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Quando il Natale bussa ai ricordi

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Ilaria mi invita a sollevare la testa incassata tra la sciarpa e il cappello nel vano tentativo di proteggermi dal primo vero freddo stagionale e mi dice «guarda in alto, non ti inquieta tutto questo zelo?». In alto, abbaglianti come certe luminarie dei paesini del sud nell’approssimarsi della processione, una lunga teoria di alberi di natale addobbati contrappuntano il buio e riempiono insieme a finti Santa Claus, festoni argentati e bacche rosse i balconi del quartiere. Se questa è austerity, toccherà ripassare. È fine novembre, una vaga inquietudine si fa effettivamente largo, i panettoni riempiono gli scaffali dei supermercati e anche se il Natale non è più una festa seria, non lo aspettiamo per mesi come quando eravamo bambini e i regali siamo passati dal riceverli al farli, ci stiamo nuovamente precipitando dentro. Giro di boa, 12 mesi, bilancio obbligato. Il passato è una terra straniera e i ricordi si confondono, ma le mie vigilie di Natale me le ricordo quasi tutte. Fino a quando eravamo ancora ragazzi si andava dai parenti romani, quelli paterni, a fondere identità che nel resto dell’anno mal si conciliavano (e infatti, al di là del cenone e dei funerali non ci si vedeva mai), si mangiava senza soluzione di continuità (per poi lamentarsene sfacciatamente per giorni) e poi dimentichi del significato religioso, in preda alla laicità e al consumismo (non lo rinnegherò per decenza e per rispetto della verità e dei lettori) ci si dava al mucchio selvaggio dei regali in un’orgia infantile di pacchi e pacchetti mentre gli adulti sfocati sullo sfondo e sprofondati sui divani controllavano l’orologio auspicando che il tempo, per una volta, scorresse più in fretta. Archiviata quella fase venne l’epoca del Natale, materno, in trasferta umbra. A 16 anni, di fronte alla ferale prospettiva di un secondo Natale consecutivo fuori Roma (l’anno prima, mio cugino, il figlio della sorella di mia madre, a regali già scartati in un empito di sincerità ci aveva confessato quanto gli facessimo schifo preconizzando per tutti noi una morte prematura) presi una delle decisioni migliori della mia vita. Dissi solo «scusate, non ce la faccio» e approfittando della sorpresa aprii la portiera dell’auto e mi incamminai verso casa mentre  la macchina diventava un punto sempre più piccolo smarrito nella foschia. Ancora oggi, a mia memoria, una delle serate più libere e felici di sempre. 
Da allora in poi, da ateo convinto, il Natale ha perso qualsiasi significato che non coincidesse con il lusso di concedersi qualche giorno di pausa tra ciò che è stato e ciò che sarà. Una pausa lunga, interrotta dalla paternità. Tra un passeggino, un latte in polvere e una notte insonne è arrivato in fretta il tempo di travestirsi di nuovo da cultori dell’evento. Metaforicamente e non, giacché, sarà stato il 2010, mi toccò indossare il vestito da Babbo Natale, arrochire il vocione e fare la mia comparsa nel buio con un sacco sulle spalle. L’altro giorno mentre camminavamo per le strade già piene di negozi ingrassati per l’occasione ho chiesto a mia figlia se si ricordasse l’esatto momento in cui ha smesso di credere al Natale, alle renne, alle slitte e a tutto il corollario che la celebrazione porta con sé. «Da un lato ci credo ancora perché il Natale mi è sempre piaciuto, dall’altro molto tempo prima di dirtelo e di interrompere la liturgia delle lettere e dei desideri. Ho sempre saputo che non era vero, ma non ho mai avuto fretta di infrangere la magia». 
Sono rimasto come un cretino e ho pensato che sarebbe stato bello tornare indietro fino all’epoca in cui il cinismo non aveva divorato l’intero contesto. L’ho riaccompagnata e poi sono tornato nello stesso luogo. Mi sono smarrito tra le bancarelle e ho scritto una lettera indirizzandola a me stesso. Ammetterlo mi affatica, ma ho capito di essermi perso qualcosa che avrei fatto meglio a tenermi accanto per sempre. Il Natale non torna. Non è una data sul calendario questo gusto un po’ amaro di cose perdute.