Enrico Letta: “L’Ulivo è il punto di riferimento, lavoro per riunire Conte e Di Maio”

Il segretario del Pd Enrico Letta

Il segretario Pd: «Il passaggio parlamentare sulle armi poteva mettere a rischio Draghi. Campo largo? Serve solo per indicare i possibili interlocutori, presto il piano per l’Italia»

INVIATO A BRUXELLES. Dopo la scissione dentro i Cinque Stelle il cosiddetto campo largo non c’è più. Enrico Letta ogni tanto lo cita ancora, altre volte no. Per rimettere insieme i pezzi di quel che resta delle alleanze del Pd c’è chi evoca un nuovo Ulivo di prodiana memoria. Il segretario Pd ci riflette un secondo, poi risponde sicuro: «L’Ulivo? Mi invitate a nozze. È sempre stato il mio punto di riferimento. Ma nella mia testa vengono prima i contenuti, poi si costruiscono le alleanze. Perché c’è chi si è convinto che con la scissione dei Cinque Stelle è finito il populismo. Non è così». È pomeriggio, a Bruxelles c’è il sole, fa caldissimo. Letta sta per entrare nella sede del circolo riorganizzato del suo partito nella capitale belga. Risponde alle domande dopo aver partecipato alla riunione dei Socialisti europei con i tre leader più ostili all’introduzione di un tetto al prezzo del gas proposto da Mario Draghi: il tedesco Olaf Scholz, la finlandese Sanna Marin, la svedese Magdalena Andersson. Il tedesco teme un taglio definitivo delle forniture russe, le scandinave sono preoccupate di danneggiare la vicina Norvegia, loro principale fornitore di gas.

«Ho usato tutti gli argomenti possibili per cercare di convincerli sulla bontà della proposta italiana: spero sia servito, ma hanno un approccio diverso dal nostro. È la ragione per cui ho preso la mia lama e l’ho incrociata con le loro». In alternativa - spiega il segretario Pd - «ho chiesto almeno che accettino un tetto al prezzo del gas importato dalla sola Russia». Letta parla di allargamento ai Paesi balcanici, a Ucraina, Moldavia e Georgia. Prende sul serio la proposta francese di comunità politica: «Non è un modo per buttare la palla in tribuna» e dire no a nuovi partner, al contrario. «Potrebbe accelerare l’adesione facendoli partecipare a uno spazio multilaterale. Il modello è quello del G20, che non ha un trattato fondativo e fu creato in una settimana. Potremmo avere il primo vertice a trentasei in autunno, e convocare una riunione allargata alla fine di ogni Consiglio a Ventisette».

Far virare la conversazione dai problemi dell’allargamento dell’Unione a quelli della sinistra dopo la scissione di Luigi Di Maio è un attimo. «Durante la riunione dei progressisti molti mi hanno chiesto cosa fosse successo in Italia. Ho spiegato che ora Draghi è più forte. Il passaggio parlamentare poteva mettere a rischio il governo e invece è uscito più forte». D’accordo, il governo, ma il Pd? Che ne sarà dell’alleanza con quel che resta dei Cinque Stelle? Che ne è di ciò che una volta si chiamava il campo largo? «Il campo largo è semplicemente il modo per indicare chi sono i potenziali interlocutori. A conclusione del percorso delle Agorà svolte in questi mesi, lanceremo un progetto per l’Italia. Lo confronteremo con altri, con chi ci starà e sarà alleato con noi alle elezioni. Il mio obiettivo è tenere il più possibile uniti coloro che potenzialmente possono stare con noi, di fare da magnete. Per quanto mi riguarda ciò che è accaduto martedì non cambia il progetto».

A parole Di Maio e Conte possono ancora essere parte dello stesso progetto? «Io lavorerò perché stiano insieme: stanno insieme nella stessa maggioranza di governo, farò di tutto perché stiano insieme a noi». Forse nel frattempo il ministro degli Esteri aderirà al Pd? Letta quasi interrompe la domanda: «Mi paiono discorsi prematuri, hanno appena annunciato i loro gruppi parlamentari. Noi siamo il Pd, non scegliamo tra Conte e Di Maio, andiamo avanti sulla nostra strada. Mi auguro che il Pd esca da questa fase più grande e abbia molti soprattutto molti voti». Fra i ballottaggi di domenica e le elezioni di primavera c’è di mezzo un autunno che si preannuncia difficile. «Durante la riunione del Pse tanti, io compreso, abbiamo fatto presente lo stato di peggioramento della situazione economica e la grande fatica dell’opinione pubblica». Letta intanto incrocia le dita per il test di questa settimana. Si sente un possibile vincitore: «Saranno risultati importanti perché si votano tredici ballottaggi e in quelle tredici città noi governavamo solo in due, a Lucca e Cuneo. In tutti gli altri Comuni eravamo all’opposizione. Lì il campo largo l’hanno fatto i candidati sindaci, penso a Verona, a Como, ad Alessandria». In ciascuna di quelle realtà «è stato costruito un progetto per la città che ha aggregato». E ci tiene a ricordare che stasera sarà a Lucca «per il comizio finale del candidato comune con Carlo Calenda, che al primo turno era staccato da noi». Quel Calenda che oggi rifiuta ogni possibile alleanza con Di Maio.

Twitter @alexbarbera

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