Il mistero dei tamponi al Monza Calcio, ora indaga l'Antimafia

Silvio Berlusconi, il fratello Paolo e Adriano Galliani con il Monza in un'immagine dello scorso anno

Gran parte dell’inchiesta che riguarda la società di Silvio Berlusconi è coperta da segreto, per adesso le accuse sono due: concorso nell’esercizio arbitrario della professione ed epidemia colposa

MILANO. Le accuse per ora, almeno ufficialmente, sono due: concorso nell’esercizio arbitrario della professione ed epidemia colposa. Ma nell’inchiesta che domenica ha portato il Gico della Guardia di finanza e i carabinieri del Nas in due cliniche del gruppo San Donato, a casa di un noto medico e al Monzello, l'impianto sportivo del Monza Calcio, c'è di più. Molto di più.

Il grosso dell’inchiesta è coperto da segreto perché a coordinarla c’è la Direzione distrettuale antimafia di Milano, che da mesi oramai denuncia il tentativo della ‘ndrangheta di tuffarsi nei business legati all'emergenza: mascherine, tamponi, sanificazioni e anche lo smaltimento illecito di rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo. Piatti ricchi su cui la mafia ha messo le mani, e l'allerta della Dda è massima. 

Nell’ambito di una di queste inchieste, le pm Alessandra Cerreti e Silvia Bonardi hanno ordinato a Gdf e Nas acquisizioni, perquisizioni e sequestri. Attività che non a caso sono state eseguite di domenica, perché, ieri mattina al Monzello era in corso uno screening coi tamponi rapidi sui giocatori della squadra di calcio locale, da un paio d'anni acquistata da Silvio Berlusconi. Una squadra fortemente colpita dal Covid a ottobre, con 9 casi di positivi tra calciatori e magazzinieri della società, che ha costretto il club a far saltare, sabato 17, la partita di serie B contro il Vicenza.
Ma gli investigatori sono anche andati anche ad acquisire documentazione in due cliniche del gruppo San Donato: la Zucchi di Monza e la nota casa di cura La Madonnina, di Milano. In entrambe lavora un fisiatra, che è pure il consulente del Monza Calcio per i tamponi: Cristiano Fusi. A casa sua i finanzieri hanno sequestrato il cellulare e in ufficio il computer, oltre a documenti di vario tipo. È il suo l’unico nome degli indagati nell'inchiesta che per il momento è stato reso noto. Le ipotesi accusatorie formulate nei suoi confronti sono due: concorso nell’esercizio arbitrario della professione ed epidemia colposa. La procura, in pratica, ipotizza che Fusi, nell'esercizio della sua attività, avrebbe fatto eseguire tamponi a soggetti che non sono abilitati a farlo.

Da quel che è emerso questo filone dell’inchiesta si concentra più in generale sull’«approvvigionamento e la modalità di esecuzione di tamponi», ma anche sulla loro validità, e sul fatto che siano o meno a norma. Tant’è che nell’impianto sportivo monzese gli investigatori sono arrivati mentre era in corso lo screening, e dieci giocatori avevano già effettuato il controllo. I tamponi sono stati sequestrati, con tutta la documentazione relativa a «casa produttrice, lotto e termine di validità» e «modalità di esecuzione e smaltimento» degli stessi. Da quanto è emerso, la procura sarebbe arrivata al Monza Calcio dopo aver acceso un faro sulla società a cui, nelle scorse settimane, il club ha affidato un incarico per lo screening.

Una società che, in base alle verifiche fatte finora, fino a poco tempo fa si sarebbe occupata di rifiuti, energia rinnovabile, gas e altro e da poco avrebbe esteso il suo oggetto sociale anche ai dispositivi di protezione individuale ma non ai tamponi. A questo stesso «canale di rifornimento» si sarebbe rivolto anche Fusi, nel corso della sua attività, sia di consulente esterno della squadra monzese che di medico che lavora nella sanità privata.

A spiegare che «lo screening che il Monza Calcio ha affidato al dottor Fusi e ad altri due suoi colleghi della clinica Zucchi è solo ulteriore rispetto a quello “ufficiale” affidato al laboratorio San Giorgio di Milano» è invece l'avvocato del club, Francesco Di Martino. «Quando a metà ottobre abbiamo avuto i nove casi, abbiamo deciso di aumentare il monitoraggio». Il legale nega però che il Monza si sia affidato a una società: «Per acquistare i tamponi rapidi ci siamo rivolti a due farmacie brianzole e contestualmente abbiamo affidato l'incarico ai tre medici». Tra le carte che ieri sono state acquisite dagli investigatori anche le fatture di acquisto relative a tre ordini di tamponi rapidi per la squadra, per una spesa complessiva da meno 10mila euro.

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