Nomofobia, cos'è e come si cura l'ansia di non essere online

Il nome è un'abbreviazione di no-mobile-phone-fobia, ovvero, la paura di non poter usare il proprio cellulare. L'eccessivo utilizzo dei nostri device personali, infatti, oltre a compromettere la profondità delle cose che stiamo facendo, a livello lavorativo ma anche relazionale, può portare a pericolosi stati d'ansia e senso di smarrimento

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Se anni fa ci avessero detto che avremmo avuto la possibilità di essere sempre rintracciati probabilmente ci saremmo spaventati. Ci sarebbe sembrato strano che una chiamata potesse interrompere una passeggiata sulla spiaggia, una festa di compleanno o una chiacchierata con gli amici. Che si potesse cenare, in famiglia, con gli occhi puntati sullo schermo oppure dormire accanto al telefono acceso. Anche trovarsi a tu per tu con il partner, dirsi cose belle e contemporaneamente essere intenti a riprendere la scena sarebbe sembrata un cosa improbabile. Eppure adesso, con questo piccolo strumento magico sempre con noi, queste cose sono ordinarie. Non solo per i cosiddetti nativi digitali, cresciuti con un dispositivo in mano ma anche per i coloni digitali, i più grandi, assuefatti alla presenza tecnologica. Perché il cellulare, che riassume gli altri dispositivi, è ormai indispensabile. Soddisfa esigenze di apprendimento, sicurezza, vicinanza. È il nostro vero partner intimo, dal quale non ci stacchiamo neanche il tempo di una doccia.

Secondo alcune indagini tocchiamo il nostro cellulare centinaia di volte al giorno, per i risultati di una ricerca della società americana Dscout addirittura oltre duemila. Uno studio Apple rivela che sblocchiamo il telefono ottanta volte, circa sei ogni ora. Altri dati dicono che la maggiornaza degli utenti controlla il proprio dispositivo mentre parla con amici e familiari, che una buona parte lo fa anche nei momenti intimi, che gli adulti trascorrono in media quasi tre ore al giorno e più di cinque anni della propria vita sui social.
Questi numeri però non bastano per raccontare l'intensità della nostra vita mobile. Il cellulare è un'estensione di noi stessi, ci rende un po' tutti megalomani, in grado di raggiungere, vedere, imparare. Permette di essere là, in mezzo a quella mega rete di legami, di avere gli altri a portata di click, di gestire i rapporti, bulimici di relazioni, chiamate, messaggi. Ci fa sentire onnipotenti. Distrae dall'imbarazzo di avere a che fare con noi stessi nei momenti vuoti. Regala un rassicurante senso di controllo. La connessione, idealmente, sostituisce la relazione, la vicinanza. Al punto che se viene meno tecnicamente e il cellulare non prende, siamo fuori campo, si scarica la batteria, ecco che andiamo in tilt. Non avere copertura di rete, rimanere offline è come perdere protezione. Allora siamo come tagliati fuori, temiamo di perderci qualcosa.

Cosa è la nomofobia

Proprio questa sensazione di smarrimento e di ansia identifica la nomofobia, ovvero, la paura di non disporre, non poter usare il proprio cellulare. Una sorta di ansia da separazione. Il nome deriva dall'abbreviazione di no-mobile-phone-fobia utilizzato per la prima volta nel 2008 in un'indagine condotta dall'ufficio postale del Regno Unito dalla quale è emerso che oltre la metà degli utenti soffre di ansia se privato del proprio cellulare, soprattutto i più giovani. Ulteriori studi hanno poi evidenziato percentuali ben più alte.

La nomofobia non è inclusa nell'ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Si tratta di un disturbo controverso, che somiglia per certi versi a una fobia, a un disturbo d'ansia e a una dipendenza. È l'intensità con la quale sono espressi certi tratti a definirne il carattere patologico. Sentirsi come incatenati al telefono e angosciati se ne veniamo privati sono sensazioni piuttosto comuni, possono diventare ingestibili però per i più ansiosi, coloro che vivono il telefono come una coperta di Linus. Essere sempre connessi con lo smartphone può compromettere la profondità delle cose che stiamo facendo, a livello lavorativo ma anche relazionale, quando ad esempio interrompiamo quello che stiamo facendo per controllare notifiche e messaggi. Alcune evidenze ipotizzano inoltre che la presenza di questo dispositivo colpisca le abilità cognitive e influisca anche sulla produzione di dopamina.

Siamo tutti nomofobici

Per testare la nomofobia alcuni ricercatori della Iowa State University (Usa) hanno stilato un questionario di autovalutazione – reperibile on line – attraverso il quale però, molto probabilmente, risulteremmo tutti più o meno nomofobici. È costruito infatti su affermazioni che mettono d'accordo tutti gli utenti (ad esempio: Sarei infastidito se non potessi accedere alle informazioni sul mio cellulare/Cercherei di recuperare il segnale se lo perdessi/Proverei il bisogno di controllare il mio smartphone se per un po' non potessi farlo/ Se non lo avessi con me mi sentirei ansioso). Con la tecnologia che domina sempre più i nostri stili di vita, infatti, è avvenuto un grande cambiamento culturale, silenzioso.

Il cellulare ha ridefinito il modo di comunicare, di stare con gli altri. Si dice che siamo tutti soli con i nostri smarthphone anche quando stiamo insieme. Tecnicamente presenti, psicologicamente assenti. In parte forse è proprio così. Non a caso sentiamo parlare di trattamenti di depurazione tecnologica e di locali “smathphone free”. Senza sottovalutare però che l'uso smodato del cellulare può davvero esprimere disturbi psicologici, quando diventa schermo per rapporti dal vivo, convoglia attenzione e interesse esclusivamente sullo schermo, aliena, annulla la socialità. Quando rimanda a problemi di dipendenza (videogiochi, shopping, pornografia, rapporti romantici) o di relazione. Quando si parla di digital addiction, infatti, ci si riferisce a una vera dipendenza.