Powell spaventa le Borse: “L’inflazione non è transitoria”

Il presidente della Federal Reserve replica a distanza a Lagarde: «Basta pensare che i segni dell’aumento dei prezzi non si vedranno in futuro»

Botta e risposta a distanza tra la Bce e la Federal Reserve. Dopo che Christine Lagarde ha ribadito che l’inflazione è passeggera e dovuta a elementi esogeni, il presidente della Fed, Jerome Powell ha spiazzato gli addetti ai lavori: «È un buon momento per la Fed per ritirare la parola “transitoria” per quanto riguarda l'inflazione» dal momento che il termine “transitorio” legato all’andamento dei prezzi si riferisce a non lasciare segni permanenti. Tradotto: i segni si vedranno. Abbastanza perché Wall Street ampliasse le vendite e i mercati europei azzerassero i guadagni di giornata. 

Secondo Powell, quindi, i rischi di un’inflazione più alta sono aumentati: «I prezzi più alti che stiamo vedendo sono collegati a squilibri sul fronte dell’offerta e su quello della domanda che possono essere riferiti alla pandemia e alla riapertura dell’economia. Ma può essere anche il caso che gli aumenti dei prezzi si siano diffusi in modo più ampio e penso che il rischio di un’inflazione più alta sia aumentato».

Powell ha quindi spiegato che «per molti, transitorio è associato a 'breve termine', ma per noi è associato a un’inflazione che non lasci un segno permanente sui prezzi. Credo sia probabilmente il momento giusto per ritirate il termine 'transitorio'». Powell ha dichiarato che i rischi per un aumento dell’inflazione sono aumentati e di credere ancora che la maggior parte dell’aumento sia legato alla pandemia che ancora tiene la gente lontana dal mercato del lavoro: «Ci vorrà più tempo per vedere una ripresa nella partecipazione della forza lavoro». 

Secondo il presidente della Fed, l’aumento dei casi di Covid e la nuova variante Omicron potrebbero rallentare i progressi sul fronte dell'occupazione e in generale la crescita economica, oltre ad aggiungere maggiore “incertezza”: «Una maggiore preoccupazione per il virus potrebbe ridurre la disponibilità delle persone a lavorare in presenza, rallentando i progressi sul mercato del lavoro e intensificando i problemi nelle catene di approvvigionamento». 

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