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Controvento. Clarice Lispector, dal Brasile alla Polonia fino a quell'ultimo passo non fatto verso casa

Nell'estate del 1962, l'autrice brasiliana decise di partire da Rio per andare a Varsavia. In Polonia l'aspettava l'ex marito divenuto ambasciatore. La scrittrice febbrile e inafferrabile aveva attraversato già molte volte l'Oceano. Ma mai come in quell'occasione era arrivata così vicina alla propria terra d'origine. Un luogo che fino ad allora non aveva mai veduto

(in foto: la statua dedicata a Clarice Lispector a Copacabana)
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Attraversare più di una volta l'Oceano e fermarsi a pochi passi dalla casa dove ogni cosa aveva avuto inizio. Tutto era unico in Clarice Lispector. La scrittura, l'immaginario, il volto, lo sguardo, il sorriso. Il suo cuore selvaggio. Persino ogni parola pronunciata con estrema attenzione durante le rare interviste che concedeva. La sentivi, ti catturava e poi ti eludeva. I suoi viaggi interminabili. Le sue fughe. Si allontanava e si avvicinava. Era come le onde di un mare imperscrutabile. Impossibile non continuare a pensare a lei, anche quando smettevi di leggerla. Così come, anche quando si è lontani dalle onde, non si riesce a smettere di pensare al mare.


Nel giugno del 1959 era partita da Washington D.C. per tornare a Rio De Janeiro. Negli Usa, sette anni prima, aveva comprato con Maury Gurgel Valente, il marito diplomatico, una casa al 4421 di Ridge Street nel sobborgo di Chevy Chase, in Maryland. Era lì che era nato il secondo figlio Paulo. La separazione, a Clarice, era sembrata ineluttabile. Mai arrestava il pensiero, ma sospendeva la febbrile ricerca di sé. Così dovette cedere a ciò che sapeva dai primi giorni: non era fatta per vivere per sempre con qualcuno. Fuggì dalla gabbia. E tornò appunto in Brasile insieme ai due figli. A Rio dovette cominciare di nuovo tutto. Quasi come le era accaduto, poco dopo essere nata, quando con i genitori era partita da Chechelnik, un piccolo paesino dell'Ucraina, con il nome di Chaya, per andare a vivere in Brasile diventando Clarice.

Clarice Lispector (cropped)

Le era accaduto di attraversare l'Oceano anche quando, neppure ventenne, aveva deciso di trasferirsi in Europa per seguire il giovane diplomatico che aveva conosciuto tra i banchi all'università. Nell'estate del 1944 intraprese un giro lunghissimo per ricongiungersi con lui. Un percorso mai veduto. Prima da Rio fino a Natal, nel Rio Grande do Norte. Poi da lì fino alle Isole di Acensione. Poi in Liberia, a Rabat e Casablanca. E ancora: Il Cairo, Atene e Roma. E poi Napoli. Da lì, a un suo amico carissimo, scrisse scusandosi, "perdonami, non so proprio come scrivere lettere di viaggio, anzi non so neppure viaggiare".


Qualche mese prima di quel viaggio interminabile era stato pubblicato Vicino al cuore selvaggio, il suo libro d'esordio che aveva impressionato tutti. Tra le pagine, nel descrivere la giovane monologante protagonista scrisse che: "Sentiva dentro di sé un animale perfetto, pieno di contraddizioni, di egoismo e di vitalità". Ciascuno si chiese chi fosse quella ragazza di diciannove anni di nome Clarice capace di scrivere un simile esordio e guardare alle cose con originalità: "Osservava superficialmente la casa piena di sole, a quell’ora, i vetri altezzosi e brillanti come se fossero loro la luce". Lei, quasi indifferente a tutto, si lasciò dietro di sé, senza chiedersi se fosse opportuno o meno, quella scia di successo. Non le interessava divenire un mito, non desiderava stare al centro dell'attenzione, non intendeva dire la sua su tutto come sarebbe capitato a molti. A lei interessava essere una persona reale, di comprendere il grande grido eterno.

Con il marito girò quasi tutta Europa. Vissero a Berna. In Inghilterra. E in molti altri posti. Andarono e tornarono. Attraversarono insieme l'Oceano diverse volte. Tornarono in Brasile. Si trasferirono negli Stati Uniti. Clarice aveva continuato a scrivere ma poi si era quasi fermata. Era divenuta madre. Aveva continuato, come in tutta la sua vita, a colpire chiunque la incontrasse. Anche incutendo timore con le domande dirette che era solita rivolgere. Chico Buarque, il compositore brasiliano, raccontò che a Rio, negli anni successivi al rientro di lei, una sera venne invitato da Clarice a cena. Per timidezza, si fece accompagnare da un paio di amici e da Vinicius de Moraes che di Clarice era innamorato senza alcuna speranza. A casa di Clarice, i quattro, in attesa della cena, cominciarono a parlare. Le voci, il fumo delle sigarette, le idee. Le ore trascorrevano e Clarice non sembrava aver organizzato nulla. Infine, a tarda notte, lei li salutò e li fece uscire. Inspiegabilmente, senza offrire la cena per cui li aveva invitati. Clarice era come il mare. Si avvicinava e si sottraeva. Al pari del mare, nessuno riusciva a farne a meno.

Anche l'ex marito. Così anche quando divenne ambasciatore del Brasile a Varsavia nel marzo del 1962, la prima cosa che pensò fu quella di invitarla insieme ai due figli ancora piccoli. Desiderava che lo raggiungessero. Sperava ancora di riuscire a riavvicinarsi a lei. Clarice ci pensò a lungo. Gli amici la sconsigliavano. Lei infine, non sappiamo davvero il perché, decise di attraversare di nuovo l'Oceano. Aveva quarantadue anni. Poco prima, a giugno, aveva pubblicato il racconto Minerinho. Era ispirato a quel che era accaduto una notte a Rio de Janeiro quando un criminale carioca, di nome José Miranda Rosa, era stato ucciso a colpi di pistola dalla polizia. Tredici colpi. Per qualche ragione, ciò che era accaduto aveva molto colpito Clarice. Mineirinho aveva commesso numerosi crimini. Ma c'era qualcosa d'altro che aveva toccato Clarice. Forse la morte violenta a cui quell'uomo era stato obbligato. La furia del potere. Forse qualcos'altro ancora. Sempre si rimane a pensare a Clarice e alle sue intenzioni.


A Varsavia, in quei giorni dell'estate del 1962, la rappacificazione con il marito non avvenne ma Clarice arrivò vicinissima alla propria casa di origine, a Chechelnik. Vicina come non era arrivata mai in tutta la sua vita. Un rappresentante sovietico, in uno di quegli incontri tra diplomatici, che conosceva i suoi libri e le sue origini, le offrì un viaggio fino alla cittadina natale. Non sappiamo cosa avvenne subito dopo quell'offerta. Forse Clarice si prese del tempo, forse rispose subito. Chissà. Sappiamo solo che lei, dopo molto tempo, dopo essere ritornata in Brasile con Pedro e Paulo, in un giorno di giugno di alcuni anni dopo, in un articolo per un giornale brasiliano, scrisse: “Ricordo un pomeriggio, in Polonia, a casa di uno dei segretari dell'ambasciata, uscii da sola sul terrazzo: una grande foresta nera agitata mi indicava la strada per l'Ucraina. Ho sentito la chiamata. Ma io appartengo al Brasile” Dalla Polonia ripartì senza visitare mai il luogo dove era nata. Attraversare l'Oceano, avvicinarsi come non mai alla propria origine, e poi ritrarsi ancora. L'ultimo passo che c'era da compiere, preferì non compierlo. Si rileggono più volte le sue parole, ma sempre rimane qualcosa che non si riesce a comprendere. Clarice si avvicina e si ritrae. Come le onde. Come il mare. Come qualcosa che amiamo e non riusciamo ad avere.

 

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi