Le parole che cambiano la vita. Soprattutto ai propri figli

Le parole che cambiano la vita. Soprattutto ai propri figli
Perché il modo in cui ci rivolgiamo ai nostri figli può segnargli il destino. Ma anche come mai è importante non censurare il loro slang. Lo scrittore Enrico Galiano racconta della sua esperienza di padre e professore alla ricerca delle parole contro l’infelicità dei ragazzi

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Una parola può deviare il corso della vita di una persona. Ne è convinto Enrico Galiano, scrittore e professore delle medie nella periferia di Pordenone. L’ultimo romanzo si chiama La Società Segreta dei Salvaparole (Salani) e racconta la storia di una banda sgangherata di ragazzini che vivono un’avventura fatta di missioni clandestine, messaggi in codice e rapimenti per salvare le parole, che misteriosamente stanno sparendo.

Perché sì, secondo lui le parole sono come sliding doors, – anche se per i suoi lettori la citazione del film del 1998 con Gwyneth Paltrow è preistoria. “Penso davvero che il mondo sia pieno di persone infelici perché qualcuno gli ha detto parole sbagliate: è nata da questa consapevolezza l’idea di scrivere questo libro”. 

Ci fa un esempio? 

“Certo, ma in positivo. Tra i miei alunni c’era un ragazzo molto intelligente ma poco studioso, con una situazione famigliare complicata. Io e lui eravamo i primi ad arrivare la mattina in classe, quindi spesso avevamo occasione di chiacchierare. Un giorno gli dissi che lo avrei visto bene a fare il dottore, perché era sempre molto informato sul Covid. Lui è scoppiato a ridere, replicando: “Ma professore mi ha visto? Io i pazienti li ammazzerei!”. Poi però all’esame di terza media, un collega gli ha chiesto i progetti per il futuro e lui, molto serio, ha detto che da grande vorrebbe fare il medico. A volte abbiamo bisogno di essere visti, per riuscire a vederci. E le parole aiutano”.  

Durante la pandemia le si è messo a girare video in cui spiegava nuove parole. Come mai? 

“Ho agito d’istinto: la prima settimana in cui eravamo tutti chiusi in casa ho abbandonato la Dad per fare questi video: ogni giorno spiegavo l’etimologia di un vocabolo in quattro minuti circa. Ho capito solo con il tempo che ero riuscito a intercettare inconsapevolmente il gran bisogno di parole che avevamo in quel momento storico. La cosa sorprendete è stata che io facevo questi video per i miei 20 alunni, ma poi alcuni hanno raggiunto le 200 mila visualizzazioni”. 

Quindi secondo lei gli adolescenti hanno fame di parole? 

“Sempre. E infatti adolescente significa colui che si deve nutrire”. 

Non sempre, però, sembrano felici di nutrirsi di nuove parole...   

“La prima reazione è spesso di repulsione, come se il loro cervello non le accogliesse con gioia. Ma poi inizia la fase di scoperta e quella di interiorizzazione e all’improvviso, magari anche mesi dopo, ti sorprendono usando parole spiegate mesi prima”. 

Il filosofo Umberto Galimberti dice che gli esseri umani possono pensare solo quei pensieri di cui hanno le parole, quindi chi ne ha poche necessariamente pensa poco. Condivide questa tesi? 

“Certo, tanto più nell’adolescenza, il momento in cui avere le parole giuste per definire le emozioni è importantissimo, perché aiuta ad addomesticarle, a gestirle”. 

Poi però i ragazzi, tra loro, parlano in slang. 

“Sì, hanno un intero vocabolario parallelo, spesso a noi quasi incomprensibile perché raccoglie suggestioni del loro mondo, dai social ai videogiochi. Per esempio, dicono triggerare, killare... io chiedo sempre loro di spiegarmi le loro parole perché ne sono affascinato. In fondo anche grandi scrittori come Gianni Rodari e James Joyce hanno coniato termini nuovi, no?”. 

Come la mettiamo con le parolacce? Anche quello è slang da tutelare? 

“La scoperta del turpiloquio è fisiologica, fa parte del passaggio da bambino a ragazzo. Anche nel linguaggio, insomma, si gioca una parte del distacco dalla famiglia: i figli dicono le parolacce davanti ai genitori come provocazione, per ridefinire i confini. Il compito dell’adulto è quello di spiegargli i diversi contesti: se mi chiudo il dito nella portiera posso dirle, serve a scaricare il dolore. Ma se partecipo a un ricevimento, no. Penso che l’importante sia non censurare, ma spiegare. D’altra parte lo scrittore Niccolò Ammaniti è presente in moltissime antologie scolastiche ma i suoi libri, poi, sono pieni di turpiloqui”.  

Il suo libro a che età si rivolge? 

“L’ho scritto pensando ai ragazzi di prima e seconda media. Però in realtà i libri li decide chi li legge, non chi li scrive. So per certo, per esempio, che è piaciuto anche a molti bambini di quarta elementare. E la sa una cosa?”. 

Cosa? 

“Nessuno odia leggere, semplicemente non trova il libro giusto”. 

Lei ha una bambina di 5 anni: quale pensa che sia il modo migliore in cui un genitore può regalare parole ai propri figli? 

“Raccontandogli e leggendogli storie: questo è il regalo più bello che noi genitori possiamo fargli per regalargli parole. Mia figlia la mattina non si sveglierebbe mai, e allora le racconto una storia: al posto della buonanotte, noi abbiamo il rito di quella del buongiorno. Se mi interrompo, lei a un certo apre gli occhi e dice “E poi, papà, che succede?”. 

 

 

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