Angoli di paradiso fra routine e grattacieli: la mappa europea delle vigne urbane

Vigna della Regina a Torino 
Da Torino a Avignone, da Roma a Parigi, da Siena a Milano, la meraviglia dei tralci in centro città. Luca Balbiano, presidente dell'associazione europea: "Storia, cultura, turismo: sono questi i tre pilastri della nostra realtà"
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Solo 20 anni fa era una selva impraticabile, mentre oggi è una meravigliosa vigna di Freisa sulla collina di Torino, nel terreno di una seicentesca residenza reale patrimonio dell’Unesco, con la Mole Antonelliana che spunta nello skyline tra un filare e l’altro. Una cartolina. Vigna della Regina deve il nome all’omonima Villa, residenza estiva delle regine di Sardegna: fu la Sovrintendenza a proporre a Luca Balbiano di reimpiantare l’antico vigneto reale per poi gestirlo e in questo modo restituirlo ai torinesi. “Quando arrivai, assieme a mio padre, per visionare il terreno trovai solo erbaccia, rovi e qualche tralcio sparuto e mal ridotto. Andammo via, delusi, convinti a rinunciare a quell’impresa folle”. Ma bastò poco per cambiare idea. Avviate le ricerche sui cloni, con l’aiuto di Anna Schneider, dopo anni di lavori – tra il disboscamento e la risagomatura del pendio - la Vigna della Regina è tornata in vita, a partire da 2700 barbatelle. Il vitigno è quello autoctono dell’epoca, Freisa. C’è anche un 2% di Grisa, Roussa, Cari, Balaran e Neretto, vere chicche per ampelografi ed enofili. La prima vendemmia risale al 2009: vino rosso Villa della Regina, si chiamava. Poi è arrivata la Doc (2011) e la menzione «Vigna». Quasi un ettaro, e una produzione di 4,5 mila bottiglie, numerate. “È un sogno che si avvera” diceva Balbiano al primo brindisi, tanto appassionato dall’idea di una vigna urbana, e tanto coinvolto nel progetto di poter restituire o preservare un pezzo di storia, da impegnarsi in prima persona nella creazione di un network di vigneti storici urbani.

Oggi Balbiano presiede l’“Urban Vineyards Association”, che comprende anche il Clos Montmartre di Parigi e il Castello di Schönbrunn a Vienna, la Vigna di Leonardo a Milano, la Senarum Vinea a Siena e la Vigna del Gallo a Palermo, il Clos del Canuts a Lione e il Clos du Palais de Papes ad Avignone, e a Venezia la Laguna nel bicchiere e San Francesco della Vigna.

Il fascino di Montmartre 

Uno dei primi a far parte del network con Vigna della Regina è stato il Clos Montmartre che al podere torinese contende il fascino: la vigna risale al 1933, si trova sul pendio di Montmartre nel 18° arrondissement di Parigi e comprende 1800 vigneti di 30 varietà diverse di vite. La vendemmia aperta al pubblico è una festa per tutta la città, che richiama turisti anche da oltre confine. Si chiama “La Fête des Vendanges” ed è un vero e proprio festival con artisti di strada e degustazioni. Il vino viene poi messo all’asta e con il ricavato si finanziano opere sociali.

La vigna parigina di Clos Montmartre 

Leonardo da Vinci a Milano

Eccellenza tutta italiana, la Vigna di Leonardo da Vinci, a due passi dal Cenacolo, ha origini antichissime: nel 1498 fu Ludovico il Moro a regalarla a Leonardo quando da Firenze arrivò a Milano alla sua corte e nell’anno in cui stava ultimando l’Ultima Cena. È sopravvissuta fino agli Anni 20, poi l’abbandono. Il recupero è avvenuto in occasione di Expo 2015, dopo lunghi anni di ricerche condotte dalla genetista Serena Imazio e dal professor Attilio Scienza. Fu ripiantata nel cortile della Casa degli Atellani (l’architetto che la restaurò, Piero Portaluppi, ebbe il buon senso di conservare alcuni tralci). La prima vendemmia è del 2018, uva Malvasia imbottigliata in 330 decanter da collezione.

Siena e la riscoperta dei vitigni

Quello di Siena invece è un progetto più ampio e interdisciplinare, un percorso alla riscoperta di 20 antichi vitigni autoctoni e minori, in città ma anche nei giardini e nelle aree verdi più periferiche: con Senarum Vinea sono stati recuperati ceppi centenari altrimenti dimenticati e forse per sempre perduti. Dieci di questi - Gorgottesco, Giacché, Tenerone, Salamanna, Occhio di pernice, Prugnolo gentile, Procanico, Sangiovese piccolo precoce, Rossone, Mammolo e Moscatello nero – sono stati identificati e segnalati nella banca dati del Germoplasma autoctono toscano. 

Roma caput vitis

Il network ogni anno cresce e potrebbe ampliarsi a breve, almeno stando ai desiderata del suo presidente e ai contatti già avviati con altre importanti città, come Roma “dove c’è una piccolissima vigna a Trinità dei Monti che ci piacerebbe coinvolgere”, mentre un’altra dovrebbe essere impiantata nel parco del Colosseo “con varietà autoctone romane”. E poi c’è sempre la Vigna di Pompei, corteggiatissima dall’Urban Vineyards Association: qui, nel 1996, la Soprintendenza Archeologica ha affidato alla famiglia Mastroberardino il progetto di recupero delle antiche tecniche di viticoltura del sito. Oggi all’interno degli scavi, circa un ettaro di vigneti è dedicato alle varietà Piedirosso (bacca nera, il “Per’ e palummo” in dialetto, a indicare i pedicelli dei chicchi, rossi come quelli di una zampa di colombo) e Sciascinoso (altra bacca nera), allevati secondo i metodi degli antichi romani, cioè del 79 d.C.

La vigna di Avignone 


La tradizione di Avignone

Le vigne urbane possono sembrare una moda degli ultimi tempi, ma non sono solo fascino e folklore. Il lavoro dietro ogni terreno è supportato da ricerche scientifiche, lunghissime e approfondite e il network internazionale ha uno strategico ruolo di raccordo: “Siamo nati solo nel 2019 e dopo pochi mesi ci siamo fermati per la pandemia, ma l’Urban Vineyards Association è un aiuto straordinario per la crescita di ogni singola Vigna” dice Balbiano, in partenza proprio in questi giorni diretto al primo incontro live con i “cugini” del  Clos du Palais de Papes ad Avignone, realizzato a tra il 1200 e il 1330 da due Papi, Benedetto XII e Clemente VI, affacciato sulle rive del Rodano (dieci i vitigni autoctoni: i rossi Grenache Noir, Syrah, Carignan, Cinsault, Mourvèdre, Marselan e Counoise, e poi i bianchi Grenache Blanc, Marsanne e Roussa).

Il valore aggiunto di questa dell’associazione? “Le relazioni, lo scambio di know-how, di informazioni”. Impossibile, perché troppo presto e perché reduci da un anno e mezzo horribilis e sfalsato dal lockdown, avere un feedback in termini di numero di visitatori o di fatturato. E poi l’obiettivo (e il senso) del progetto non è tanto economico (“la produzione in molti casi è davvero esigua”) quanto storico, culturale, turistico: “Sono questi i tre pilastri fondamentali per noi. Le Vigne sono collegate tra loro non in modo teorico, ma funzionale: ci occupiamo di progetti visionari, dalla forte vocazione culturale, il vino e i vigneti sono uno strumento per raccontare le storie e la Storia e per sviluppare il turismo di prossimità: una vigna a due passi da un grattacielo o dal corso trafficato di una metropoli è una scoperta straordinaria per moltissime persone”, amanti del vino ma non solo.