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In buona compagnia

8 minuti di lettura

Flora non stava cercando l’anello quando lo trovò. Era intenta a rovistare in un vecchio schedario in garage, alla ricerca di una fotografia dell’estate in cui Ruby aveva cinque anni, tredici anni prima. Anni lunghi? Brevi? Tutt’e due, a seconda di come li considerava. Flora si era svegliata con quella foto in mente e sapeva che doveva essere in casa da qualche parte: era passata dall’orrendo sportello marrone del frigorifero nel Greenwich Village a un altro ancora più orrendo a Los Angeles («Com’è possibile che abbiamo vis¬suto in due case alle estremità opposte degli Stati Uniti, e in entrambe i proprietari avessero messo un frigo marrone?» aveva chiesto a Julian), finché l’orrendo apparecchio numero due aveva esalato l’ultimo respiro un mattino d’agosto e lo avevano sostituito con un modello più elegante, d’acciaio, a cui non si potevano applicare calamite. Flora aveva spostato la foto su una bacheca nella piccola veranda che chiamavano «ufficio», ma i bordi avevano iniziato ad arricciarsi e così l’aveva riposta in un cassetto, al riparo dalle offese del tempo e dall’attenzione implacabile del sole californiano. Aveva svuotato i cassetti un paio d’anni prima, dopo essere stata scelta come doppiatrice di Leona, la leonessa impertinente, nella serie animata Griffith, quando avevano trasformato l’«ufficio» nello «studio», uno spazio in cui avrebbe potuto registrare le proprie battute da casa quando avesse voluto. Dove aveva ficcato il contenuto di quei cassetti? Non avrebbe mai buttato via una foto, soprattutto non quella.

«Non abbiamo già un mucchio di regali per Ruby?» aveva chiesto Julian, frugando nel proprio comodino nel tentativo di aiutarla, ma riuscendo a creare solo disordine. Avrebbero festeggiato il diploma della figlia quella sera e Flora voleva incorniciare la fotografia e regalargliela. Una tenera sorpresa.
«Si potrebbe far sparire un bel po’ di quella roba», osservò Flora sbirciando le carabattole che Julian stava estraendo dal mobile e trasferendo sul letto: un assortimento di occhiali da lettura, cavi di vecchi computer, tubetti vuoti di aspirina, alcuni copioni stropicciati. Avrebbe ignorato il suggerimento. Dopo vent’anni di matrimonio, erano tracciati i confini tra i luoghi in cui le era concesso di esercitare il proprio desiderio di ordine e quelli che aveva imparato a ignorare.
«Ehi! Questi faranno comodo a Ruby.» Julian sventolò una grossa mazzetta di euro, arrotolati e fissati con un elastico. Alla fine del mese, Ruby sarebbe andata in Spagna con la famiglia del suo ragazzo, dopodiché si sarebbe riunita con Flora e Julian alla casa di Stoneham, nel nord dello Stato di New York, la stessa che compariva nella foto smarrita di tanti anni prima.

«Sarebbe bello rifare la stessa foto quest’estate», riflet¬té Flora. «Se venissero anche David e Margot, potremmo pensarci.» Julian lanciò il rotolo di banconote dalla parte del letto di Flora, soddisfatto di sé. Tre anni prima, davanti all’ufficio cambi dell’aeroporto Charles De Gaulle, avevano litigato sull’opportunità di cambiare di nuovo gli euro in dollari. Lo ricordava con precisione. Nel terminal faceva un caldo infernale, per via di un guasto all’impianto di condizionamento. Tutti e tre erano intorpiditi e irritabili per gli stravizi: formaggio e baguette di giorno, foie gras quasi tutte le sere, croissant, cioccolato, vino. La quindicenne Ruby era di pessimo umore. «Non sono affatto un’ingrata. Ho detto solo che i parigini sono fin troppo altezzosi, contando che non riescono nemmeno a far funzionare l’aria condizionata. Che c’è di male?»
Ruby aveva sempre patito il caldo, sin da piccola. Le prime estati trascorse con lei al Greenwich Village erano state un incubo. Supplicava di andare via dal parco giochi, non voleva mettersi il cappello, le guance chiare si facevano paonazze, un fastidioso eritema le ricopriva le cosce grassocce.

«L’anno prossimo possiamo per favore andare al mare, a luglio? In qualche posto con l’aria condizionata, dove non mi ritrovi sudata fradicia prima di mezzogiorno?» Sollevò un braccio, indicando furiosa la chiazza di sudore sotto l’ascella. «Questa camicetta è rovinata, mamma. L’ho appena presa, a Los Angeles una silhouette come questa non si trova, ed è già rovinata!»
«Okay, okay.» Julian le posò una mano sulla spalla per calmarla. «Andiamo a cercare qualcosa di fresco da bere.» Poi fece l’occhiolino a Flora, un segnale per rassicurarla che stavano dalla stessa parte. In quel momento avevano notato entrambi quanto la figlia ricordasse Margot. Silhouette, altezzosi: non erano parole tipiche di Ruby.
Che Ruby adorasse – venerasse – la migliore amica di Flora era un bene. E non c’era da stupirsi che Margot, che non aveva figli, e Ruby, che era figlia unica, fossero così legate. La camicetta rovinata era un regalo di Margot, comprata in una piccola boutique del Sixième in cui Flora non si sarebbe mai azzardata a fare acquisti. Troppo cara. Troppo intimorente. Ne aveva discusso seccata con Margot la sera prima, durante la cena in un minuscolo bistrot, quando entrambe avevano bevuto un po’ troppo e alzato un po’ troppo la voce. Margot e il marito, David, avevano portato Ruby con sé durante il pomeriggio ed erano ricomparsi carichi di acquisti. Ruby aveva gli occhi scintillanti, era di ottimo umore e per una volta non si era lamentata del caldo.

«È troppo», protestò Flora mentre Ruby apriva un sac¬chetto dopo l’altro, mostrando il bottino: la camicetta rosa carico, un paio di sandali da gladiatore bianchi che Flora trovava orrendi, un foulard nero di un celebre stilista rico¬perto di minuscoli teschi, una borsa di pelle scamosciata bordata di frange. «Vanno di moda così adesso?» chiese Flora, passando le dita sulla pelle marrone. «Mamma», si spazientì Ruby. «Ma certo.»
Era tutto appariscente. Tutto costoso. Flora era irritata con Ruby per aver accettato tanti doni, ma si rendeva anche conto che Margot sapeva essere molto testarda, e che maneggiava la propria generosità come una clava: Ecco! Prendi questo, prendi, prendi! A volte era impossibile resistere alla sua forza.
«Niente di che.» Margot respinse con un gesto le obiezioni di Flora, posando i sacchetti dietro il tavolino ingombro. «Era tutto in saldo.» David scrollò le spalle, affabile e cordiale come al solito: Se Margot vuole così…

Ma Flora si sentiva già in debito per l’appartamento che avevano affittato. Come sempre, quando viaggiavano con Margot e David, era evidente che fossero loro due a coprire la maggior parte delle spese; era impensabile che la «metà» di Flora e Julian – la cifra del tutto ragionevole che Margot aveva indicato come loro quota – coprisse il cinquanta per¬cento dell’enorme, spettacolare appartamento a pochi passi dal Jardin du Luxembourg. «Magari ha preso anche questo con le miglia», aveva commentato sarcastico Julian mentre disfacevano i bagagli, riferendosi a come Margot avesse insistito per acquistare i biglietti aerei di tutti perché aveva molte «miglia» da utilizzare.
Quel giorno all’aeroporto, in Francia, Flora non ave¬va avuto la forza di litigare con Julian sull’opportunità di cambiare i contanti con cui avrebbero potuto pagare il taxi che li avrebbe riportati a casa o una cena da asporto quella sera. Voleva solo evitare discussioni. Rientrare. Riottenere l’attenzione della figlia, perché, in tutta sincerità, il vero motivo per cui Flora si era seccata per quegli acquisti era che da dieci giorni Ruby pendeva dalle labbra di Margot, imitava i suoi gesti, la sua intonazione, e una sera l’aveva persino chiamata – scherzosamente, ma forse con un fondo di verità? – mon autre mère.

Flora scese e si versò una tazza di caffè, aggiungendo un goccio di panna di mandorle che Ruby l’aveva convinta a usare al posto di quella vera. («Scusa, mamma, ma alla tua età i latticini sono praticamente veleno.»)
Guardò fuori dalla finestra del soggiorno. Era presto, il sole stava appena spuntando, tingeva il cielo di un azzurro acquoso alla Monet e illuminava da dietro i grattacieli di Downtown. Primi di giugno a Los Angeles. Mattina nuvolosa come da stagione. Una bassa e densa foschia marina avvol-geva le case in fondo alla collina, trasformando il quartiere nel villaggio nascosto di una favola.
Julian prese lo zainetto e le chiavi dell’auto e salutò Flora con un bacio. Era il suo ultimo giorno di riprese prima della pausa estiva. Non era ancora abituata ai capelli più lunghi del solito, alle basette enormi che si era fatto crescere per interpretare il suo nuovo ruolo, un piedipiatti nella New York degli anni Settanta. Un poliziotto buono, ovvio; un agente che indagava in segreto contro la corruzione e gli insabbiamenti. Julian veniva scelto quasi sempre per le parti da buono, aveva la faccia giusta. La serie era appena stata confermata e, per la prima volta nella loro vita di coppia, avevano entrambi ruoli desiderabili, rinnovi per la stagione successiva, quasi due mesi di libertà davanti senza la preoccupazione di quali lavori sarebbero potuti arrivare nel resto dell’anno. Julian attirò a sé Flora e le sussurrò all’orecchio: «Sant’Antonio di velluto, fammi ritrovare quello che ho perduto». La vecchia preghiera che la madre di Flora recitava a gran voce ogni volta che perdeva qualcosa, come se Sant’Antonio abitasse nell’appartamento di sopra e, chiamandolo, lei potesse far¬lo scendere di corsa a cercarle gli occhiali da lettura o un guanto smarrito.

Julian la prendeva in giro e, anche se Flora non pregava più né Sant’Antonio né nessun altro, conservava alcuni piccoli rituali superstiziosi riguardo agli oggetti smarriti. Uno era passare il pollice sulla linea sottile della vera nuziale di sua madre, una modesta fascetta di oro bianco che portava alla mano destra sin da quando lei era morta. Lo eseguì subito. Un gesto minuscolo di conforto.
Dove poteva essersi nascosta quella foto? Poi un lampo, un’idea. Quando avevano realizzato la postazione di regi¬strazione domestica, aveva trasferito in garage un mucchio di fascicoli e documenti, riponendoli nel grande schedario che possedevano da quando era incinta di Ruby, quello che avevano trovato nella Ventitreesima Strada a Manhattan ai tempi in cui la zona era costellata di negozi di mobilio per ufficio e loro due dovevano arredare la cameretta della bambina.
«È perfetto», aveva esclamato Julian davanti allo schedario di metallo bianco e lucido.
«Per la cameretta?»
«Se non altro è bianco.»

Flora si oppose. Avevano una culla e un fasciatoio di seconda mano, e voleva acquistare qualcosa di nuovo per lo spazio minuscolo che sarebbe diventato la cameretta di Ruby. Desiderava una sedia a dondolo, una libreria o una cesta per i giocattoli; non le sembrava giusto piazzare uno schedario in un angolo della stanza della bambina; erano i primi anni Duemila, quando ancora l’arredo della nursery non rifletteva il buon gusto e il rigore intellettuale dell’intera famiglia, e non spopolavano le decorazioni danesi da appendere al soffitto, i murales di foreste incantate, le librerie colme di albi scelti con cura e quelle piccole lampade quadrate che riflettevano tutta la notte sulla parete il sole, la luna e le stelle.
Lo schedario però era necessario e pratico e, come dovette riconoscere, fu un buon acquisto. Torreggiava nella «nursery» di Ruby, e fu molto usato. Flora e Julian lo trasferirono dal minuscolo appartamento nel West Village alla prima casa che affittarono a Los Angeles, dove sembrò rimpicciolirsi una volta collocato in uno spazio più ampio. Quando acquistarono la casa a Los Feliz, il robusto schedario venne relegato nel garage in cui nessuno metteva mai al riparo l’auto, perché non nevicava mai e negli ultimi anni aveva piovuto a malapena.
Nei primi tempi del loro matrimonio, lo schedario divenne un compromesso tra le tendenze quasi da accumulatore seriale di Julian e l’odio di Flora per il superfluo. «Gli archivi»: così Julian definiva il contenuto del mobile, scherzando solo a metà. Solo a metà perché una volta le confessò che già da ragazzo aveva preso a conservare e catalogare tutto ciò che lo riguardava, convinto che un giorno sarebbe diventato famoso. Quella rivelazione non la sorprese; anche lei da giovane aveva cullato lo stesso sogno di diventare un’attrice, e nella sua tenera immaginazione ciò avrebbe comportato una certa fama, ma non le era mai venuto in mente di avviare i preparativi per una narrazione futura della sua storia.

Una volta, aveva trovato il coraggio di confidare il sogno a voce alta alla madre, mentre lavavano insieme i piatti in cucina. Josephine rise. «Tutte le ragazzine pensano che di¬venteranno una star.» Flora non le credeva. Non era possibile che proprio tutte pensassero che sarebbero diventate famose, e nemmeno che lo volessero. Minnie Doolin, che aveva sempre il moccio al naso e i gambaletti che le scendevano? Rosemary Castello, che in quarta elementare era stata rim¬proverata davanti a tutta la classe da suor Demetrius perché si era imbottita il reggiseno con fazzoletti di carta colorati che si vedevano sotto la divisa bianca della scuola? Flora non ci cascava.
Che Josephine avesse creduto di diventare famosa era non solo comprensibile ma una leggenda famigliare consolidata, la storia della propria gioventù che Josephine raccontava più spesso. I provini, l’agente di casting che l’amava e desiderava portarla a Los Angeles. «Voleva fare di me la nuova Elizabeth Taylor.» Glissava sugli anni in cui aveva continuato – senza successo – a fare provini per Broadway o per annunci pub¬blicitari radiofonici o televisivi. Sul matrimonio con il padre di Flora e la rapida dissoluzione di quel rapporto. L’apparta¬mento in cui era cresciuta Flora era come un tempio dedicato alla breve carriera teatrale della madre. Varcando la soglia del piccolo trilocale sopra una panetteria a Bay Ridge, non si sarebbe mai pensato che Josephine avesse fatto l’attrice per quattro anni soltanto, e la centralinista in un albergo per trentacinque.
«Okay, madamigella Ricca e Famosa, datti da fare con questa.» La madre di Flora le passò la pentola degli spaghetti dal fondo di rame. «Usa il detergente speciale. Falla brillare, devi potertici specchiare.»
Ripensandoci ora, Flora si domandava se fosse un destino comune: i ragazzi che aspiravano a diventare famosi si dedi¬cavano a catalogare la propria vita con cura e precisione – gli archivi – mentre le ragazze venivano incoraggiate a usare una varietà di prodotti detergenti su una pentola.


Cynthia D’Aprix Sweeney,
In buona compagnia,
Frassinelli, traduzione di Silvia Fornasiero,
306 pagine, 19 euro