In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Shein, un'inchiesta shock rivela lo sfruttamento della manodopera

Diciotto ore di lavoro al giorno, nessuna festività, paghe da fame: una reporter è entrata di nascosto nelle fabbriche in cui si producono abiti per Shein, il gigante cinese della moda low-cost, e ha raccolto testimonianze sconcertanti. Da tempo gli attivisti denunciano le modalità di produzione delle catene di abbigliamento a basso costo, ma "Shein è il fast fashion sotto steroidi"
2 minuti di lettura

Un algoritmo efficientissimo, una perfetta conoscenza delle dinamiche social, prezzi bassissimi: il successo di Shein, il marchio di fast fashion più lucrativo del mondo (divenuto tale in meno di due anni), non si basa tanto sulla proposta di abbigliamento del brand, quanto sulle strategie utilizzate per venderla. Shein sa cosa l’utente desidera prima ancora che ne sia conscio, e glielo propone attraverso un mix di marketing aggressivo e uso sapiente dei mezzi di comunicazione contemporanei, vendendoglielo in uno schioccar di dita. Questo è l’assunto attorno al quale ruota l’inchiesta Untold: Inside the Shein Machine, realizzata dalla reporter Iman Amrani con Zandland Films, mandata in onda da All4 (la pay-tv del canale britannico Channel4). Ma non è questo ciò che più ha scioccato chi l’ha vista: i punti più oscuri del documentario sono quelli che riguardano la produzione del colosso cinese, basata sull'iper-sfruttamento della manodopera.

La scoperta dell’acqua calda? In un certo senso, sì: sono anni che chi si occupa di sostenibilità nel mondo della moda denuncia i giganti del fast fashion per lo sfruttamento dei lavoratori nell’intera filiera di produzione e per le politiche ambientali inesistenti. Ma Shein sembra aver toccato il fondo.

Untold mostra alcuni video e audio registrati di nascosto da un collega di Amrani infiltratosi all’interno di due fabbriche che producono abiti e accessori per Shein a Guangzhou. Da essi si evince che gli impiegati degli stabilimenti lavorano 17-18 ore al giorno, e che di media hanno un giorno di riposo al mese (“Non esiste la domenica qui”, afferma un operaio). Il salario base è di 4,000 yuan mensili, circa 540 euro, anche se il primo stipendio è trattenuto dall’azienda. Ai lavoratori e alle lavoratrici è richiesta la produzione di cinquecento capi al giorno. In uno dei due stabilimenti, si viene pagati a pezzo prodotto: circa 40 centesimi l’uno. Ma se uno dei capi risulta fallato, vengono trattenuti al lavoratore due terzi della paga giornaliera. Le telecamere nascoste di Untold riprendono persino operaie che, per mancanza di tempo, si lavano i capelli in fabbrica durante la pausa pranzo.

Naturalmente tutto questo viola le leggi cinesi, ma Shein è stato veloce a diramare una comunicazione in cui dichiara che si impegnerà ad indagare. Come riporta il Guardian, l’azienda ha dichiarato di avvalersi di agenzie terze per condurre audit regolari, durante i quali viene verificato il rispetto delle leggi e degli standard lavorativi. Se vengono rilevate irregolarità, i fornitori hanno un tempo massimo per rimediare, se non dovessero farlo “Shein prenderà provvedimenti”. Interpellati da Insider, i portavoce dell’azienda si sono dichiarati “Estremamente turbati” da ciò che hanno visto nel documentario, perché quelle politiche aziendali “violano il Codice di Condotta che ogni fornitore Shein sottoscrive, che si basa su convenzioni internazionali e leggi locali”. Se dalle loro verifiche emergerà che il fornitore non rispetta questi regolamenti “chiuderemo la collaborazione che non si adegua ai nostri standard”.

Il fenomeno Shein, esploso durante la pandemia, rappresenta “L’industria del fast fashion sotto steroidi”, spiega l’inchiesta di Amrani. In effetti, il catalogo si Shein è immenso, pensato per essere scrollato senza arrivare mai a una fine, e i prezzi dei capi sono davvero low-low-cost (fra l’altro, a volte risultano copiati da piccoli brand e designer indipendenti). Valutato intorno ai 100 miliardi di dollari, i suoi introiti superano quelli di Zara e H&M messi insieme.

Untold non è certo la prima inchiesta sulla produzione della moda fast: in molti hanno denunciato le condizioni di lavoro e l’utilizzo delle risorse da parte di colossi dell’abbigliamento. È impossibile nel 2022 non sapere che dietro una produzione massiva e di costo così basso c’è lo sfruttamento della manodopera e delle risorse: quello di Untold sembra un film già visto, ma, come scrive Jack Seale nel recensire l’inchiesta “Il problema non è che le persone non sanno cosa comprano. Il problema è che non gli interessa”.