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la modella Peggy Moffitt nel 1960 con il taglio di Vidal Sassoon, simbolo della sua estetica.
la modella Peggy Moffitt nel 1960 con il taglio di Vidal Sassoon, simbolo della sua estetica. 
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Vidal Sassoon è sempre con noi

Parrucchiere superstar, Sassoon è stato al centro di una rivoluzione culturale, di mode e costumi. A 10 anni dalla scomparsa, il suo erede Guido Palau spiega perché l’estetica del maestro è viva più che mai

2 minuti di lettura

Premessa: non è, questo, (solo) un omaggio alla rivoluzione innescata da Vidal Sassoon quando ha lasciato la sua firma sulla testa di Mary Quant (1964), o ha impresso nella memoria collettiva il legame indissolubile tra cinema e hair styling con il taglio al passato che ha il volto di Mia Farrow sul set di Rosemary’s Baby (1968). Nata come intervista, questa chiacchierata è diventata uno scambio ideale tra due mostri sacri dell’hair styling, Guido Palau e il suo maestro, Vidal Sassoon (scomparso il 9 maggio di dieci anni fa). Quindi si è trasformata in una riflessione sulle radici comuni e le reciproche influenze compositive, estetiche e culturali, nell’intento di capire perché l’impronta di Sassoon – non solo guru dell’equazione perfetta dell’haircut ma icona pop e businessman – vive ancora oggi e continua a ispirare tagli che scorrono a flusso costante nei feed di Instagram. 

Vidal Sassoon all’opera
Vidal Sassoon all’opera 

È vero che il suo primo lavoro è stato in uno dei saloni londinesi di Vidal Sassoon? 
«Confermo. Quando ho deciso che sarei diventato un hairdresser ho scelto per il mio training uno dei saloni Sassoon. Era circa il 1981, io ero solo un assistente e non facevo altro che shampoo e pieghe. È stato un periodo molto duro ma formativo, quasi militare da alcuni punti di vista. Ero affascinato dalla precisione dei suoi tagli, per me lui era il massimo, ma dopo un anno mi licenziarono. Forse era il “sistema salone” che mi stava stretto ma quell’esperienza mi ha formato e ha accompagnato l’intero mio percorso».

E le è capitato di incontrare Vidal allora?
«Ricordo esattamente il giorno in cui ha varcato la soglia del salone. Per me Sassoon era una sorta di divinità. Poi c’è stata un’altra “prima volta” quando l’ho incontrato davvero a New York, nell’East Village. Mi ha confessato  di ammirare il mio lavoro e tra di noi subito si è creata un’atmosfera di scambio e stima reciproca. Ci siamo scritti lettere per un po’».

Vidal Sassoon
Vidal Sassoon 

Un momento di scambio memorabile è stato sulle pagine di V Magazine.
«Circa venti anni fa ci siamo intervistati a vicenda sulle interconnessioni tra i suoi tagli e le mie sperimentazioni. Abbiamo chiacchierato al telefono in quella che è subito diventata una riflessione su creatività e influenze, sul modo in cui i tagli anni 60 mi abbiano ispirato e come io li abbia reinventati per la sfilata di Raf Simons nel 1998 guardando alla sua rivoluzione delle geometrie. È stato divertente raccontargli che avevo lavorato per lui un tempo e che poi fossi stato licenziato. Ancora più emozionante è stato il viaggio attraverso decenni e mode per cogliere i punti di contatto e scoprire la stima che ci legava». 

Perché secondo lei l’impronta di Sassoon è ancora così forte? 
«Vidal è stato rivoluzionario, ha posto le basi per l’hairstyle moderno. All’epoca, nei 60, Londra era l’epicentro della pop culture, c’era nell’aria nuova musica, nuovo design, moda mai vista e tanti giovani e lui era parte di tutto questo, ma con qualcosa in più che lo metteva al centro. Era come un allineamento stellare, tutto sembrava essere al posto giusto e al momento giusto, come se gli eventi sociopolitici e le correnti moda si muovessero in un’unica direzione. Ma c’è dell’altro. È stato un preconizzatore, ha guardato a una corrente artistica, la Bauhaus, per cogliere precisione matematica da traghettare nel suo presente, ha creato i primi connubi tra le arti, il cinema, l’estetica. Era lui stesso un’icona pop, nei Settanta ha abbracciato uno stile di vita healthy contribuendo a segnare quello che è oggi il wellness; ha lanciato linee eponime, aveva anche un programma televisivo. Era una superstar e ha aperto la strada a professioni e percorsi come il mio». 

Guido Palau
Guido Palau 

In che modo? 
«In mille modi, più volte la sua impronta rivoluzionaria è stata materia prima per ispirazioni, celebrazioni, omaggi. A dire il vero è sempre presente. L’impronta più incisiva, però, è quella culturale: Sassoon ha cambiato non solo il modo in cui i capelli venivano acconciati, ma come erano percepiti dalla società. Ha reso completamente differente il desiderio dei tagli, facendo diventare concettuale qualcosa di quotidiano. Ha trasformato in intellettuale quello che era ordinario. Ha elevato l’hairstyling, astraendolo». 

Crede sia possibile anche oggi? 
«I tempi sono diversi, allora le cose rimanevano nell’aria più tempo. Oggi tutti competono con tutti sui social, l’occhio è allenato e sempre più esigente, anche se qualcosa è eccezionale, difficilmente emerge... ».

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