Cnn: Meadows coopera all’ indagine sull’assalto al Congresso Usa

 L’ex capo dello staff di Trump ha già fornito documenti e presto deporrà

 WASHINGTON. Una linea telefonica diretta e rovente tra Donald Trump, asserragliato nel fortino della Casa Bianca, e un suo team di fedelissimi, che avevano creato una sorta di 'war room' nelle suite dello storico hotel Willard. É lo scenario della notte prima dell'assalto al Congresso del 6 gennaio, svelato dal Guardian proprio quando spunta la prima crepa tra gli ex consiglieri del tycoon: l'ex chief of staff Mark Meadows ha raggiunto un accordo per collaborare con la commissione parlamentare che indaga sull'attacco al Capitol, dove apparirà presto dopo aver già fornito alcuni documenti. Un accordo che però rischia di essere fragile se le parti non concordano su ciò che è coperto dal privilegio esecutivo Secondo il quotidiano britannico, il presidente fece una raffica di chiamate frenetiche ai suoi luogotenenti per discutere come fermare e rinviare la certificazione della vittoria di Joe Biden.

Tra loro il suo ex stratega Steve Bannon e i suoi avvocati Rudy Giuliani, John Eastman, Boris Epshteyn, tutti alloggiati a due passi dalla Casa Bianca in un albergo che ha visto passare ospiti illustri e un pezzo di nobile storia americana: dalla Conferenza di Pace del 1861 per evitare la guerra civile al celebre discorso "I Have a dream" scritto nel 1963 da Martin Luther King in una delle stanze dell'hotel. Trump e i suoi accoliti hanno scritto qui invece uno dei capitoli più bui nella storia del Paese, col sogno incendiario di sabotare la proclamazione ufficiale di Biden come presidente dopo elezioni che il tycoon si ostina tuttora a definire "rubate". Le cose precipitano il 4 gennaio, quando Eastman illustra alla Casa Bianca un memo sui vari modi in cui Mike Pence potrebbe usurpare il suo ruolo sovrintendendo alla certificazione del voto nella seduta plenaria del Congresso.

Tra questi, rimettere l'esito alla Camera o rinviare la sessione per consentire ad alcuni Stati di mandare elenchi di grandi elettori a favore di Trump basandosi sulla tesi delle frodi elettorali, nonostante fossero già state sconfessate anche dal ministro della giustizia Bill Barr. Ma il giorno dopo il vicepresidente si rifiuta, mandando su tutte le furie il tycoon, che tra la sera del 5 gennaio e le prime ore del giorno successivo si attacca al telefono e sollecita i suoi fedelissimi a trovare nuove idee su come ritardare la certificazione della vittoria del rivale. Il ripiego è convincere alcuni parlamentari repubblicani a fare obiezioni sul voto per far slittare la sessione, come poi accadde.

Non è chiaro, precisa il Guardian, se Trump discusse della prospettiva di fermare l'iter con ogni mezzo, ma non è un mistero che seguì con piacere la diretta dell'insurrezione dalla dining room, attendendo ore prima di essere quasi costretto a chiedere ai rivoltosi "patrioti" di tornare a casa. Non sarà facile però per la commissione della Camera che indaga sull'attacco al Campidoglio scoprire il contenuto di quelle telefonate, che non sono registrate automaticamente nei documenti inviati agli archivi nazionali alla fine del mandato. Intanto mercoledì la commissione deciderà se approvare una seconda mozione per oltraggio al Congresso, dopo quella contro Bannon, per il rifiuto di collaborare all'indagine: nel mirino Jeffrey Clark, un oscuro funzionario del dipartimento giustizia che Trump voleva nominare attorney general dopo che si era dichiarato pronto a perseguire le false accuse di brogli del tycoon.

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