Sanremo, l’arpista che ha scelto di insegnare alle bambine la musica degli angeli

Caterina Bergo Marzolla, la prima volta al Festival nel 2013

Se hai salutato da dieci anni una terra come il Veneto carica di fascino e di cultura musicale con i suoi sette conservatori, un transito dalle parti del Red Carpet è una carezza alle promesse e ai sogni di sempre. Ancor di più se la musica è la tua storia, la tua professione e forse la tua missione definitiva, con performances d’alto livello ma anche un assiduo impegno nell’aggiornamento, nella didattica e nella divulgazione. Per non dire delle scelte personali sbocciate tra accordi pizzicati e arpeggiati, come ad esempio quella di regalare un altro spartito alla vita e trasferirsi nella città del Festival, per cogliere l’opportunità di collaborare con la Sinfonica di Sanremo. O quella di sposarsi qui in Riviera.  

Così, passando dalle parti dell’Ariston, per Caterina Bergo Marzolla, arpista di respiro internazionale, scegliere nel magma di glissé e ricordi potrebbe sembrare un tuffo nel superfluo. Come una sfida tra Vermentino o Pigato, preferiti entrambi ai vini di casa del nord est. E invece, anche in Caterina che insegna la musica degli angeli, il «rosso tappeto» fronte Ariston finisce per rimescolare il sangue e il rosso delle rose rosse ricevute in dono in un non lontano San Valentino. Non l’unico dono, non l’unica ricorrenza.  

Era il 2013. E la musicista venne invitata al Festival per accompagnare l’ospite internazionale Antony, del gruppo «Antony and the Johnson». Un tumulto di emozioni salire sul palco dell’Ariston. Anche perchè era spuntata un po’ di febbre. E soprattutto c’era la piccola Giulia che iniziava a farsi sentire: «Avevo scoperto da pochissimo di essere incinta, il cuore era gonfio di felicità e di paura. Nessuno ne era ancora a conoscenza tranne mio marito Luca, anche lui musicista e anche lui quella sera sul palcoscenico, tra le fila dei violini», racconta Caterina. Un ricordo indelebile e un altro passo per accompagnare un’urgenza senza fine: quella di trasmettere la passione per la musica e per l’arpa alle giovani generazioni. Alle figlie, intanto: Giulia e la sorellina Sofia. Ma anche a tante altre allieve, affascinate già in età precoce dall’arpa. Metodo Suzuki. Dal nome di un violinista e filosofo orientale, che associa la musica alla lingua madre. Imparare insieme a parlare e a suonare. Suonare la musica degli angeli, senza il timore di sorvolare i confini e di allargare gli orizzonti. Oggi per un’applaudita esibizione a Nizza o Montecarlo. In futuro, per regalare un altro spartito alla vita.  

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