Ecco perché le elezioni in Umbria sono una prova generale e non un test

E domani si celebra il rito laico del test elettorale. Stavolta in Umbria, regione tradizionalmente rossa, nel cuore di quella cintura che fu comunista, poi diessina, poi dem. A ben vedere, però, più che un test è una prova generale. Voi direte: non è la stessa cosa? Non proprio. Vediamo perché.
 
La partita è tutta da giocare. È vero che all’ultimo giro Matteo Salvini ha preso qui una barca di voti, che, se facesse il bis sventolerebbero festanti bandiere verde. Ma quelle erano elezioni Europee, un voto – come dire? – che non impegna, che non ha conseguenze dirette, e che è regolato da un sistema proporzionale puro. Toccava poi il suo acme la possente campagna anti Bruxelles, l’Europa matrigna, i vincoli da abbattere e via urlando. Ma soprattutto brillava lui, il leader, il Capitano in continua ascesa di consensi. Prima del Papeete e della cervellotica crisi d’agosto.
 
Adesso, molte cose sono cambiate, anche se i sondaggi premiano ancora la Lega. Alle regionali, però, si vota con altri criteri e il voto è spinto quasi sempre da esigenze locali, non nazionali. Insomma, che il governo giallorosso stia in buona salute o arranchi, non incide direttamente sulla scelta degli elettori. In questo senso non è un test. In Umbria, piuttosto, peserà lo scandalo che ha travolto la sanità e il Pd, e chissà se l’alleanza con i Cinque Stelle, quelli di “onestà onestà”, servirà a rassicurare elettori delusi.

Come finirà, dunque, non si può dire, ma in qualche modo i competitors si stanno già preparando al dopo. Salvini, per esempio, parla come se avesse già vinto. Un po’ è propaganda, e un po’, forse, ha sondaggi che non sappiamo. Pd e M5S, viceversa, si sono tirati un po’ indietro, imboccando la strada che si sintetizza nel rassicurante mantra «è solo un voto locale»: non devono avere buone notizie. Il più furbo di tutti, al solito, è Matteo Renzi che, forse temendo il peggio, non solo se n’è uscito dal Pd subito prima che cominciasse il filotto di voti regionali (Umbria, Calabria, Emilia, Toscana), ma ha pure deciso di non presentare liste di Italia Viva. Insomma, se si perde, non sarà nell’elenco degli sconfitti.

Allora, “prova generale”. Per la nuova alleanza Pd-M5S, naturalmente: se l’Umbria cambia di colore, comincerà l’immancabile scaricabarile tra soci, sport in cui i grillini eccellono: già nei giorni scorsi Di Maio ha ricominciato ad affilare i coltelli, da lunedì potrebbe essere peggio. E diventare questa la strategia del movimento, fino a quando la legislatura vivrà. Anche Renzi saprà se la sua politica dei due forni – nello stesso tempo al governo e contro il governo – funziona, e può continuare a essere il suo brand. 
E prova generale sarà soprattutto per Salvini. Se conquista l’Umbria, è molto probabile che il governo non ne risenta immediatamente; ma questa presa di potere suonerebbe, appunto, come la prova generale in vista della vera scadenza, il voto in Emilia, la madre di tutte le ex regioni rosse, simbolo e sostanza del Pd, ma anche perno della nuova geografia del potere: dopo Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto... Continuare a far finta di niente? 
 
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