Un anno di governo Renzi, l'ascesa di Matteo tra luci e ombre

In dodici mesi di governo il premier ha sfornato ciambelle di vari tipi: alcune col buco e altre no, nonostante il grande sforzo di marketing per piazzarle tutte nel mercato dei voti. E oggi la fiducia degli italiani nei confronti del governo è al 48% mentre il 47% si dice scontento dell'operato di Renzi

Se c’è un difetto che gli osservatori esterni hanno sempre rimproverato a Silvio Berlusconi, negli ultimi vent’anni, è stato quello di eccellere in campagna elettorale ma poi risultare mediocre alla prova di governo: d’altra parte si tratta di due sport diversi, e non è detto che il campione di una disciplina debba per forza primeggiare nell’altra. Se c’è un rischio che Matteo Renzi corre, alla luce di questo primo anno a Palazzo Chigi, è esattamente lo stesso: entrare nella hall of fame dei comunicatori politici – categoria ben rappresentata, negli ultimi anni, dai leader di vari Paesi – ma non in quella degli statisti. Perché una cosa è raccontare di aver cambiato l’Italia (e magari convincersene, e per un periodo convincere anche i propri elettori), un’altra è cambiarla davvero. E il primo anno di vita del primo governo Renzi ha sfornato ciambelle di vari tipi: alcune col buco e altre no, nonostante il grande sforzo di marketing per piazzarle tutte nel mercato dei voti.

Le elezioni. Il punto di forza dell’ex sindaco di Firenze, si diceva, è la conquista del consenso. Renzi ha avuto la fortuna di affrontare un appuntamento elettorale quasi subito e la bravura di sfruttarlo al meglio: il 40,8 per cento del Pd alle Europee 2014 lo ha legittimato ex post, lavandogli la macchia della manovra di Palazzo contro Letta, e gli ha fruttato una serie di risultati in campo internazionale. Tipo la nomina del capogruppo Sd all’Europarlamento (Pittella), quella di Miss Pesc (Mogherini), e in generale una benevolenza della stessa stampa estera, che lo ha individuato come l’homo novus del Vecchio Continente. La debolezza della sinistra europea ha inoltre rafforzato il suo ruolo anche come interlocutore del Ppe, e l’opportunità del semestre di presidenza Ue (altra botta di fortuna, perché il ragazzo ne ha) lo ha fatto apparire, a tratti, l’unico interlocutore di Juncker. Permettendogli, tra l’altro, di ascriversi anche meriti non totalmente propri, come gli spiragli aperti sulla flessibilità.

Gli annunci. Sono stati l’architrave di questo primo anno. Chiedi all’elettore medio: ti dirà che è stata cambiata la legge elettorale, che il Senato ha i giorni contati, che sono state abolite le Province, che la scuola cambia, che sono state tagliate le spese pubbliche, vendute le auto blu, ridotte le ferie ai magistrati. Per ognuno di questi temi la realtà è un po’ più complicata, ma chi lo ha fatto notare è passato per gufo o rosicone. Parafrasando il Trap, Renzi ha detto più di una volta gatto senza averlo nel sacco, e qualche volta (come nella spending review di Cottarelli, che infatti è tornato a Washington) senza avere nemmeno il sacco. La versione onesta della storia, al netto degli annunci, è che il cambiamento richiede più tempo (e giri più larghi) del previsto, e che Renzi è ancora il capomastro di un cantiere aperto.



I provvedimenti. In cima alla lista, gli 80 euro in busta paga: al netto delle critiche sulle coperture (in parte caricate sugli enti locali, in parte su altre categorie di lavoratori) e sulla platea di destinatari (la più favorevole al Pd, dal punto di vista elettorale), si è trattato comunque di un atto nel segno della redistribuzione. Poi c’è stato il Jobs act, che – in equilibrio precario tra Sacconi e Fassina – forse faciliterà un po’ la vita alle imprese che abbiano voglia e possibilità di assumere: si vedrà più avanti, con la ripresa economica, e per ora va annoverato nelle buone intenzioni. Infine, sul podio va messa anche la nomina di Cantone a capo dell’Autorità anticorruzione: con l’Expo alle porte, Renzi ha azzeccato i tempi e il nome.

 



Il clima. Rispetto ai governi precedenti, con maggioranze sempre in bilico, nel suo primo anno a Palazzo Chigi Renzi è stato capace non solo di non perdere pezzi, ma addirittura di rafforzare la coalizione che lo sostiene. Ha tenuto insieme il Pd nei momenti chiave (l’elezione di Mattarella è stata un capolavoro di calcolo e freddezza), riuscendo ad allargarlo sia a sinistra (con i transfughi di Sel) che a destra (con quelli di Scelta civica). In più, finché dura, ha buona parte dei mass media a favore: paradossalmente molto più dello stesso Berlusconi, che pure ne possiede parecchi. Ma di questo bisognerà riparlare tra un anno, sempre che Renzi non decida di andare al voto prima.

 

 

Nota informativa - Grafici eleborati dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento. L’indagine è stata condotta dal 14 al 16 febbraio 2015 su un campione stratificato di 1.008 intervistati, rappresentativo dell’universo della popolazione italiana maggiorenne. Coordinamento di Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone. La rilevazione demoscopica è stata realizzata con la supervisione di Marco E. Tabacchi. Metodologia e approfondimenti su: www.demopolis.it

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