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"La situazione climatica è difficile ma non possiamo arrenderci"

"La situazione climatica è difficile ma non possiamo arrenderci"
Sir David King, negoziatore del governo britannico ed uno degli artefici degli Accordi di Parigi: "Dobbiamo allontanarci da ognio fonte di combustibile fossile, lo dobbiamo ai nostri nipoti"
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Buenos Aires. Quando è salito sul palco del C40 Summit di Buenos Aires, l'evento organizzato dalla rete 97 grandi metropoli del mondo scese in campo per contrastare il cambiamento climatico, l'effetto è stato quello di una doccia fredda. Sir David King, classe 1939, accademico originario del Sud Africa ma britannico di passaporto, è stato a capo del comitato scientifico del governo inglese quando a Downing Street c'era Tony Blair. E per conto del suo governo è stato uno degli artefici degli Accordi di Parigi che nel 2015 stabilirono come obiettivo evitare l'innalzamento delle temperature oltre il grado e mezzo abbattendo le emissioni di gas serra. Instancabile, da allora non fa altro che ripetere che "non abbiamo più tempo da perdere". Un riferimento per Phoebe Plummer, una delle due attiviste che hanno lanciato una lattina di zuppa sul dipinto "I girasoli" di Vincent Van Gogh alla National Gallery di Londra, che ha espressamente citato un'altra affermazione di King: "Ciò che faremo nei prossimi tre o quattro anni determinerà il futuro dell'umanità". Lui è tornato a ricordarlo ai sindaci delle città del mondo, parlando subito dopo Sadiq Khan che aveva sottolineato come solo le metropoli stanno davvero facendo qualcosa mentre i governi "trascinano i piedi". Ma non è abbastanza.

"Siamo in ritardo, abbiamo perso troppo tempo", racconta. "Gli scienziati del clima hanno iniziato a parlare con insistenza della crisi nella quale siamo con la comunità mondiale dagli anni Ottanta. Nel 1992 è stata costituita la Convenzione quadro delle Nazioni Unite. Sono stato capo negoziato per la Gran Bretagna. Provi a immaginare cosa significa negoziare con quasi 200 Paesi. Ogni paese è rappresentato da 20 negoziatori ufficiali, in totale erano quattromila. Nel 2015 abbiamo ottenuto il primo accordo che però è stato raggiunto perché in precedenza ci siamo mossi direttamente con i governi".

Cosa intende?
"Nei due anni precedenti agli Accordi di Parigi ho viaggiato in 96 nazioni. Ad ogni visita abbiamo cercato e spesso trovato l'accordo con i vari governi. A Parigi sapevamo già che avremmo raggiunto un risultato".
 

E questo che si dovrebbe fare anche per prima delle varie United Nations Climate Change Conference (Cop) come la prossima?
"La strategia deve essere diversa. Abbiamo bisogno di resilienza perché i sistemi meteorologici del mondo stanno già cambiando. Quello che sta accadendo al Polo Nord è drammatico e sta accadendo molto più velocemente di quel che si credeva. E può solo peggiorare andando avanti. Dobbiamo arrivare ad una riduzione profonda e rapida delle emissioni. Dobbiamo allontanarci molto rapidamente da tutti i combustibili fossili che devono diventare una fonte di energia del passato".
 

Con l'invasione dell'Ucraina sembra sia accaduto esattamente il contrario.
"Per produrre energia non serve il carbone. La transizione non è un danno, il danno è tenere aperte le miniere e i giacimenti petroliferi. Come hanno sottolineato i rapporti del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) il limite massimo per invertire la rotta è il 2030. Alcuni Paesi possono puntare sulle rinnovabili e sul nucleare, altri solo sulle rinnovabili visti i costi ancora proibitivi del nucleare. Ma è una transazione possibile."

Nel suo Paese natale, il Sud Africa, come lo l'hanno presa questa idea dell'addio alle miniere?
"Ho parlato con il sindacato nazionale dei minatori e mi hanno domandato cosa allora avrebbero dovuto fare una volta perso il posto di lavoro. Ho risposto che la mia proposta era di puntare all'occupazione nel campo delle tecnologie green e dell'energia rinnovabile che anche dal punto di vista etico e della salute, oltre che occupazionale, mi sembra una mossa migliore che spedire le persone sottoterra".
 

Ha parlato anche con i minatori cinesi?
"La Cina sta già facendo più di qualsiasi altro Paese al mondo per allontanarsi dai combustibili fossili. Sono stati sottratti ottocento milioni di persone alla povertà negli ultimi decenni. Il mondo non ha mai visto nulla di simile prima, ma lo hanno fatto bruciando carbone e petrolio. Ci hanno aiutato a metterci in guai sempre più profondi. Ora però vogliono eliminare le auto non elettriche entro il 2030 e hanno più centrali nucleari di qualsiasi altro Paese. Ovviamente non è una risposta che tutti possono mettere in piedi richiedendo forti investimenti. Si stanno studiando una nuova generazione di piccoli reattori nucleari modulari. Vengono fatti un pezzo alla volta in fabbriche non troppo grandi e le parti vengono tutte consegnate al sito per costruire la struttura in meno di due anni. E' una strada. Mentre quella delle grandi centrali, vista la svolta che dobbiamo dare ora, richiedono troppi anni per la realizzazione. Il 2030 è domani".
 

Oggi siamo già a 1,3 gradi in più rispetto all'era preindustriale. Se continuiamo così 1,5 gradi li superiamo con buona probabilità nel 2030.
"Il pianeta si trova in una posizione molto difficile. Ma possiamo ancora gestire questa crisi, non mi sono arreso. Ecco perché sono qui a Buenos Aires, ecco perché sto ancora lavorando ad una soluzione dopo tanti anni. Non dobbiamo arrenderci e non possiamo arrenderci. La mia nipotina più piccola ha due anni e mezzo. Quindi avrà 70 anni alla fine del secolo. Come sarà la sua vita e cosa dovranno passare i suoi nipoti? Forse è meglio cominciare a farsi certe domande. Tutti dobbiamo capire la natura della sfida e nessuno di noi può sfuggirne".
 

La rete di città C40 sembra stia cercando di reagire.
"Notevole, davvero. E' esattamente così. Ma è un'azione che deve essere supportata anche dai governi. C40 è un'organizzazione brillante e i vari discorsi fatti dai sindaci sono stati di grande ispirazione. Non è abbastanza, la realtà è che nessuno sta facendo abbastanza, ma almeno le metropoli sono sicuramente più avanti dei loro stessi Paesi".