consapevolezza e un desiderio. Mentre Derossi conclude, io vedo abiti luminosi, giacche colorate, una girandola allegra. Adesso so cosa fare, è bastato ascoltare. È bastato volere. Il futuro è giallo, e mi ricorda i girasoli.

L'autrice

Cristina Caboni è scrittrice e imprenditrice, nell'azienda apistica di famiglia. Dopo "Il sentiero dei profumi", diventato bestseller e venduto in tutto il mondo, ha pubblicato un seguito, "Il profumo sa chi sei" e poi tanti altri: "La custode del miele e delle api", "Il giardino dei fiori segreti", "La stanza della tessitrice".

"La ragazza dei colori", edito Garzanti, è invece quella che ha ispirato Caboni nella stesura del testo inedito consegnato a noi; storia di Stella che credeva davvero nel potere dei colori di cambiare le emozioni e la vita delle persone. E un giorno, proprio quando si sente perduta, nella casa dell’anziana prozia Letizia trova una valigia in cui sono custoditi dei disegni d’impatto visivo potente. Stella deve scoprire chi li ha realizzati, e così si butta nelle ricerche fino a scoprire un episodio che affonda le sue radici nel periodo più difficile della storia nazionale, quando poveri innocenti rischiavano la vita solo a causa della loro origine. Quando la solidarietà di un intero paese riuscì ad avere la meglio sull’orrore, salvando la vita a centinaia di bambini ebrei. Quello che Stella non poteva immaginare è il senso di colpa che quei disegni hanno celato per decenni.

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