Nucleare

Ecco dove potrebbe finire l'acqua contaminata di Fukushima e con quali rischi per l'oceano

Una simulazione cinese stima la diffusione della contaminazione radioattiva nel Pacifico. L'esperto Iaea: "Se contenente trizio, la sua concentrazione sarà tale da non danneggiare le coste e gli ecosistemi"
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Dove andrà a finire l'acqua contaminata di Fukushima? In 1200 giorni le correnti oceaniche la porteranno, verso Est, fin sulle coste della California, e, in direzione Sud, sulle spiagge australiane. L'Oceano indiano sarà raggiunto dopo altri 1000 giorni. E al giorno 3600 le sostanze inquinanti rilasciate dalla centrale nucleare giapponese, colpita dal terribile tsunami del 2011, si saranno diffuse praticamente in tutto il Pacifico. Uno scenario inquietante, quello di una marea radioattiva inarrestabile, che emerge da uno studio cinese appena pubblicato. Ma che non dice tutta la verità, perché a fare la differenza sarà la concentrazione di elementi radioattivi. Gli isotopi di Fukushima potranno anche raggiungere San Diego, ma la loro diluizione in acqua sarà così elevata che la radioattività prodotta potrebbe essere indistinguibile dal fondo di radiazione naturale.

E tuttavia i reiterati annunci del governo giapponese di voler rilasciare in mare l'acqua contaminata durante il gravissimo incidente di dieci anni fa (la prima sortita nell'aprile scorso, poi la conferma ad agosto) hanno suscitato grande apprensione nei Paesi vicini e in tutti quelli che si affacciano sul Pacifico. Tra i più preoccupati dalla decisione nipponica gli eterni rivali cinesi. Non è un caso che l'allarmante studio sulla diffusione delle acque contaminate sia stato condotto da un team della Tsinghua University di Pechino e pubblicato dalla National Science Review, la rivista ufficiale dell'Accademia Cinese delle Scienze.

Dove finirà l'acqua contaminata di Fukushima

La simulazione nell'oceano Pacifico

"Grandi quantità di radionuclidi rilasciate in mare possono influenzare le catene biologiche se inalate dagli organismi marini e influenzare negativamente la pesca e la salute umana", scrivono i ricercatori. "Gli effetti globali del rilascio di Fukushima, dureranno 30-40 anni e rimangono sconosciuti. Pertanto, è fondamentale identificare il processo di diffusione dell'acqua radioattiva negli oceani". Ecco perché hanno simulato la deriva nel Pacifico di elementi radioattivi e in particolare del trizio.

Il risultato è, appunto, una copertura completa dell'Oceano in dieci anni, e una contaminazione che va dall'Australia alla Costa occidentale del Nordamerica già a tre anni dal rilascio delle acque da Fukushima. Con un aspetto apparentemente paradossale: per un singolare gioco di correnti marine, la concentrazione di radionuclidi potrebbe essere più alta al largo della lontana San Diego che davanti a Shanghai.
 

"Studiare le rotte delle acque contaminate è certamente interessante e utile, ma è più importante conoscere la reale concentrazione degli isotopi radioattivi nel mare", avverte un fisico nucleare italiano che lavora presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Iaea) di Vienna. "Se i giapponesi rilasceranno acqua contenente trizio, la sua concentrazione sarà necessariamente tale da non danneggiare le coste e gli ecosistemi dello stesso Giappone. A maggior ragione non dovrebbe rappresentare un pericolo a distanza di migliaia di chilometri".

In effetti la stessa Iaea ha accettato di sovrintendere alle operazioni di Fukushima. "L'Agenzia provvederà al monitoraggio e alla revisione dello scarico pianificato di acqua trattata e immagazzinata presso la centrale nucleare di Fukushima Daiichi dopo l'incidente del 2011", si legge in comunicato dell'8 luglio scorso. L'annuncio di Tokyo risale ad aprile, poi la conferma ufficiale il 26 agosto, per un piano di rilascio che dovrebbe iniziare nel 2023. "Il coinvolgimento dell'Agenzia prima, durante e dopo lo smaltimento dell'acqua garantirà - in Giappone e non solo - che esso avvenga in linea con gli standard di sicurezza internazionali che mirano a proteggere le persone e l'ambiente", si legge sul sito della Iaea. Una rassicurazione, a quanto pare, non ritenuta sufficiente da Pechino, che ora, enfatizzando l'impatto sulla California, spera probabilmente in una sponda americana per fermare l'acqua di Fukushima.