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Bernardo Zannoni: i piccoli niente. Storia di un acaro in cerca di risposte

Acari al microscopio. Foto di Science Photo Library/AGF
Acari al microscopio. Foto di Science Photo Library/AGF 
Nel suo romanzo d’esordio, I miei stupidi intenti (Sellerio), Bernardo Zannoni ha dato voce alla faina Archy conquistando l’ultimo Premio Campiello. Ora lo scrittore torna con un racconto scritto per d. In cui il protagonista è un acaro in cerca di risposte
9 minuti di lettura

Abitiamo un luogo davvero molto vasto. Non potrei definirlo in altro modo, e non che io perda troppo tempo a definire le cose. Ovunque si guardi pare si estenda all’infinito, e spesso cambia forma, così da farti credere perso. Casa per noi è dove poggiamo le zampe, oppure il dorso di chi conosci. Conosco Fredericksen, Jean, e poi c’è anche Tamburo. Siamo rimasti in pochi, solo noi, in una coltre di Giallo. Anche il Giallo oramai è sinonimo di casa.
«Mamma torna e ci riporta nel Rosso», dice sempre Fredericksen. «Vedrai».
Fredericksen è mia sorella. È nata prima di me e non le sto simpatico, l’unico di settanta fratelli.
«Capito, microbo?», la supporta spesso Jean. «Smettila di dire fesserie».
Jean è il fidanzato di Fredericksen: è tozzo e muscoloso, con le zampe a sventola, il dorso tutto abbronzato. Anche lui è nostro fratello; loro si stanno simpatici.
«Jean!», frigna di solito Fredericksen. «Faglielo dire!».
E vuole che lo dica, che mamma ci viene a prendere, che ci riporta nel Rosso. Se non lo faccio Jean mi spinge. Alcune volte mi ribalta, poi rimane a guardarmi dondolare, finché non mi rimette in piedi. Jean è forte perché fa esercizio. Allena ogni zampa in qualsiasi momento, affronta nemici immaginari, fa tutto in corsa, mima versacci guerreschi. Fredericksen pensa anche per lui, e che questo non succeda con me, la offende molto.
«Mamma torna, vero?».
Mi ostino a non dire quello che mia sorella vuole. 
Io ho visto, lei no. Prima abitavamo nel Rosso, siamo nati tutti lì. Era alquanto affollato. Mamma ci invitava a non essere frenetici, a non fare i maleducati, perché tanto si mangiava sempre e comunque, appena usciti fuori dall’uovo. Bastava poggiare la bocca, passo più, passo meno. Ricordo mucchi di fratelli aggrappati alle stesse fibre vermiglie, il via vai per un granello, un pezzo di forfora, toccarsi per guadagnare spazio. Mamma era una femmina impegnata, eppure riusciva a gestirci tutti, a dire a Fredericksen di non lagnarsi, a darmi la sacrosanta ragione. Io e Fredericksen siamo nati vicini, e dunque mangiavamo vicini. Continuava a strillare che le rubavo il pulviscolo.
«Allontanatevi un po’, voi due!», ci aveva suggerito mamma, ma a noi non piace spostarci. Non siamo una specie di grandi camminatori: piuttosto che muovermi, avevo preferito ignorare mia sorella, sperare in silenzio che si strozzasse. Nel Rosso si stava bene, poi era arrivato quel rumore. Era un suono arrabbiato, denso e sottile.
«Il risucchio!», ha gridato mamma. «Scappate!».
In lontananza ho visto le fibre piegarsi, il cielo farsi scuro. L’aria s’era agitata di colpo, cercava di portarti via con sé, sempre con maggiore forza. Ancora prima di potermi muovere, Fredericksen mi era finita addosso, correndo con tutte le zampe, finendo per caricarmi sul suo addome.
«Lasciami, idiota!», le avevo detto.
«Lasciami tu!», urlava lei. «Mamma, aiuto!».
Incastrato sulla schiena di mia sorella, avevo potuto voltarmi indietro. Vidi il cielo scurirsi ancora, poi le fibre impennarsi, l’aria vorticare impetuosa. Vidi i miei fratelli volare via, nel vuoto, assieme alla polvere, scomparire nella bocca di un buco nero. Le loro voci, le nostre, furono annientate dal rumore: le succhiava a sé, assieme a tutto il resto. Vidi mamma aggrappata alla punta di un pelo, cercare di resistere fino all’ultimo.
«Mamma!», la chiamai, e per assurdo mi sentì.
«Stai con tua sorella!», gridò. Mi volse uno sguardo impaurito, poi ebbe un accenno di gioia, poi di tristezza. Sapeva che non ero uno sciocco, me lo disse senza parole. Perse la presa, e ci lasciò da soli.
Fredericksen corse finché non sentimmo più suoni spaventosi. Era tornata la luce, e intorno a noi le fibre si erano fatte di un colore chiaro. In giro non c’era nessuno.
«Dove siamo?», aveva detto mia sorella.
«Non lo so».
«Voglio sapere dove siamo. Qui è tutto giallo».
Ci aveva raggiunti anche Jean. Era sbucato dalle fibre ancora in corsa, tozzo e abbronzato, le zampe a sventola. Ancora non lo conoscevo, ma già dallo sguardo non prometteva grandi soddisfazioni.
«Dove siamo?», disse.
«Non lo so», risposi io.
Jean si incantò per un momento. Si riprese, mi diede una spinta.
«Dimmi immediatamente dove siamo, microbo».
Non ci siamo più spostati. Fra i miei fratelli è scoccato subito l’amore, e siccome da mangiare c’è sempre, alla fine il Giallo è diventato un colore amico. La nostra vita non è cambiata di una virgola: si mangia, si sonnecchia, ci si riempie di nuovo la pancia. C’è polvere, forfora, pelle morta, ogni tanto un pezzo d’unghia, fibra gialla. La dieta è la stessa e ce la facciamo andare bene, è roba sana. L’unica variante, è che ho preso a muovermi più spesso. Da quando Fredericksen è rimasta incinta, ho tutti i motivi per passeggiare. Li avevo anche prima.
«Mamma sarà così contenta», ripete. «Quando torna li portiamo tutti nel Rosso».
Le è cresciuto il sedere e non fa altro che lasciare uova in giro, a dargli i nomi una per una.
«Verranno tutti intelligenti», chioccia.
«Tutti quanti», le fa eco Jean. Ha un sorrisetto quadrato, aggrappato al suo dorso, mentre finisce di fecondarla.
«Intelligenti come me», continua lei.
«Come te, tesoro».
Quando passeggio vado a cercare Tamburo. Lui non è nostro fratello, e vive nel Giallo da prima di noi, tutto solo. A dire la verità, Tamburo è completamente suonato: non fa altro che ridere, e se non ride, è perché sta prendendo respiro. Si spinge molto più in là di me, e spesso trovarlo mi riesce proprio difficile, mi fa sgambare parecchio. Ha il vizio di arrampicarsi fino in cima alle fibre, così devo tenere il muso sempre in alto: non so cosa ci trovi esattamente lassù, ma se lo chiamo scende.
«Hey, ciao», dice. Si mette a ridere. 
Io e Tamburo mangiamo, poi ci facciamo due passi assieme. Non mi spinge e condivide volentieri il cibo. Gli racconto di mia sorella e mio fratello, di mia madre, del Rosso e del Risucchio, e lui trova le mie storie molto divertenti. Forse nemmeno mi ascolta. Mi piace l’idea di sembrare simpatico, è una bella sensazione. Ogni tanto Tamburo s’incupisce: se sta mangiando smette, e se cammina si ferma di colpo. Lo vedo venire inghiottito da violentissime visioni, coscienze così pesanti da schiacciargli l’addome.
«Tamburo?», lo chiamo. È assente, in un altro mondo.
«Siamo piccoli niente, lo sai?».
Se ne esce spesso con queste frasi. Le dice in un sussurro, trattenendo la voce dallo sconvolgersi in pianto. Mi mette un po’ a disagio.
«Siamo niente».
«Cosa?».
Tamburo riprende a sorridere, poi a ridere.
«Niente, niente. Dai, camminiamo».
Non mi racconta mai nulla di sé; da una parte credo perché non sia in grado, dall’altra ho come l’impressione che gli piaccia farsi i fatti suoi. Non so da quanto tempo si aggiri per il Giallo, né che storia abbia. Tamburo non è della nostra specie. Ha il dorso più grande e di un particolare colore arancione, le zampe più spesse e molleggiate, la testa triangolare. Una volta gli ho chiesto se venisse da lontano, mi ha risposto di sì.
«Da dove?».
«Da lontano».
Tamburo conosce tante zone, e si spinge anche molto distante. Quando stiamo per esagerare, io mi fermo.
«Mi fermo qui, Tamburo».
«Va bene, allora ciao».

Acari al microscopio. L’autore del racconto è il 27enne di Sarzana che, con I miei stupidi intenti (Sellerio, 16 euro) ha vinto il Premio Campiello 2022. Foto di BSIP/AGF 
Acari al microscopio. L’autore del racconto è il 27enne di Sarzana che, con I miei stupidi intenti (Sellerio, 16 euro) ha vinto il Premio Campiello 2022. Foto di BSIP/AGF  

Si allontana ridendo. Il nostro è un rapporto abbastanza semplice, ma genuino come un pezzo di forfora. Mi dispiace vederlo scomparire, ho sempre paura di non riuscire più a trovarlo. Mi piacerebbe andare via con lui.
Quando torno mia sorella sta ancora sistemando uova.
«Tu sei Andrea, e tu pure. Andrea e Andrea».
«Che bei nomi, tesoro»
Ne ha già chiamati così una ventina. Forse vuole ovviare al fatto che non si sappia se nasceranno maschi o femmine, ma per me, è perché non ha fantasia.
«Come sarà contenta mamma», canticchia. «Quando torna li portiamo tutti nel Rosso».
Mia sorella la odio, eppure non riesco a non volerle un poco di bene. Fredericksen non riesce a vedere le cose, non è capace di farsene una ragione, è come fosse cieca. Come si può odiare qualcuno che nemmeno ha gli occhi per vivere? Mi dispiace più per lei che per la mamma. Ogni volta mi chiedo cosa ci faccio ancora qui, perché non partire, esplorare con Tamburo, trovare una femmina che mi ami. È che ho promesso. Resto vicino a mia sorella ancora un poco, la sopporto, perché mi è stato chiesto. È una prova durissima.
«Smettila di masticare, mi svegli le uova!».
Con il suo sedere enorme, Fredericksen mi fissa da distante, poi mi raggiunge. Il suo sguardo vacuo, irritato, di chi non capisce niente, si somma a quello di Jean, fermo sulla sua schiena.
«Mi svegli le uova», sibila.
Io lascio il mio pezzetto di fibra.
«Le uova non si svegliano», rispondo.
«E invece sì».
«E invece no. Non sono nemmeno vive».
«Jean!».
Dondolo sul mio dorso. Nel mentre che provo a rialzarmi, decido: aspetto la schiusa e me ne vado.
Un giorno Tamburo mi passa un pezzo di qualcosa: è una specie di granella, di colore marrone, dall’odore zuccheroso. La assaggio ed è buonissima.
«Che cos’è?», dico estasiato.
«È biscotto», ride. «È buono buono, ma buono davvero».
Ed aveva ragione. Era qualcosa che con il pulviscolo non aveva niente a che vedere, né con la forfora, né con la pelle morta. Era dolce, lo divoro in un attimo.
«Cos’è un biscotto?», gli chiedo.
Lui se la ride e comincia a camminare. Mi porta ai piedi di un monolito, ruvido e irregolare, così pesante da piegare le fibre gialle sotto di lui. La sua ombra ci copriva già da distante, il suo odore ammaliava da ancora più lontano.
«Da dove viene?», balbetto.
«Dall’alto», risponde Tamburo, poi ha un altro dei suoi momenti tristi. «Tu lo sai che siamo nulla, vero?», dice.
Io non lo ascolto, sono perso nel contemplare la montagna. Era un gigantesco ammasso di quella sostanza zuccherina, un’estasi grande quanto venti eternità.
«Quando è arrivato?», chiedo.
«Da un po’».
Ci arrampichiamo, saliamo per un poco.
«È pazzesco! È bellissimo!», dico io con il fiatone. Ammiro la granella declinarsi in forme ruvide, spingersi al cielo con una morbida salita. Tamburo mi è davanti e intuisce che sto faticando, si ferma e mi aspetta. Ha la risata un po’ rarefatta.
«Stanco?», mi chiede.
«Sì».
Ci mettiamo a mangiare. Avevo l’addome che scoppiava, le zampe mi reggevano a malapena; ero contento ed euforico, assonnato ed eccitato allo stesso tempo.
«Tamburo lo sai, lo sai che sei mio amico?», bofonchio. Dico la verità; e dalla verità passo subito a tutto il resto.
«Io voglio andarmene, Tamburo. Ho capito che spostarmi mi piace. Voglio venire via con te, il più lontano possibile».
Tamburo era pensieroso.
«Noi non ci spostiamo mica», dice.
«Ma lo faremo», rispondo. «Ci mettiamo in viaggio, lasciamo il Giallo, guardiamo nuove cose».
Tamburo guardava, sì, ma in alto. Che non ridesse da così tanto tempo, mi faceva una certa impressione.
«Ti va di salire ancora più su?», domanda.
Lo zucchero mi aveva intorpidito, sentivo le zampe pesanti, prossime al collasso, eppure ero pieno di energie.
«E perché?», chiedo. «C’è la stessa cosa anche qui, sotto di noi, intorno a noi».
Picchietto il biscotto con la zampa.
«Ne facciamo scorta, poi partiamo. Appena le uova si schiudono tagliamo la corda».
Tamburo non mi ascoltava. Manteneva la sua domanda con gli occhi, riproponendola ai mei. A questo punto glielo chiedo.
«Perché vuoi salire?».
Il mio amico aspetta un attimo prima di rispondere. Lo scorgo soppesare le parole, valutarne la gravità, sia per me che per lui, come non volesse farle uscire troppo in fretta, come non volesse morirne.
«Se ti dicessi che il Giallo non è che un ghirigoro, fra infiniti ghirigori gialli e rossi?», mi dice. «Se ti dicessi che viviamo in un manto di pelo, di forma rotonda, ai piedi di uno spazio d’aria infinito?».
Quelle parole mi confondono, faccio una smorfia. Tamburo ha un’espressione allucinata, continua a parlare senza aspettarmi.
«Se ti dicessi che questo spazio è la casa di mostri inimmaginabili, di grandezze inimmaginabili, e noi ci nutriamo delle loro briciole? Se ti dicessi che non siamo più importanti della polvere, che non siamo niente, che tutto quello che pensi, che vuoi, che desideri, è niente?».
La voce gli si era strozzata, stava iniziando a piangere. «Tamburo», gli dico, ma lui mi parla sopra. Lo vedo al limite, tremava tutto.
«Io vengo da tanto lontano, che tu non puoi averne un’idea», confessa. «E vengo da questo biscotto, sul quale sono rimasto attaccato».
Eccolo, ora piangeva. Tamburo piega le zampe a terra, si stende, ne mette un paio sugli occhi.
«Mi hanno portato via», biascica. «Mi hanno strappato ai fratelli, a mia mamma, mi hanno fatto perdere per sempre. Sono caduto qui, ma cosa è realmente qui, per noi? Niente. Siamo insignificanti».
Mi sono avvicinato a lui, ho vinto l’imbarazzo, ora gli appoggio una zampa sul dorso.
«Ma no, Tamburo, no», dico. «Partiamo insieme», ma non ne sono più tanto convinto.
«Salgo sulle fibre per cercarli», si disperava. «Ritorno qui in cima per provare a scorgere da dove ho smesso di esistere. Ha senso urlare? Mi possono sentire? C’è una vaga speranza?».
Sono confuso e spaventato, incerto se darmela a gambe, oppure colpirlo, e poi darmela a gambe. Lo preferivo quando rideva, quando apriva la bocca solo per quello. Come mi avesse letto nel pensiero, Tamburo inizia un lieve gorgoglio.
«Pensare mi uccide, amico», dice.
Si alza d’improvviso e io mi scanso immediatamente. Tamburo ride di nuovo, ma non nasconde l’amaro in volto.
«Vuoi farmi un favore? Sali fino in cima, renditene conto. Così capirai che viaggiare non serve».
Mi supera, si mette a scendere. Lo zucchero mi aveva reso ancora più agitato, e stavo tremando tutto. Tamburo d’improvviso si ferma e si volta.
«Tu non puoi andare da nessuna parte!», grida. Riprende a scendere.
Quando torno mia sorella sta sistemando le uova. Ne chiama un’altra Andrea proprio sotto il mio naso, così da ricordarmi che di Andrea ha formato un esercito. Jean ha smesso di fecondarla e le sta accanto, fa esercizio sottovoce. Mi fissa non appena mi sente arrivare.
«Vedi di masticare piano, microbo», ordina. «Anzi, non mangiare affatto».
«Va bene», rispondo. Non ho testa per le sue provocazioni: lo zucchero mi abbandona e mi lascia desolato, sgomento, pieno di tristezza. Mi posiziono lontano dalle uova. Penso davvero che il mio non è un significato, che nessuno di noi lo ha. Penso a cosa possa farmi andare avanti, al senso che la mia vita può assumere, se è tangibile, o perlomeno appena percettibile. Povero Tamburo, sì è bevuto il cervello. Cosa può fare un acaro, a cosa può aspirare, se non essere un piccolo niente? Quale è il suo qui, se non il posto dove poggia le zampe? Ci penso su parecchio, mi chiedo se questo possa giustificare la mia presenza a questo mondo. Vale davvero la pena essere, ma essere invisibili? Davvero un desiderio ha una scala di misura?
«Cosa trami?».
Mi giro di soprassalto. Fredericksen mi è alle spalle, con il sedere enorme, che mi studia.
«Niente», le dico. Lo faccio con dolcezza: perché anche mia sorella, alla fine, è un piccolo niente. E così pure Jean. E gli Andrea.
«Sei sospetto», continua lei.
Mi scruta con il suo muso idiota, inconsapevole ed insensibile. Alla fine le voglio bene, decido che le posso fare un regalo.
«Penso a quando tornerà la mamma», sorrido. «A quando torna e ci riporta nel Rosso».
Fredericksen si scuote, si rilassa. Le scorgo un barlume di affetto tra gli occhi, tutti e tre.
«Allora hai capito», dice.
«Sì».
«Che ho ragione».
«Sì».
«E che mi hai rubato il pulviscolo, appena usciti dall’uovo».
«Sì».
Fredericksen si ferma, decide d’improvviso di non infierire. Arriva Jean in corsa, chiede cosa stia succedendo.
«Niente», dice lei. «Tutto bene».
E senza spintoni, senza ribaltarmi sul dorso, mi danno la schiena entrambi, e mi lasciano in pace. Bastava davvero poco per ammansirla, meno di un granello di polvere. Sulle mie zampe, ben stabile, me lo ripeto: aspetto la schiusa e me ne vado.