Il renzismo dell'era post-Covid è un debole refolo di vento

Falso movimento. Di questo, si è trattato. Com'era prevedibile la mozione di sfiducia renziana contro il ministro della Giustizia del governo che Iv sostiene, è finita come doveva finire. Troppi i timori di spalancare le porte a elezioni anticipate in cui il rischio è dimezzare la propria rappresentanza parlamentare. Troppo l'azzardo mentre il paese è alle corde. Meglio turarsi il naso e non sfiduciare l'uomo di Conte. Negoziando, magari, nuovi ingressi nell'esecutivo in caso di rimpasto o qualche posto nella partita delle nomine.

La vicenda è rivelatrice. Perché sottolinea la debolezza di fondo dei partiti personali, già in nuce prima del tellurico sommovimento provocato dal Covid-19. Dilatata sino all'estremo ora che, sotto i colpi di maglio del virus, vengono meno alcuni grandi pilastri del tardo Novecento: l'assolutismo del mercato, l'esaltazione della globalizzazione come solo flusso di merci e capitali, il mito dell'Individuo risolutivo, la pretesa di un prometeico dominio sulla natura.

È in quel contesto, fintamente post-ideologico, che nasce l'idea che ciascuno possa farsi un proprio partito, che non esistano concezioni del mondo ma solo individui, che la politica sia mera amministrazione. Poco importa se alle spalle non ci sono riferimenti politici culturali, né vecchi, né nuovi, o interessi sociali da rappresentare. Insomma, uno straccio di visione che vada oltre l'orizzonte della lotta, non proprio titanica, per il proprio destino personale.

In questa visione della politica come manovrismo, come rendita di posizione, conta solo la volontà del Capo: che brividi dovrebbe suscitare in qualsiasi società democratica una simile parola dopo il cesarismo autoritario degli anni Venti e Trenta del Novecento, epoca che, i molti senza memoria e senza storia che ci circondano, collocano più o meno accanto al Giurassico o al Triassico. Un capo da seguire fideisticamente. Anche sul baratro dell'irrilevanza.

Il renzismo (sic) è solo un'increspatura, un flebile refolo di vento, nell'era postcovidiana, che esige un confronto, non certo leopoldesco, su "questioncelle" come: lo spazio di stato e mercato nell'economia, le trasformazioni del lavoro, il capitalismo digitale che diventa capitalismo della sorveglianza, intelligenza artificiale che, se non regolata, può trasformare la società in distopie alla Philiph Dick.

Ma la necessità di andare avanti, di nulla discutere in nome dell'esigenza di non far cadere il governo, non permette simili lussi. Anche se, per tornare dal futuro al presente senza resettare troppo il passato, occorrerebbe rispondere a una domanda mai fatta davvero in una realtà cui non vi mai cesura ma solo superamento: come ha fatto il Pd a scegliersi un segretario come Renzi che gli era culturalmente estraneo? Se l'interrogativo fosse, finalmente, affrontato, si potrebbe esclamare, come Safran Foer: " ora ogni cosa è illuminata! " .

 

 

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