La commedia degli equivoci nel duello Renzi-Conte

Leaderismo avversario del parlamentarismo. Decisionismo contrapposto al consociativismo. E vecchio di almeno trent'anni il derby degli "ismi" italici, appena rinnovato mercoledì in Senato con il duello verbale tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte. Ovvero, se nell'ora più buia, quando ci sono decisioni irrevocabili per le sorti di una nazione, debba prevalere l'indirizzo indicato dal Parlamento sovrano oppure debbano comandare le scelte maturate in seno al governo, anzi nella cerchia ristretta del capo del governo. Un equivoco istituzionale ereditato dal collasso della Prima Repubblica. Il discorso del senatore di Rignano ha avuto un suo fascino. Ma è la conferma di quanto siano effimeri i convincimenti degli attuali protagonisti della scena politica. Ha difeso la centralità del Parlamento quello stesso Renzi fautore di una riforma costituzionale la cui essenza consisteva nel rafforzamento dell'esecutivo e dei poteri del premier. Bocciata con un voto clamoroso nel referendum di quattro anni fa.

Sull'altro fronte il professore di Volturara Appula, creato avvocato del popolo da una magia di Luigi Di Maio. Ricade ora su di lui l'accusa di coltivare le ambizioni dell'uomo solo al comando. Premier di qua e di là, con la Lega o con il Pd, rivelatosi un inaspettato baluardo verso un Salvini inebriato dai pieni poteri. Le parti si invertono in una surreale commedia degli equivoci.

Sullo sfondo della contrapposizione istituzionale si intravede anche una differente valutazione dell'agire politico, calcolato su velocità e lentezza. I cantori della prima si considerano moderni e giudicano antiquati chi preferisce decidere con ponderata cautela. Renzi nei suoi tre anni a Palazzo Chigi ha corso a più non posso fino ad andare a sbattere con tutto il Pd. Il Movimento 5 Stelle ha coltivato l'illusione di rendere sprint la democrazia a colpi di clic, per poi impantanarsi in fazioni e sospetti.

Intendiamoci, la crisi provocata dalla pandemia richiede scelte coraggiose e rapide per il miglior impiego dei 209 miliardi del soccorso europeo. I dubbi sull'inadeguatezza delle burocrazie ministeriali sono più che legittimi. Ma che davvero sia la soluzione giusta creare nuove strutture da sovrapporre a quelle vecchie, il premier fatica a essere convincente. Al netto delle baruffe per accaparrarsi fette più o meno consistenti di potere, la debolezza della coalizione governativa si manifesta infatti nella carenza di idee per rilanciare l'Italia, prima ancora che nel meccanismo d'attuazione dei progetti. Questo è il motivo per cui Conte rischia di cadere a ogni passo. Dagli annunciati 60 progetti solo generiche enunciazioni, manca il quid in grado di suscitare speranza nella ripresa. Molta retorica, tanta manovra politica. Agli occhi dei cittadini sembra l'ennesimo scontro per allungare le mani su un tesoro che l'Europa non ci ha ancora concesso. Prevalga il leader o il Parlamento, senza un'idea dell'Italia che sarà non c'è futuro.

 

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