Ex Ilva: il Consiglio di Stato boccia la sentenza del Tar di Lecce, l’azienda continua a operare

I giudici: «Non c’era pericolo imminente per la salute, ingiustificata l’ordinanza d’urgenza del sindaco di Taranto». Giorgetti: «Ora avanti con il piano industriale»

L’area a caldo dell’ex Ilva resta aperta. «Nelle motivazioni dell’ordinanza contingibile e urgente non sono stati rappresentati fatti, elementi o circostanze tali da evidenziare e provare adeguatamente che il pericolo di reiterazione degli eventi emissivi fosse talmente imminente da giustificare l’ordinanza contingibile e urgente, oppure che il pericolo paventato comportasse un aggravamento della situazione sanitaria in essere nella città di Taranto, tale da dover intervenire senza attendere la realizzazione delle migliorie secondo la tempistica prefissata». Scrive così il Consiglio di Stato, nelle oltre 60 pagine, annullando l’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci.

Dopo settimane di attesa, è arrivata la decisione, cruciale per il futuro dell’ex Ilva di Taranto. Quindi altiforni, acciaierie, agglomerato, cookerie e parchi minerali possono continuare a produrre. «L’ordinanza emanata- scrivono i giudici con riferimento all’atto del primo cittadino- risulta illegittima e il provvedimento che ne è espressione va conseguentemente annullato».

Il Consiglio di Stato era chiamato a decidere se confermare o respingere la decisione del Tar di Lecce che, lo scorso 13 febbraio, ha ordinato entro 60 giorni lo spegnimento dell’area a caldo. L’organo amministrativo regionale aveva confermato l’ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, legata appunto agli impianti ritenuti più inquinanti e fonte delle maggiori emissioni. La decisione era stata impugnata da ArcelorMittal che aveva fatto appello, seguita anche da Ilva in amministrazione straordinaria, Invitalia (partner della nuova Acciaierie d’Italia) e ministero della Transizione ecologica. A difendere la sentenza, oltre ovviamente al comune di Taranto che aveva proposto il giudizio, anche la regione Puglia. Poi, il 12 marzo scorso, Palazzo Spada aveva sospeso la sentenza di Tar e rinviato all’udienza di merito, appunto, del 13 maggio. Nodo fondamentale nella scelta dei giudici amministrativi, se fosse o meno nei poteri di un sindaco fermare uno stabilimento che la legge ritiene strategico per l’economia nazionale. Da un lato la consapevolezza che il primo cittadino sia autorità sanitaria sul territorio, dall’altro il peso per lo Stato di un’acciaieria che vale oltre l’1% del pil. Immediata la comunicazione da parte dell’azienda. «Vengono a decadere le ipotesi di spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia e di fermata degli impianti connessi, la cui attività produttiva proseguirà con regolarità».

Soddisfazione dai sindacati. La Uilm con il segretario generale, tarantino, Rocco Palombella commenta: «Ora la politica si assuma le proprie responsabilità, è l’ultima chance per futuro ecosostenibile di Taranto» e chiede garanzie per risanamento ambientale, salute dei cittadini e dei lavoratori, occupazione «attraverso l’accelerazione della transizione ecologica, prevedendo sin da subito un cronoprogramma di tutti gli interventi da mettere in campo».

Prime reazioni anche dalla politica, con la nota congiunta dei commissari provinciali del Pd, il partito del primo cittadino, Nicola Oddati e Giovanni Chianese. «Il problema rimane nella sua interezza davanti al governo, all’azienda e alla coscienza di ciascuno di noi. Si proceda verso una completa e rapida decarbonizzazione  e la produzione sia vincolata e subordinata costantemente alla valutazione di impatto sanitario. Si dia, inoltre, immediatamente corso all'accordo di programma: i dati che leggiamo sono terrificanti e ognuno si assuma le sue responsabilità».

Dalle associazioni il coro è unanime. «Una vergogna di Stato!». Ancora più duri i Genitori Tarantini: «Hanno deciso di continuare a produrre acciaio con le malattie, la sofferenza e la morte dei tarantini. Noi non dimentichiamo i complici del nostro genocidio». Arriva anche un documento firmato da decine di associazioni tarantine, ma anche di altre regioni. «Ancora una volta- si legge- viene negata giustizia alla città. Un giudizio sbilanciato verso la produzione e il profitto piuttosto che la vita, anche alla luce delle nuove evidenze scientifiche e sanitarie che sottolineano ancora eccessi di mortalità e di malattie correlate agli inquinanti immessi dall'impianto siderurgico. Nonostante questa battuta d’arresto, la battaglia non si ferma: i fantomatici piani del Governo restano precari e non supportati né a livello economico, né tecnico e né da evidenze che escludano ulteriori ricadute sanitarie sul territorio. A ciò si aggiungono la condanna allo Stato italiano da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la confisca degli impianti dell’area a caldo decisa nel processo Ambiente Svenduto, cui si è aggiunta anche quella pecuniaria di oltre 2 miliardi di euro ai danni di Ilva in Amministrazione Straordinaria. La confisca degli impianti darà, di fatto, la possibilità ad ArcelorMittal di recedere dal contratto di acquisto, lasciando Invitalia a gestire da sola una situazione che ormai fa acqua da tutte le parti».

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