Ristoranti alla prova del Green Pass: "Saranno gli stessi clienti a chiedercelo". "Ma le forze dell'ordine non ci lascino soli"

Milano (@Massimo Alberico) (fotogramma)
Voce a titolari e gestori a pochi giorni dall'entrata in vigore dell'obbligo del certificato verde per alcune attività, tra cui pranzi e cene all'interno di un locale. Diverse le opinioni: "Lo chiederò, so cosa vuol dire star chiuso per mesi". "Ma perché tanta severità solo con noi mentre i mezzi pubblici viaggiano affollati?"
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Mentre le piazze rumoreggiano e scalmanati alzano voce e non solo sugli sventurati che “si sono portati avanti” chiedendo in anticipo a clientela e dipendenti il Green Pass o sostenendone l’utilità, la grande famiglia dei ristoratori si rimbocca le maniche: il 6 agosto è vicino, meglio non farsi trovare impreparati. E allora: chi scarica l’app per il controllo del QR code e lo testa “in casa”; chi espone cartelli avvisando la clientela dell’imminente obbligo di legge; chi non vede l’ora (perché così i più timorosi saranno rassicurati e torneranno); chi prende tempo «perché tanto in Italia fino all’ultimo non si sa mai».

Il CdM che approverà il provvedimento è imminente ma i partiti ancora trattano, mentre Draghi-Speranza-CTS fanno resistenza. In attesa, abbiamo provato a sondare realtà diverse in località diverse, per sapere cosa ne pensano i diretti interessati, ovvero chi ci imbandirà le mense avendoci prima “controllati”, ristoranti per famiglie e trattorie, ovvero coloro che costituiscono lo zoccolo duro della ristorazione italiana.

Le associazioni di categoria si sono già mosse, per cui i gestori sono già stati informati su cosa li aspetta, hanno scaricato l’app che legge il QR code e si stanno organizzando. Magari non c’è grande convinzione su questo nuovo adempimento ma l’accettazione è generalizzata: così si fa, se così vuole lo Stato. «Tutto purché si esca prima possibile da questa pandemia», sintetizza per tutti Simona Vlaic del San Giors di Torino. «Anche se per noi è un ulteriore impegno, ben venga, se ci permetterà di restare aperti e rassicurare la clientela, se permetterà il ritorno a una convivialità rilassata. Gli incassi non sono gli stessi di prima della pandemia, e non solo per via del ridotto numero dei coperti: sono molti quelli che hanno paura di venire al ristorante o che, se non c’è posto all’aperto, rinunciano. E non pochi quelli che mi hanno espresso la loro soddisfazione di un green pass che permetterà di sedersi a tavola solo in mezzo ad altra gente vaccinata».

Domina comunque l’incertezza sui contorni dell’obbligo, a pochi giorni dall’entrata in vigore del Green Pass. «E in Italia sappiamo bene cosa significa - dice Claudio Ruffinatti de La via del sale di Torino -. Non mi esprimo, quindi. Né lo hanno fatto finora i miei clienti. Aspettiamo. Avendo poi questi mesi estivi come soffietto prima dell’avvio della stagione vera e propria, senza più posti all’aperto».

È dell’ìdea che «sta avvenendo tutto troppo in fretta», Edgardo “Dodo” Bonfigli, uno dei titolari de La Gavarina d’Oro di Podenzana (Massa Carrara). «Malgrado tg e giornali non parlino d’altro, la gente non sa nulla sul Green Pass. Così siamo noi a dover fare informazione». A conferma, all’ingresso del locale, troneggia una lavagna che invece del menù del giorno avvisa su quanto accadrà dal 6 agosto. «E comunque - continua - sono convinto che, anche se in corso d’opera, verranno poi fatti adeguamenti alle prime norme».

La lavagna con le informazioni sul Green Pass 
Il vero nodo comunque pare essere quello dei controlli, o almeno di chi controllerà il controllore. Sospetti e diffidenze in questo caso si focalizzano sull’assenza delle forze dell’ordine (vigilanza urbana in primis) e sui colleghi, per via di pregressi «comportamenti sleali» ben noti tra gli addetti ai lavori. «Io (e la mia clientela) non abbiamo alcun problema a richiedere il Green Pass come non ne abbiamo avuti a imporre l’uso della mascherina» dice Fabio Locatelli de La Madonnina di Milano. «Quello che auspico sono i controlli. Che devo pensare, infatti, se so di tanti ristoranti che, in pieno lockdown, facevano entrare i clienti dal retro e lavoravano come nulla fosse? Quegli stessi che faranno ora?». Dubbi ci sono sulla possibilità di controllare tutti i clienti. «La prenotazione - dice ancora Locatelli - diventa più che mai importante: è lì che fai il primo screening, avvisando che senza Green Pass verrai rimandato a casa». E però: «Nei momenti di punta qualcuno può sempre sfuggire», mette avanti le mani Ruffinatti. Che continua: «Ma perché tanta severità solo con noi? Che dire della movida che imperversa liberamente o dei mezzi pubblici sovraffollati? Abbiamo un esercito, perché non impiegarlo su tram e metro, o come deterrente per gli assembramenti?». È invece più positivamente convinta che saranno gli stessi clienti alla fine a imporre i giusti comportamenti Simona Vlaic. «Certo, ci sarà, tra di noi ristoratori, chi farà finta di nulla. Una concorrenza sleale che però sarà il cliente stesso a sanzionare non tornando. Insomma, alla fine, anche senza controlli e multe, potresti pagare cara l’elusione delle norme».

(ansa)
«Sono convinto dell’utilità di questo provvedimento - conclude Bonfigli -. Sono pronto a rimandare indietro chi fosse sprovvisto di green pass. Certo, alcuni miei habitué, operai e gente che lavora spesso non sono vaccinati, e qualcuno mi ha già sfidato: voglio vedere se ci mandi via. So però cosa significa dover stare chiusi per mesi con 15 persone che dipendono da te. E ancora di più so la preoccupazione di essere positivi: non ce ne sono mai stati tra i miei clienti, ma mio figlio a un certo punto è stato contagiato (la moglie lavora in ospedale). In via precauzionale ho chiuso subito. Tutti tamponati e tutti negativi. Solo dopo abbiamo riaperto. Poi, tre giorni dopo, la Toscana è precipitata in zona arancio. Non possiamo più permetterci situazioni così. Non possiamo permetterci altre chiusure».