L'intervista

Jeffrey Sachs: "Salviamo gli oceani per salvare noi stessi"

Jeffrey Sachs
Jeffrey Sachs 
Per uno dei massimi esperti di sviluppo sostenibile "la posta in gioco è troppo alta ma stiamo perdendo tempo. Nonostante la guerra in corso i governi, sul cambiamento climatico, devono cooperare"  
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"La nostra salvezza dipende dagli oceani, sono la nostra eredità condivisa. Se continuiamo a danneggiarli, inquinandoli, e a non affrontare tutti insieme il problema del cambiamento climatico, saremo noi i primi a subirne le conseguenze. Questa è una sfida globale. Stiamo perdendo tempo, invece bisogna agire subito". Jeffrey Sachs, docente di Economia alla Columbia University di New York, è uno dei massimi esperti mondiali di sviluppo sostenibile, chiamato dal Segretario generale dell'Onu António Guterres a guidare il Leadership Council del Sustainable Development Solution Network, una rete che coinvolge 1600 istituzioni, scientifiche, accademiche e della società civile impegnate nello sviluppo di modelli etici e sostenibili. Per la Giornata mondiale degli oceani Jeffrey Sachs era a Roma, anzi in Vaticano. È stato proprio il Papa a sceglierlo come membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali e l'8 giugno ha incontrato altri scienziati provenienti da tutto il mondo. Una sorta di summit  di esperti mondiali voluto da papa Francesco per fare il punto sulla salute degli oceani e sulla situazione delle popolazioni che proprio dall'oceano e dal mare traggono il loro sostentamento. Sullo sfondo una data: il 2030 e i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Mancano appena 8 anni.


Professor Sachs il mondo è in una situazione molto complicata, si farà a tempo ad attuare gli obiettivi?
"Sì, ma dobbiamo cambiare passo. E per farlo, per prima cosa dobbiamo far capire ai governi quanto sia alta la posta in gioco.  Anzi, è troppo alta. Serve uno sforzo collettivo, soprattutto con le tensioni di adesso. Dobbiamo trovare il modo di riportare quel concetto di sostenibilità ed equità al centro delle relazioni internazionali. I politici tra di loro e insieme agli scienziati devono cooperare essendo consci che abbiamo un'eredità comune, che sono il mare e gli oceani. Da loro dipende non solo la salute del Pianeta, ma la sussistenza di oltre un miliardo di persone che ora sono in pericolo. Ci sono zone del mondo come l'Indo-Pacifico, il mare del sud della Cina e adesso con la guerra in Ucraina anche il mar Nero, diventate campi di battaglia dove sono in atto pratiche di pesca illegale, ma anche lotte per accaparrarsi risorse e per lo sfruttamento di quella più preziosa, anche come fonte di energia: l'acqua".


Quali sono gli interventi più urgenti per salvare il mare e gli oceani?
"Sono inquinati e pieni di plastica, ma c'è un problema, ben più silenzioso e invisibile, che sta portando al collasso gli ecosistemi acquatici, l'acidificazione delle acque dovuta all'aumento della concentrazione di anidride carbonica. Poi la pesca intensiva, quel meccanismo di raccolta del pesce colpevole di spopolare il mare e impoverire alcune popolazioni costiere. Tutti danni compiuti dall'uomo e dallo sfruttamento indiscriminato del mare".


Perché, secondo lei, i potenti del mondo non intervengono?
"Prima di tutto non ascoltano le parole degli scienziati, cosa dicono le loro ricerche. Non solo. Non stanziano fondi sufficienti per metterli in condizione di studiare i danni causati dai cambiamenti climatici. Eppure, sono loro a sapere qual è il vero stato di salute del Pianeta. Quando, ad esempio, parlo con alcuni oceanografi mi dicono che la ricerca è ferma perché non dispongono di finanziamenti sufficienti. Ci sono tecnologie meravigliose in giro per il mondo, ma i governi non stanziano soldi non solo per nuovi progetti, ma anche per portare avanti una corretta gestione dell'esistente. Qual è la mia risposta davanti a tutto questo? Dico solo che la prima lezione che ho imparato è di ascoltare 'coloro che sanno'. Quindi, dico che i politici, i governi devono ascoltare prima di tutto gli scienziati. Perché ci sanno dire come proteggere il Pianeta. Noi dobbiamo solo seguirli, ma aiutarli".


Temi come il riscaldamento globale, la transizione ecologica e lo sviluppo sostenibile rischiano di venir accantonati a causa della crisi geopolitica scatenata dalla guerra tra Russia e Ucraina?
"Certamente ci troviamo in una situazione gravissima, ma il mondo era in pericolo anche prima della pandemia e della guerra, a causa del forte divario economico fra Paesi ricchi e poveri, della povertà diffusa, delle disuguaglianze, delle ampie instabilità sociali. Con alcuni Paesi che continuano a rimanere sempre più distanti dalla prosperità. Ma non deve passare l'idea che la conseguenza inevitabile sarà la chiusura delle relazioni tra questi. Uno scenario simile ci esporrebbe ad enormi rischi ambientali. E non solo. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una svolta per salvare la Terra, gli oceani, il futuro dell'umanità: dobbiamo trovare il modo di cooperare, nonostante tutto. La posta in gioco è talmente alta che dobbiamo farcela".