Start-up, l’incubo della bolla

Nel mondo sono quasi mille gli “unicorni” giovani aziende cresciute con le tecnologie il cui valore supera il miliardo di dollari. Wall Street teme che il fenomeno si sgonfi

È stata definita “febbre da unicorno”, è una patologia finanziaria che sta contaminando il pianeta degli investimenti tecnologici, e la cui diffusione è accelerata con la pandemia di Covid-19. Wall Street, ma anche Main Street, la considerano un fenomeno virtuoso perché incanala sterminate risorse a sostegno di visioni messe in pratica da start-up, ovvero da società innovative, specie se analizzate attraverso il prisma della nuova normalità post-pandemica. Attenzione però, dicono gli storici della finanza, perché la febbre da unicorno potrebbe essere l’embrione di una nuova bolla.

Partiamo da un dato: oggi in tutto il mondo ci sono quasi mille start-up il cui valore supera il miliardo di dollari e per questo vengono definite “unicorni”, dal nome del mitologico cavallo bianco col corno sulla fronte e dotato di poteri magici. Per capire l’ampiezza della specie basta pensare che nel 2015 di unicorni ne esistevano ottanta, ed erano già considerati tanti. La proliferazione dell’ultimo lustro è considerata fenomenale come il fatto che oggi non sono le start-up a cercare investitori, ma questi che vanno a caccia di nuove idee da finanziare. «Non sai da che parte guardare, sta diventando una specie di far west», racconta al New York Times Roy Bahat di Bloomberg Beta, il braccio investimenti start-up di Bloomberg.

Il fenomeno, che prima interessava soprattutto gli Stati Uniti – ex unicorni storici sono Airbnb, Facebook e Google – oggi abbraccia tutto il pianeta, dalla Cina all’India passando per Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Brasile, Israele, Emirati e Australia, sebbene negli Usa vi sia la maggiore concentrazione. Se ne contano 977 per un valore complessivo di 3.198 miliardi di dollari, secondo la classifica di CBInsights, dove non compaiono realtà italiane.

La frenesia del finanziamento di start-up ha accelerato col coronavirus. In pandemia, persone e aziende si sono affidate sempre più alla tecnologia, creando sconfinate praterie dove poter cavalcare, in tante direzioni. Verso l’intelligenza artificiale, la tecnologia nucleare, i veicoli elettrici, i viaggi nello spazio e la tecnologia per il consumo di massa (come le app per le consegne di cibo) in aree considerate in grado di cambiare il mondo, all’indomani di un decennio in cui le tecnologiche hanno dominato il mercato azionario.

Investitori e fondatori hanno quindi adottato la mentalità “carpe diem”, cogliere opportunità irripetibili in grado di scuotere coscienze e mercati. La pandemia ha cambiato così tanto ogni aspetto della società che le start-up hanno compiuto cinque anni di progressi in uno. Il risultato è un ecosistema in forte espansione di imprese giovani di alto valore e ricche di liquidità nella Silicon Valley e non solo, che si stanno espandendo a una velocità vertiginosa. Col sogno di puntare sulla Apple del futuro (che oggi vale 3 mila miliardi di dollari).

Il fenomeno ha rilevanza macro su due dimensioni. La prima è la “great resignation”, il licenziamento volontario (4,5 milioni a novembre 2021) per inseguire il proprio sogno di start-upper. L’altro è il sorgere di nuovi distretti hi-tech oltre Silicon Valley, ad esempio nella South Belt, dall’Arizona alla Florida. Solo negli Usa le start-up nel 2021 hanno raccolto 330 miliardi, quasi il doppio del record del 2020 di 167 miliardi, secondo PitchBook. Il numero delle tecnologiche che nel 2021 hanno superato il miliardo di dollari di valore, è stato maggiore rispetto ai cinque anni precedenti assieme. E dall’inizio del 2022, tre start-up hanno raggiunto valutazioni strabilianti: Miro, società di lavagne digitali, è stata valutata 17,75 miliardi di dollari; Checkout.com, società di pagamenti, è volata a 40 miliardi di dollari; e OpenSea, start-up di compravendita di token (nota come Nft), orbita sui 13,3 miliardi di dollari.

Un vero eldorado che rischia però di abbagliare trasformando il boom in bolla. Le Cassandre di Wall Street ricordano nel 2000 i segnali premonitori della voragine Internet, archiviata come “bolla delle dot.com”. O quando il default di due fondi hedge di Bear Stearn, nell’estate del 2007, segnò l’inizio della crisi dei mutui subprime. Alcuni dati, pertanto, sono da leggere con attenzione, afferma il NY Times: l’improrogabile aumento dei tassi di interesse e l’incertezza sulla variante Omicron che hanno già sgonfiato i valori delle tecnologiche. Inoltre, le azioni di start-up quotate in Borsa lo scorso anno sono crollate e una delle prime Ipo di start-up previste per quest’anno è stata posticipata (Justworks, fornitore di software per le risorse umane), mentre il prezzo di Bitcoin è sceso di quasi il 40% dal picco di novembre. Ma soprattutto l’elemento di rischio maggiore è rappresentato dalla mentalità post-pandemica per cui «ogni singola novità è la nuova normalità». Una potenziale distorsione che potrebbe trasformare gli unicorni in una specie in via di estinzione.

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