Naomi Beckwith: ecco chi è la giovane donna a capo del Guggenheim di New York

La nuova chief curator del prestigioso museo è una donna giovane e nera cui è stato affidato il compito di "plasmare la nuova visione del museo", in passato tacciato di politiche discriminatorie

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Naomi Beckwith - courtesy of Guggenheim 
Naomi Beckwith, 45 anni, è la nuova capo-curatrice del Guggenheim. Lo ha annunciato Richard Armstrong, Direttore della Fondazione Solomon R. Guggenheim, sottolineando che il suo ruolo sarà quello di supervisionare le collezioni, le mostre, le pubblicazioni e i programmi curatoriali della sede newyorkese del celebre museo, e di occuparsi di fornire le direttive anche al network internazionale delle sedi sparse nel mondo. Fin qui tutto normale, potremmo dire. Se non fosse che di Naomi Beckwith è necessario sottolineare il colore della pelle, perché lei è una donna nera, e questa non sarebbe una notizia se non fosse accaduto che il Guggenheim, solo pochi mesi fa, è finito nell’occhio del ciclone per le accuse di razzismo ricevute da alcuni membri dello staff.

Sono in molti a supporre che la nomina di Beckwith sia funzionale a mettere a tacere chi sostiene che le scelte del Guggenheim seguano un pattern legato al colore della pelle di artisti, personale interno, curatori. Ma c'è anche chi scommette sulle sincere buone intenzioni della fondazione artistica, visto che la nuova capo curatrice “giocherà un ruolo fondamentale nel plasmare la visione del museo”, si legge nella nota stampa. La chief curator darà un nuovo impulso, una nuova visione, una lettura diversificata a quella che fino ad oggi è stata un’istituzione total white (o quasi).

Naomi Beckwith, che fino ad oggi è stata curatrice del Museum of Contemporary Art di Chicago, ricoprirà l’incarico a partire da giugno 2021, e andrà a sostituire Nancy Spector, la curatrice veterana del Guggenheim (34 anni di servizio): è proprio lei ad esser stata accusata di avere una gestione razzista del personale. Chaedria LaBouvier, curatrice della mostra su Jean-Michel Basquiat che il museo ha ospitato nel 2019, ha raccontato in più occasioni, sia a mezzo social che a interviste, di essersi sentita profondamente discriminata dallo staff dell'istituto e in particolare dalla capo-curatrice Spector. "Lavorare al Guggenheim è stata l'esperienza professionale più razzista della mia vita", ha twittato.


Il museo aveva inoltre ricevuto una lettera da parte di un gruppo di curatori che denunciava “un ambiente di lavoro ingiusto che autorizza il razzismo, la supremazia bianca e altre pratiche discriminatorie”. Le accuse avevano portato ad un’inchiesta, terminata senza riscontri effettivi di razzismo all’interno del sistema museale, ma Spector ha dato comunque le dimissioni.

L’arrivo della prima curatrice nera al Guggenheim di New York, Ashley James, è giunto più o meno in contemporanea all’epoca della ‘bufera’, e da allora il museo si sta impegnando in un programma che mira ad aumentare la diversità tra il personale e formare i lavoratori e le lavoratrici per sensibilizzarli rispetto al tema delle discriminazioni. Beckwith stessa ha dichiarato di non voler essere il ‘cerotto’, paragonando la questione della mancata diversità ad una ferita “Non avrei accettato la posizione se non fossi certa che il museo abbia intrapreso un percorso di ‘guarigione’, cosa che sta avvenendo”.


Chi è Naomi Beckwith

Nata a Chicago nel 1976, Beckwith ha conseguito la laurea presso la Northwestern University e un master presso il Courtault Instituite of Art di Londra. Durante i 10 anni di lavoro curatorile presso il Museo di Arte Contemporanea, si è concentrata sui temi dell’identità e sulle pratiche multidisciplinari. È grazie a lei che sono state allestite mostre su artiste e artisti afro-americani e africani prima di allora poco visibili, ed è merito suo se l’avanguardia nera ha trovato spazio presso le sale del museo. Nel suo curriculum c’è anche la collaborazione con lo Studio Museum di Harlem, importante istituzione newyorkese dedicata agli artisti di discendenza africana. “Il compito di un museo non è solo quello di preservare la storia dell’arte, ma di preservare molteplici storie dell’arte”, ha dichiarato a New York Times.