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Photo by Hernan Sanchez on Unsplash
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Trasloco

10 scrittrici e scrittori per 10 racconti inediti che partono da una parola. Valentina Farinaccio ha scelto Trasloco. Leggete il suo racconto e poi scoprite gli altri a questo link

2 minuti di lettura

In 42 anni l’ho fatto 17 volte. Ho calcolato la media matematica di un trasloco ogni tre anni. Ma la media matematica mente, racconta una regolarità abitativa (ed emotiva) che io non ho vissuto mai. Il primo trasloco, per esempio, l’ho fatto a un anno: mio padre era appena morto, e con mia madre ce ne andavamo a stare dai nonni. Lei, mia madre, vedova giovanissima in una piccola città che marchia a fuoco con le chiacchiere, tornava a essere figlia. Un tipo di figlia difettoso e raddoppiato, però: una figlia da sola, con una figlia sua. Di quel primo trasferimento non ho ricordi. Come non ne ho di mio padre. Non so, per esempio, se qualche bicchiere nel trasporto si è rotto, se qualche piatto del servizio buono si è scheggiato. Come non so se avremmo avuto un bel rapporto, io e lui, o se invece gli avrei urlato Ti odio!, una sera da adolescente, davanti a un No.

So, invece, che tutti gli specialisti sono d’accordo. Quello che ci succede laggiù nell’infanzia ci accompagnerà per sempre nella vita. E io, che a sette anni avevo già fatto cinque traslochi, effettivamente non ho mai smesso. La fine del secondo matrimonio di mia madre: via dalla casa numero 4. La coinquilina che si droga: via dalla casa numero 10. Il topo che mi passa fra i piedi mentre guardo Mai dire gol (c’era ancora Mai dire gol alla tv): via dalla casa numero 11. Il pacco bomba inviato al proprietario dell’appartamento in cui stavamo: via di corsa, per sicurezza, dalla casa numero 7. I ladri entrati dalla finestra, mentre dormivo. E io che non riuscivo più ad andare in bagno di notte, terrorizzata da quel lungo corridoio da percorrere. Per scongiurare un blocco renale: via dalla casa numero 12. La casa numero 14 l’avrei comprata, se avessi potuto. Era di una signora di poche parole a cui portavo i soldi, in nero, una volta al mese. Quando ha chiamato per dirmi che aumentava l’affitto, le ho detto che per me era troppo, che avrei dovuto lasciare l’appartamento, se non ci avesse ripensato. Ho pianto al telefono, prima. Ma non si è scomposta. Sono andata a trovarla, allora, per piangere anche dal vivo. Ma niente, lei aveva deciso: via dalla casa numero 14, perciò. Per povertà. Nella casa numero 15 ho abitato 5 mesi, con una coinquilina di 84 anni, Annamaria. Da lì sono andata via per una buona ragione, finalmente! Mi trasferivo dal mio compagno. Solo che poi il mio compagno mi ha lasciato per un’altra, rassicurandomi sul fatto che non mi stava lasciando per un’altra. Dunque: via dalla casa numero 16. Dove, poco dopo, sarebbe andata a vivere lei. La casa numero 17 è quella da cui scrivo. Doveva essere un appoggio, e infatti i quadri non li ho appesi al muro. Sono a terra, in attesa di un chiodo che non ho mai piantato.

La storia dei miei traslochi è fatta di scatoloni pieni di libri, dischi, oggetti avvolti nella carta di giornale. Nel primo ho perso mio padre, nei successivi sempre qualcosa, o qualcuno. Una bambola, gli amici del cortile, la spensieratezza, un poster che chissà che fine ha fatto. Ecco: che fine ha fatto tutto ciò che non ha superato il passaggio da una casa all’altra, da una vita all’altra? Dove è andato a finire l’anello che mi aveva regalato il mio ex? Quando sono arrivata in questo appartamento, provvisorio da otto anni, mi sono accorta che era l’unica cosa che mancava. L’anello. E ho pensato che i traslochi, allora, fanno anche pulizia. Scelgono al posto nostro cosa conservare e cosa, invece, lasciare andare. È l’unico modo, in fondo, per ricominciare.


Valentina Farinaccio è nata a Campobasso nel 1980, ha esordito nel 2016 con La strada del ritorno è sempre più corta (Mondadori). Nel nuovo Non è al momento raggiungibile (Mondadori, 180 pagine, 18 euro) racconta la storia di Vittoria, food influncer per caso.