Droga ed estorsioni, maxi operazione di carabinieri e Antimafia a Foggia: 16 arresti

Un momento dell'operazione che ha consentito ai carabinieri di sgominare l'associazione a delinquere

Tre anni di indagini tra Puglia, Abruzzo e Molise

Il loro spessore criminale stava crescendo al punto da coltivare rapporti con i clan rivali. Sia del Gargano che della cosiddetta «Società foggiana», la quarta mafia più spietata d’Italia. E loro avevano iniziato a tessere questa ragnatela trasversale di rapporti e interessi finalizzata al controllo sul traffico di stupefacenti. Non solo in Puglia, ma con alcune ramificazioni anche in Abruzzo e Molise. 
Nelle ultime ore, sedici persone arrestate nella maxi operazione dei carabinieri di Foggia e della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Impegnati oltre cento militari, anche dei reparti speciali, che hanno smantellato un’associazione a delinquere con base a Foggia e provincia e con proiezioni criminali in altre regioni. Alcuni degli arrestati sono ritenuti dagli inquirenti contigui alla Società foggiana, organizzazione strutturata in due batterie rivali che si contendono il territorio.


A far scattare l’indagine, la denuncia di un imprenditore del posto che ha raccontato di un tentativo di estorsione da parte di uomini riconducibili alla fazione Moretti Pellegrino Lanza. Ma da subito sono emersi anche «numerosi elementi di colpevolezza» a carico dei soggetti interessati dal provvedimento cautelare di oggi,  «responsabili di far parte di una solida e consolidata associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti».

Cinque sono finiti in carcere e altri undici ai domiciliari. Al vertice, secondo gli inquirenti, Gianfranco Bruno, detto «Il Primitivo», cognato di Rodolfo Bruno, ucciso in un agguato due anni fa e ritenuto il cassiere del gruppo. Grazie ad una spartizione delle zone di influenza, Bruno «era a capo di un proprio sodalizio con base logistica e operativa a Foggia, con un raggio d’azione che abbracciava l’intero hinterland dauno e di cui fanno parte diversi pregiudicati di spicco della criminalità del posto».

Un gruppo che aveva mire espansionistiche e avrebbe intrattenuto «rapporti privilegiati» con i referenti dei clan di Vieste e Peschici tra i quali Pasquale Notarangelo, probabilmente vittima di lupara bianca, nipote del più noto Angelo Notarangelo assassinato nel 2015. Oltre tre anni di indagini dei carabinieri con il coordinamento della Dda hanno permesso di disarticolare questo sistema criminale. Non solo droga, anche armi e munizioni. Un lavoro minuzioso degli inquirenti che «hanno intessuto una tela invisibile intorno al sodalizio intrappolandolo inevitabilmente». Da qui il nome «Araneo» dato al blitz. 

Base logistica era l’abitazione di Gianfranco Bruno, considerata un «baluardo inespugnabile proprio per lo spessore criminale dell’uomo». Qui sarebbero avvenuti gli incontri, ma anche la pianificazione delle strategie da attuare. Un covo sicuro, frequentato anche dai maggiori esponenti dell’altra batteria Sinesi Francavilla. Tutti incontri documentati dalle videocamere e dalle intercettazioni ambientali. 

La droga arrivava dalla vicina piazza di Cerignola e gli affari erano organizzati in modo quasi aziendalistico, con rimborsi spesa e schede telefoniche intestate soprattutto a ignari cittadini stranieri. Di particolare rilievo non solo la disponibilità degli stupefacenti più richiesti sul mercato, ma anche quelli più pregiati. Come «Louis Vuitton» e «SD», particolari qualità di hashish contraddistinte dalla purezza legata all’alta percentuale di principio attivo. Centinaia gli episodi di spaccio documentati. «Con questa indagine- hanno commentato gli investigatori- è stata data un’ennesima importante risposta di legalità al territorio della Capitanata». Il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo ha parlato di «massima presenza dello Stato e delle istituzioni» lanciando il messaggio: «Non possiamo permetterci di lasciare spazio alle organizzazioni criminali e mafiose ancor più in questa delicata fase emergenziale che stiamo attraversando».
 

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