Il futuro dell'eco-business: giovani talenti e startup attente alla sostenibilità

Zaharah Nabirye, cofondatrice e direttrice di Kimuli Fashionability
Zaharah Nabirye, cofondatrice e direttrice di Kimuli Fashionability 
In Uganda un team d'impresa che ha trasformato la crisi africana in un'opportunità di lavoro innovativa e inclusiva
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“Dal letame nascono i fior” cantava, nella sua saggezza, Fabrizio De Andrè. In Africa infatti, dai rifiuti della plastica, nascono indumenti e accessori durevoli, sostenibili e impermeabili. Confezionati da Kimuli Fashionability, una singolare startup ugandese ad impatto sociale che coniuga la sfida del riciclo col sostegno di 102 collaboratori con disabilità. L'idea, lanciata della giovane imprenditrice ugandese Juliet Namujju, si avvale del talento di una giovanissima product designer, Zaharah Nabirye. Confidando nel motto 'Fashion Beyond Barriers' (Moda Oltre le Barriere), proprio lei ha trasformato un aspetto della crisi africana in un marchio di ecomoda inclusivo, che offre opportunità di lavoro a sarti e giovani disabili.

Solo a Kampala, ogni giorno 28mila tonnellate di rifiuti in plastica vengono gestite senza un sistema di smaltimento regolarmente funzionante. Meno della metà della spazzatura viene raccolta, la maggior parte rimane per strada. E soltanto l'1% di questi rifiuti viene riciclato. Il resto viene bruciato all'aperto. Altro motivo di crisi, nel continente, sono le condizioni delle persone con disabilità, spesso escluse dalla normale partecipazione a programmi sociali, economici, educativi. Sarebbero “lente”, “meno produttive”, addirittura “incompetenti”. Invece tra loro esiste chi,  lavorando il polietilene derivato dalla plastica, confeziona abiti di gusto senza rinunciare alla sostenibilità. A confermarlo sono i numeri di Kimuli: 120 giovani (tra uomini e donne) impiegati per la raccolta delle plastiche, più di 30 tonnellate i rifiuti accumulati, 9.000 i prodotti riciclati. Oltre 130 lavori di sartoria e 20.000 le persone che si sono avvicinate a questa realtà. Nella lingua di Kampala, “kimuli” significa “fiore”. E la startup, appunto, trasforma ciò “che la gente vede come spazzatura in qualcosa di bello come un fiore” dichiara Juliet.

Zaharah Nabirye, cofondatrice e direttrice di Kimuli Fashionability
Zaharah Nabirye, cofondatrice e direttrice di Kimuli Fashionability 

Cosa serve di più per risultare vincitrice di “Next Generation Africa”, il progetto promosso dall’associazione BeEntrepreneurs e dall’Ambasciata d’Italia in Uganda? Il programma ha l’obiettivo di sostenere la crescita imprenditoriale della “Silicon Savannah”, l’ecosistema dell’innovazione composto da Kenya, Uganda, Tanzania e Rwanda, con 100 tech hub (tra incubatori, acceleratori e spazi di 'coworking') e più di 700 milioni di dollari di investimenti attratti dalle startup. Dall’8 al 13 maggio Startup Africa Roadshow ha condotto in Italia, tra Milano e Torino, i migliori talenti imprenditoriali provenienti dall’Uganda selezionati durante la Tech Week di “Next Generation Africa” realizzata a Kampala a fine 2021.

“Prima di lanciare Kimuli, abbiamo frequentato la Social Innovation Academy – racconta Zaharah Nabirye –  un'organizzazione situata a Mpigi, in Uganda, che consente ai giovani emarginati di trasformare le sfide personali e quelle della comunità in imprese sociali.  Questa opportunità ci ha dato la forza e la visione per creare un marchio innovativo e formare in modo adeguato il personale. Volevamo inventare un nuovo modello di business e realizzare al contempo abiti belli da indossare: una linea di abbigliamento in grado di educare le nuove generazioni alla cultura del riciclo. La nostra missione va oltre il profitto: vogliamo dare lavoro alle donne e salvare l’ambiente. Abbiamo voluto creato qualcosa che non arricchisse solo il portafoglio, ma soprattutto la nostra anima. Proprio per questo portiamo avanti anche campagne di sensibilizzazione, soprattutto nelle scuole, per educare i bambini a riciclare correttamente i rifiuti e adottare un approccio in linea con i principi dell’economia circolare”.

A sostenere la Tech Week è Eni attraverso Joule, la scuola per l’impresa nel settore della formazione e dell’imprenditoria. In proposito Marwa ElHakim, responsabile dell’area Diversity & Inclusion di Eni, non ha dubbi: “L’imprenditorialità femminile e l’inclusione delle disabilità e delle diversità in generale sono leve importanti per uno sviluppo sostenibile che non lasci indietro nessuno” sostiene. “L’innovazione ha bisogno del talento e delle competenze di ogni persona indipendentemente dai propri tratti di unicità. E la persona è anche il focus di Joule, la Scuola di Eni per l’impresa, che si occupa di formare aspiranti imprenditrici e imprenditori e di supportare gli ecosistemi dell’innovazione ovunque l'azienda sia presente con le proprie attività”.

Partendo dal valore del singolo, Joule vuole far nascere una nuova generazione di imprenditori, futuri artefici di un'idea di impresa basata sulla sostenibilità, sulla lotta al cambiamento climatico e sulla decarbonizzazione in tutti i settori. La sua mission è quella di supportare la crescita di imprese sostenibili attraverso due percorsi, Human Knowledge (HK, suddiviso nei due programmi Open e Lab) ed Energizer, dedicati rispettivamente alla formazione e all’accelerazione di startup.

 La sede di Joule presso il Gazometro di Roma Ostiense
 La sede di Joule presso il Gazometro di Roma Ostiense 
Il ruolo di HK è quello di accompagnare la crescita imprenditoriale attraverso Open, un’esperienza di sviluppo formativa, aperta a tutti, gratuita e innovativa. Lab, il programma di Idea Validation, è invece dedicato agli aspiranti imprenditori che vogliono validare il proprio progetto. Infine, Energizer è l’acceleratore di ecosistemi che supporta startup con forte impatto sulla sostenibilità ambientale e sociale grazie all’avvio di programmi di incubazione, accelerazione e/o sperimentazione con Eni e il suo network.