Safer internet day

Bambini e social media: la guida di Alberto Pellai per i genitori tra divieti, controllo e dialogo

In un mondo che non sa dire “no”, Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, ricercatore dell'Università di Milano e autore, invita i genitori a una presa di coscienza per concordare con i figli le regole per l’uso della rete

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La cronaca ha riacceso i riflettori sulla blackout challenge, ma non è una novità. Generazioni di ragazzini sono a conoscenza o hanno partecipato a questo “gioco”. Uno studio condotto in Canada nel 2008, ha rilevato che 79mila studenti - il 7% dei 12-17enni - avevano partecipato a una sfida con l’obiettivo di usare l’asfissia per raggiungere un breve istante di euforia. Fra il 1995 e il 2007, il Center for Disease Control and Prevention americano ha calcolato che 82 bambini e ragazzi fra i sei e i 19 anni sono morti per strangolamento. I numeri, fanno notare gli esperti, sono al ribasso, perché non tengono conto dei casi considerati suicidi e delle volte in cui il gioco non finisce in tragedia, ma in un ricovero in ospedale o in danni neurologici che arrivano fino alla disabilità mentale. Internet ha normalizzato questi comportamenti. Un dato per tutti: i 419 video esistenti sulla blackout challenge nel 2015, ha calcolato Università del Wisconsin, sono stati visualizzati 22 milioni di volte. I social, come il caso della piccola Antonella Sicomero dimostra, hanno aggiunto un ulteriore livello di pericolosità. La sola compagnia del proprio smartphone, infatti, preclude ogni possibilità di chiedere aiuto. Chiamati a risolvere l’equazione fra divieti e libertà, i genitori sentono il peso della responsabilità e si torna a parlare di limiti anagrafici mentre dal 9 febbraio scatta il blocco di TikTok Italia agli under 13.
“Il limite anagrafico esiste già”, ricorda Alberto Pellai, Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, ricercatore dell'Università di Milano e autore di “Tutto troppo presto” (DeAgostini), un saggio che tratta il rapporto fra sessualità e nuove tecnologie e, nella versione aggiornata uscita pochi giorni fa, tocca anche tocca anche il tema dei videogiochi e del controllo online. “Per poter usare Tik Tok, in teoria, bisognerebbe aver compiuto 13 anni, ma sono tantissimi i bambini che hanno accesso ai social ben prima limite previsto”. Con tutte le implicazioni del caso.

Un sistema di false sicurezze

“Il social, anche per gli adulti, è uno spazio di grandissima complessità, perché unisce le componenti della relazionalità e della socialità, senza però un contatto con la vita reale”, fa notare l’esperto. Una miscela potenzialmente esplosiva nelle mani di bambini e ragazzi: “Perché i social fanno sentire al sicuro. Il nostro cervello, infatti, ha settato i parametri di allarme basandosi sul principio di realtà. Se siamo per strada e sentiamo rumore violento, ci mettiamo subito in una condizione di allarme. Nella virtualità, invece, questo non avviene, perché la fruizione ha luogo in un ambiente familiare che ci fa sentire protetti”. Questa dinamica, come la cronaca dimostra, espone in particolare i nostri figli. “Facciamo un esempio, se qualcuno per strada invitasse un bambino a fare il gioco del soffocamento e a stringersi una cintura attorno al collo, il bambino scapperebbe via spaventato”. In rete, invece, il campanello di allarme che dovrebbe suonare, non suona. L’adolescenza complica ulteriormente le cose. Il cervello “in formazione”, infatti, è per sua natura meno capace di valutare conseguenze a lungo termine e anche quando l’ipotesi del pericolo si affaccia, i teenager credono nella propria invincibilità. Il filtro, dunque, dovrebbe essere posto a monte, non a valle.


Le domande necessarie

“Si dice che per crescere un bambino occorra un villaggio, ma in rete manca proprio lo sguardo del villaggio che controlla”, prosegue l’esperto. Poiché imparano per tentativi ed errori, i bambini per loro natura “funzionano” in modalità esplorativa. Tenendo conto di questa loro caratteristica, Pellai invita a riflettere sul ruolo degli adulti. “Come genitori, dobbiamo essere consapevoli del fatto che la prestazione in rete non è fase-specifica, cioè non è adeguata per l’età del bambino”. Nel conto entrano anche le peculiarità della tecnologia che ha decretato il successo degli smartphone. “Il touchscreen attiva dei meccanismi di gratificazione immediata. Il bambino è come un mago, tocca lo schermo e cambia il mondo”. Nella realtà, invece, il tatto ha una funzione diametralmente opposta. “I bambini usano il tatto per conoscere il mondo a accomodarlo dentro di sé”. La questione, a ben guardare, ha ramificazioni più ampie. Perché la virtualizzazione, da un lato, inibisce il processo naturale di conoscenza e dall’altro, il cervello, che non ha ancora le competenze necessarie di elaborazione, riceve un’iper-stimolazione che allontana il bambino dalla realtà. Gli effetti sono paradossali: “Ci sono genitori che non danno il permesso al figlio di andare a scuola o all'oratorio bicicletta, dove si muoverebbe nelle vicinanze per lui accessibili e poi lo lasciano con un cellulare con cui tre clic accede al resto del mondo”. Il cellulare, inoltre, entra nei meccanismi mentali e sregola quelli di dipendenza. “Lo vediamo già sul passeggino a tre anni. I bambini hanno crisi di astinenza quando vengono separati dal cellulare e i genitori gli restituiscono all’oggetto”.

Sviluppare la consapevolezza educativa

Va detto che i genitori non hanno semplicemente abdicato al loro ruolo. Ci sono stati dei meccanismi che hanno contribuito alla diffusione degli smartphone. Per esempio, l'accelerazione del fattore di mercato ha determinato una cultura fertilissima per l'accettazione della tecnologia. Di fronte a questa situazione, però, ai genitori è mancata la consapevolezza educativa necessaria. “Quanti genitori si nascondo dietro al fatto che il cellulare lo ha regalato il nonno per Natale, come se loro non avessero alcuna voce in capitolo?”, chiede l’esperto. Analogamente, anche la convinzione che siccome tutti i bambini hanno un cellulare e non averlo significa essere esclusi dal gruppo avrebbe bisogno di una revisione. “L’accento cade sulle variabili di popolarità, bypassando il cuore della questione, cioè il concetto educativo: i genitori dovrebbero chiedersi innanzitutto se l'oggetto è adeguato all'età di sviluppo del figlio”. Per spiegare meglio, Pellai fa un paragone: “È come se pensassimo che poiché le auto sono utili, le possono guidare anche i bambini”. Inoltre, anche quando i ragazzi hanno la maturità per avere un cellulare, le famiglie continuano a non porsi il problema del controllo. “Bisognerebbe chiedersi quale sia il livello di privacy che un ragazzino è in grado di gestire, ma non lo facciamo. E così, c’è un nuovo paradosso. Famiglie che non danno la chiave del bagno ai figli gli permettono di usare gli smartphone senza filtri e controllo”.

Stabilire le regole di famiglia

Per trovare un equilibrio fra controllo e divieti, Pellai suggerisce alle famiglie di riflettere sull’importanza dell’educazione digitale, partendo da una definizione condivisa delle regole di famiglia per l’utilizzo per la tecnologia. “Viviamo un tempo in cui è vietato vietare, ma in rete nessuno dice “no”. Proprio perché non ci sono i “no”, dobbiamo dirli noi”. Attenzione, perché non si tratta di imposizioni, ma di concordare insieme le proprie regole. “Il dialogo è fondamentale. Prendendo spunto dalla cronaca e confrontando le nostre opinioni con i nostri figli, per esempio, abbiamo stabilito che prima dei 16 anni l’accesso a Instagram non sia adeguato. Proprio perché ne capiscono le motivazioni, i nostri figli sentono che è una regola condivisa e non un diktat che cade dall’alto e dunque sono portati a rispettare quanto abbiamo stabilito insieme”. L’obiettivo, infatti, è spostare il piacere di esistere dallo schermo alla vita. “Definendo delle regole è come se gli dicessimo ai nostri figli: “Ti faccio esplorare la vita dalla porta giusta””. Quello che abbiamo davanti, concorda Pellai, è un lavoro grandissimo. “Paradossalmente, però, l’emergenza sanitaria di questi mesi ci può dare una mano. L’isolamento e l’overdose di Zoom ci fanno sentire per la prima volta l’overload da tecnologia. Sfruttiamo questo tempo per riprenderci la vita insieme ai nostri figli”.