Storia del cotone e di come ha cambiato le nostre vite

Questa pianta così umile ha modificato il nostro destino: non solo quello degli occidentali, che grazie ad essa hanno accumulato grandi ricchezze, ma anche quello di tutto il resto del mondo. Ecco una breve storia del cotone, che parte dal VI millennio a.C. passa per la vergogna dello schiavismo, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, e approda nei nostri armadi sotto forma di abbigliamento pratico e di qualità. E soprattutto ecologico
5 minuti di lettura

Il cotone è stato a lungo il re delle fibre in tutto il mondo. Un regno che è durato sino a che non si sono affermate le fibre sintetiche che lo hanno spodestato, almeno in parte, anche perché il cotone resta la più amata delle fibre. Da dove viene il cotone? In Africa è sempre stata una coltura molto diffusa. Intorno all’anno 1000 i viaggiatori provenienti da vari paesi l’avevano vista in quel continente.

Un viaggiatore arabo, al-Bakri, ne riferisce per iscritto nel 1068. Durante un attraversamento del Mali vede nei pressi delle abitazioni i cespugli con cui si ottiene un cotone molto fine. Questo prodotto della raccolta veniva scambiato con il sale, il pesce, il burro la carne, segno della sua notevole reputazione, come spiega Kassia St Clair in La trama del mondo (tr. it. di Claudia Durastanti, Utet). In Europa si pensava ancora nel corso del Settecento che il cotone fosse una merce recente. Oggi gli scienziati, utilizzando le sue sequenze del Dna, hanno appurato che il cotone detto Gossypium è comparso tra i dieci e venti milioni di anni fa. La pianta predilige le temperature miti, attorno ai 15 gradi, là dove non ci sono abbassamenti troppo forti durante l’inverno con ripetute presenze del ghiaccio, e dove le piogge non sono costanti – una media ideale di 50-60 centimetri di piogge l’anno, con una preferenza della caduta nei mesi della sua maturazione. Queste caratteristiche fanno sì che il luogo migliore per le piante del cotone si trovi tra i 32 gradi di latitudine sud e i 37 nord, con l’inclusione delle terre aride di Africa, Australia, America Centrale e del Sud.

Le specie censite di Gossypium sono circa cinquanta e sono differenti sia per altezza che per dimensioni; alcune specie sono tipiche di alcune zone dell’Africa e dell’Asia. Dopo che è stata seminata, in 160-200 giorni le piante producono un baccello i cui semi, scrive Kassia St Klair, sono avvolti da filamenti di fibre di cellulosa di colore chiaro. Quando il baccello si rompe appaiono i batuffoli bianchi, soffici e gonfi; sono come chicchi di mais che esplodono alla pari di popcorn. L’origine dell’uso del cotone è indiana, della Valle del fiume Indo, dove sin da epoche remote si producevano stoffe e cordami di cotone. Gli archeologi hanno scoperto tombe del Neolitico con la presenza di tessuti e ornamenti contenenti fibre di lino e di cotone. Si è arrivati a datare al VI millennio a.C. la presenza del cotone in remoti centri abitati e sepolture. Senza contare le scoperte recenti nel cono sud dell’America: nel nord del Perù, ad Huaca Prieta, sono stati reperiti frementi di cotone tessuto tinto con indaco, che sono datati quasi seimila anni fa.

C’è poi un altro aspetto interessante: da pianta alta con uno sviluppo selvatico, attraverso i secoli il cotone è stato trasformato in una pianta più piccola e bassa per poterla meglio coltivare e raccoglierne agevolmente i frutti. Nonostante questo nel passato si trattava di una raccolta che necessitava molto lavoro, almeno fino a quando non sono stati introdotti i macchinari per farlo. La raccolta e la cernita del cotone si faceva in passato tutta a mano. Le fibre troppo corte venivano scartate, perché era difficile lavorarle, quelle lunghe, le cosiddette “filacci”, erano sgranate in un processo che toglie i semi senza rovinare le fibre più delicate. Poi si provvedeva a cardarle per non guastare le fibre più delicate, quindi venivano disposte in maniera parallela prima di essere filate su una rocca grazie a un fuso; da qui si passava alla stoffa. Un lavoro prettamente femminile la filatura, almeno nel passato, mentre la tessitura in India e nell’Africa del Sud-Est era una prerogativa maschile.

Nel 1497 il cotone arriva in America attraverso un seme piantato dopo la circumnavigazione di Vasco De Gama, per quanto fosse stato proprio Colombo a credere di avere raggiunto le Indie nel 1492 sbarcando su una isola caraibica dove aveva trovato arbusti di cotone. La storia delle piantagioni nel Sud degli Stati Uniti è diversa ancora. Con il suo viaggio attraverso il Capo di Buona Speranza il navigatore aprì un accesso ai tessitori indiani, che passavano in precedenza via terra per la Via della Seta. Qui inizia una storia che ha avuto conseguenze molto pesanti nelle vicende europee e americane: la tratta degli schiavi. Le stoffe di cotone venivano usate dai commercianti per alimentare il mercato degli schiavi. Perché? In America nascono delle piantagioni sempre più vaste che hanno bisogno di una mano d’opera a buon mercato, problema annoso e di difficile soluzione, viste le dimensioni per ottenere profitti rimarchevoli. La popolazione locale dell’America non era sufficiente, in più era stata toccata da malattie importate dall’Europa, e bisognava trovare nuovi lavoratori. Così le stazioni commerciali sulle coste dell’Africa diventarono i terminali di questo tremendo commercio che avrà naturalmente conseguenze destinate a durare secoli: la guerra civile americana, la questione dei neri americani, oltre a quanto poi lo schiavismo incise sulla depressione dell’Africa nel corso di due secoli. Tra il XVI secolo e il XIX furono oltre 8 milioni le persone prelevate con la forza dall’Africa. Contribuirono alla tratta spagnoli, portoghesi, francesi, olandesi, danesi e inglesi. Alcune nazioni diventarono ricche con questo, e la produzione di zucchero, tabacco e cotone, si fondò su un duraturo regime schiavistico. L’accumulo di ricchezza fece decollare anche la rivoluzione industriale o meglio: cotone e zucchero crearono di fatto quella rivoluzione.

Edgar Degas, Mercanti di cotone a New Orleans del 1873 

C’è un libro recente di Sven Beckert, L’impero del cotone (tr. it. di Andrea Asioli, Einaudi), che racconta i dettagli di questa vicenda. Il libro si apre con un dipinto famoso di Edgar Degas, Mercanti di cotone a New Orleans del 1873. Siamo al culmine della storia del cotone. Chi guardava per la prima volta il quadro esposto in quell’anno in una mostra, o in uno spazio pubblico, non avrebbe certo previsto che nell’arco di meno di un secolo, nel 1960, tutto questo sarebbe finito. In quella data la maggior parte del cotone grezzo, dei filati e dei tessuti, ricominciò ad arrivare dall’Asia, dalla Cina, dall’URSS e dall'India e non più dall’America per essere trattato e commercializzato in Gran Bretagna. In quell’anno finisce il dominio sul cotone di queste due nazioni. Lì comincia un’epoca nuova.

Per circa novecento anni, dal 1000 al 1900, la più importante industria manifatturiera  è stata quella del cotone e ancora oggi, per quanto superata da altre industrie, tra cui quelle legate al digitale e alla distribuzione dei prodotti, essa resta di primaria importanza sia per l’occupazione sia per il commercio globale. Nel 2013, dopo la grande crisi del 2008, sono stati prodotti 123 milioni di balle di cotone, ognuna del peso di 400 libbre, che sono sufficienti a fabbricare venti magliette per ogni abitante della Terra. Accatastate l’una sull’altra, le balle creerebbero una torre alta 64.000 chilometri; disposte orizzontalmente, coprirebbero una volta e mezzo la circonferenza della Terra. Il cotone è il tessuto delle nostre vite e oggi sembra aver conosciuto una nuova popolarità rispetto ai tessuti sintetici, meno di moda e meno amati per ovvie ragioni ecologiche.

Balle di cotone 

Proviamo a immaginare cosa sarebbe il nostro mondo senza il cotone? Ci sveglieremmo la mattina in un letto di paglia o ricoperto da una pelliccia; poi ci rivestiremmo di indumenti fatti di lana oppure di lino, a seconda del luogo dove viviamo e del clima che troviamo fuori casa, ma anche seguendo la disponibilità di denaro di ciascuno; se si hanno i mezzi, si può infatti anche usare la seta. Tuttavia lavare i vestiti non di cotone non sarebbe così facile, per questo saremmo costretti, come i nostri antenati, a portarli a lungo: puzzerebbero ben presto, e poi si rovinerebbero rapidamente. Se dovessimo invece rivolgersi alla lana avremmo bisogno di 7 miliardi di pecore per sostenere il fabbisogno mondiale di tessuto, quindi servirebbero 700 milioni di ettari di terreno, una superficie che supera di 1,6 volte l’attuale Unione Europea. Il cotone ha assunto un ruolo così decisivo che non riusciamo a pensare di farne senza. Questa pianta così umile ha modificato le nostre vite, ma non solo quelle degli occidentali, che hanno accumulato grandi ricchezze, ma anche quelle di tutto il resto del mondo. Quando indossiamo una T-shirt, o ce la togliamo per metterla in lavatrice – un oggetto tecnologico decisivo per il cotone e per la vita famigliare – non pensiamo certo a tutto questo. Forse è un bene, ma saperne qualcosa di più non è mai male. Serve.