Clima

Salvare il ghiacciaio Thwaites ha ancora un costo troppo alto, anche per l'ambiente

Si studiano nuovi metodi per fermare la fusione del "ghiacciaio dell'Apocalisse" in Antartide: dalla costruzione di banchine alla stesura di teli riflettenti. Ma si tratta di interventi onerosi e purtroppo ad alto rischio per l'ecosistema
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Le conseguenze del riscaldamento globale continuano a farsi sentire in maniera sempre più insistente anche in quelle zone remote, quali i ghiacci dell'Antartide. Qui, fino a poco tempo fa, il contributo all'innalzamento dei mari dovuto alla fusione dei ghiacci non era così drammatico come quello dovuto alla Groenlandia. O almeno, così si credeva. Di recente, tuttavia, nuovi studi hanno dimostrato che una parte dell'Antartide occidentale, in particolare il ghiacciaio Thwaites, si è "risvegliata" e potrebbe collassare a breve, creando un effetto a catena capace di innalzare il livello dei mari in maniera repentina e modificare la circolazione degli oceani.


Nonostante copra meno dell'1,5% dell'intera superficie antartica, la fusione del ghiacciaio Thwaites (non a caso soprannominato "Ghiacciaio dell'Apocalisse") potrebbe provocare l'innalzamento del livello dei mari fino di circa un metro, di fatto raddoppiando alcune delle previsioni per la fine del secolo. Di conseguenza, mentre gli ingranaggi della macchina che dovrebbe ridurre gli effetti delle emissioni nell'atmosfera si mette in moto (e i cui effetti non si sentiranno almeno per decenni), alcuni scienziati si sono concentrati nel cercare di capire come rallentare la fusione del Thwaites, suggerendo metodi alternativi e rivoluzionari.

 

Alcuni suggeriscono, per esempio, di costruire un'isola artificiale al di sotto del ghiacciaio così da stabilizzare le piattaforme di ghiaccio che si stanno disintegrando a causa della fusione che va aumentando. Altri progetti suggeriscono di coprire la superficie del ghiacciaio con materiale altamente riflettente, come già fatto in altri ghiacciai nel mondo, al fine di ridurre la radiazione solare assorbita in estate. Ma il costo di un'operazione del genere può arrivare fino a 50 miliardi di dollari, circa la metà di quello del progetto proposto dal Corpo degli Ingegneri dell'Esercito degli Stati Uniti per proteggere la parte meridionale di Manhattan dalle inondazioni future attraverso la costruzione di un muro nella baia del fiume Hudson. Difficile immaginare che sarà possibile trovare investitori disponibili a pagare una tale somma per un'operazione così rischiosa e lontana da zone abitate.


A questo va aggiunto, poi, che il trasporto e la costruzione di isole artificiali o l'uso di ogni materiale "alieno" all'ecosistema antartico, metterebbe a rischio l'intero equilibrio del sistema ecologico, oltre al fattore di rischio associato a potenziali incidenti o disastri ambientali durante la costruzione delle infrastrutture. Sia chiaro, lo sforzo suggerito dai colleghi è di tutto rispetto da un punto di vista scientifico, proponendo soluzioni innovative a breve termine a un problema che, nonostante geograficamente lontano, ha ripercussioni sulla popolazione mondiale. Tuttavia, cercare di proporre soluzioni locali in aree di cui sappiamo così poco e così difficilmente accessibili invece che concentrarsi sull'origine del problema è un po' come raccogliere l'acqua con un secchio mentre la nave affonda.


L'esercizio tecnico e scientifico, nonostante estremamente elegante nella visione dei metodi e nella robustezza scientifica, diventa vano se la causa del problema, ovvero la riduzione delle concentrazioni di gas serra nell'atmosfera, non verrà affrontata in maniera drastica e determinata. Nel frattempo, quei miliardi di dollari spesi per le strutture ai poli potrebbero essere utilizzati per ridurre la vulnerabilità e l'esposizione a rischio di quelle comunità che già oggi, e non in un futuro lontano, vivono le conseguenze del cambiamento climatico. Quelle comunità per le quali agli effetti del cambiamento climatico si aggiungono problemi cronici legati all'ingiustizia sociale, etnica, razziale e di genere.


Se è vero, infatti, che l'impatto della riduzione delle concentrazioni di gas serra nell'atmosfera si farà sentire solo in un futuro relativamente lontano (decenni) e che abbiamo poco da dire su dove e quando il prossimo distastro colpirà, è anche vero che i fattori socio-economici che portano le comunità esposte a pagare il prezzo più alto oggi possono essere affrontati e, speriamo risolti, con volontà politica e sociale oggi, non in un futuro lontano. Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale ma anche e soprattutto una tragedia sociale.

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