Travolto da un motoscafo sulle acque del Garda. Il padre: “Era il mio pilastro. Le scuse ora non posso accettarle"

Umberto e Greta hanno perso la vita a 36 e 25 anni dopo l’impatto col mezzo guidato da due tedeschi, Christian Teismann e Patrick Kassen. Questa mattina la prima udienza del processo e l’incontro tra Enzo e uno degli accusati: «Troppo tardi chiedere ora il perdono»

«Le scuse sono arrivate troppo tardi. Le aspettavamo quattro mesi fa. Nulla potrà colmare il nostro dolore». Al telefono è ancora frastornato papà Enzo. Da poche ore si è conclusa la prima udienza del processo ai due uomini tedeschi che, ubriachi, con il loro potente motoscafo Riva, gli hanno portato via il figlio Umberto, 36 anni. Era nelle acque del lago di Garda sul suo gozzo la sera del 19 giugno, con l’amica 25enne Greta Nedrotti: entrambi sono stati uccisi dal violento impatto. In aula i parenti della ragazza si sono presentati con venticinque rose bianche, tante quanti erano gli anni della ragazza: «Queste rose rappresentano Greta, lei è qui con noi”, hanno spiegato.
Per la morte dei due giovani, con le accuse di omicidio colposo, naufragio e omissione di soccorso, la procura di Brescia ha portato a processo Christian Teismann e Patrick Kassen, due ricchi professionisti 52enni tedeschi. Solo Kassen però, ai domiciliari in Italia dopo essersi assunto la responsabilità della guida del motoscafo, era presente questa mattina. Un’udienza lampo, meno di un’ora, al termine della quale si è avvicinato alla mamma e al papà di Greta per chiedere perdono: «Volevamo incontrarvi subito ma ci hanno detto che non era il momento. Anch’io ho un’anima, ho due bambini e per quel che è successo non dormo più la notte». Subito è intervenuto il papà di Umberto: «Troppo tardi. Io vi aspettavo il 19 giugno, nella capitaneria di porto. Sono passati quattro mesi. Avreste dovuto fermarvi, prestare soccorso ai ragazzi. Li avete lasciati morire come animali».
Difficile accettare le scuse dopo così tanto tempo. Difficile accettare una perdita così grande: «Mio figlio era il mio pilastro, la mia salvezza. Avevo lasciato a lui anche la mia attività, gli davo una mano. Ora ho chiuso l’azienda e quando entro nel capannone mi tremano le mani», si commuove papà Enzo. La notizia che con la sua famiglia ha accettato un milione 300 mila euro di risarcimento dei danni, rinunciando così a costituirsi parte civile nel processo, ha suscitato tante critiche. Che si sono moltiplicate oggi, quando al processo si è scoperto che la famiglia di Greta ha avuto invece 2 milioni e mezzo. «Ma cosa dovevo fare?», si difende oggi papà Enzo. «Ho seguito il consiglio degli avvocati. Non ho chiesto nulla, non ho lucrato sulla morte di mio figlio. Mi hanno detto che la mia costituzione di parte civile non avrebbe spostato nulla ai fini del processo. Umberto purtroppo non me lo restituirà nessuno».

Tutta la famiglia è stretta nel dolore: «Ieri ho venduto la sua macchina. Era un suv, bella, nuova, ma non riuscivo neanche a guidarla. Mi faceva stare male. Preferisco continuare a guidare la Panda del mio papà. Seppellire i padri è un gran dolore, ma che cosa si prova a seppellire i figli non si può spiegare. E non si riesce ad accettare». Un lutto che nessuno è ancora riuscito a elaborare: «Quando quell’uomo oggi in aula, accompagnato dalla moglie è venuto a parlarci, avrei voluto dargli la foto di Umberto che porto sempre con me. In tutto questo tempo, l’unico contatto con lui è stata una lettera scritta dagli avvocati, al computer. Ma come si fa? Capisco lo sforzo ma le scuse sentite sono un’altra cosa. E queste ora non riesco proprio ad accettarle».

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