Biodiversità

Danni agli ecosistemi e malattie, l'impatto delle specie aliene in Europa è devastante

Uno studio internazionale al quale ha partecipato l'Università La Sapienza di Roma sottolinea le ripercussioni dell'introduzione di mammiferi non autoctoni: "Problemi anche per la salute umana"
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I mammiferi di specie non autoctone, introdotte in Europa da altri continenti, non sono soltanto una minaccia per la biodiversità: uno studio dei ricercatori dell'Università La Sapienza di Roma, in collaborazione con l'università di Vienna e quella di Lisbona, sottolinea ora che la presenza di specie aliene è una minaccia sanitaria, sia per gli animali, sia per l'uomo. Nella pubblicazione "Introduction, spread, and impacts of invasive alien mammals in Europe", uscita qualche giorno fa su Mammal Review, la rivista scientifica dell'associazione conservazionista Mammal Society, i ricercatori sottolineano infatti come l'espansione dei mammiferi alieni invasivi in Europa porta con sé la potenziale trasmissione di patogeni inclusi quelli zoonotici, cioè quelli che possono essere trasmessi dagli animali all'uomo. Il team di ricerca ha evidenziato che questo rischio è associabile all'81% delle specie aliene invasive studiate.
 

Un problema di lunga data

Il problema di mammiferi come visoni, nutrie, scoiattoli grigi, introdotti in territori diversi dal loro habitat naturale come animali da compagnia, o da pelliccia, è noto da tempo. Per arginare la diffusione delle specie aliene l'Unione europea ha infatti adottato nel 2014 il Regolamento n.1143/2014, che si propone di controllare o eradicare le specie aliene invasive prioritarie e prevenire nuove introduzioni e insediamenti. All'interno del regolamento, la Union List è l'elenco delle specie, sia animali, sia vegetali, su cui indirizzare misure di prevenzione, gestione, individuazione precoce ed eradicazione veloce: la novità dello studio della Sapienza sta nell'affrontare per la prima volta in modo specifico l'ecologia dei mammiferi alieni invasivi della Union List.
 

Secondo gli autori, le specie invasive più diffuse in Europa sono il cane procione (Nyctereutes procyonoides) originario della Siberia orientale, il topo muschiato (Ondatra zibethicus), il visone (Neovison vison) e il procione (Procyon lotor), queste ultime di origine nordamericana, che hanno invaso almeno 19 Paesi e sono presenti da 90 anni nel territorio europeo. "L'ampia distribuzione di questi mammiferi - spiegano i ricercatori - può essere attribuita a diversi fattori, tra cui adattabilità, capacità di colonizzare ambienti diversi e grande capacità riproduttiva". Lo studio inoltre osserva come tutte e cinque le specie di Sciuridi (la famiglia di roditori che comprende, tra gli altri, marmotte, petauri e scoiattoli arboricoli) sono state introdotte in Europa almeno una volta come animali da compagnia.
 

Purtroppo, spesso chi li ha comprati li rilascia poi illegalmente nei parchi urbani quando non è più disposto a tenerli, oppure scoiattoli volanti e arboricoli sono stati introdotti nelle aree verdi europee a scopo ornamentale, una pratica, questa, che grazie alle campagne di sensibilizzazione sta cadendo in disuso. Altre specie, come la nutria (Myocastor coypus), il procione o il visone americano, sono state invece ripetutamente introdotte per essere allevate come animali da pelliccia: le fughe dagli allevamenti hanno poi permesso che si stabilissero vere e proprie popolazioni in natura. Con danni gravissimi agli ecosistemi.

Le malattie trasmesse dalle specie aliene

Spiega Lisa Tedeschi, prima autrice dello studio: "Nonostante negli ultimi 50 anni si sia registrata una diminuzione nelle nuove introduzioni di mammiferi alieni, questi continuano a espandere i loro areali in Europa e possono contribuire all'estinzione delle specie autoctone attraverso diversi meccanismi, tra cui competizione, predazione e trasmissione di malattie". A questo proposito Tedeschi precisa: "La nostra analisi ha cercato di fare una stima dei danni causati dalle specie aliene, con un focus sui patogeni zoonotici trasmessi da alcune specie in particolare. I mammiferi autoctoni si sono evoluti in maniera diversa da quelle alieni e hanno perciò sviluppato difese specifiche per alcuni patogeni. Così, non sono protetti dalle malattie di cui sono portatrici le specie aliene e rischiano di ammalarsi e morire".

Il rischio non si limita alle specie autoctone, riguarda anche gli esseri umani: "Alcune malattie infettive associate a mammiferi invasivi (come echinococcosi, toxoplasmosi e bailisascariasi) possono minacciare la salute umana - dice Tedeschi -. Basti pensare ai focolai del virus SARS-CoV-2 registrati negli allevamenti di visoni americani nei Paesi Bassi e in Danimarca nel 2020, nonostante non sia ancora chiaro il ruolo epidemiologico dei visoni (e di altri mammiferi invasivi) nel ciclo del virus. Un altro esempio è il ruolo del cane procione nella trasmissione dell'echinococcosi, la malattia dovuta a un parassita del quale appunto rappresenta un ulteriore ospite definitivo".
 

Prevenire prima di abbattere

Come affrontare la diffusione delle specie aliene è più che mai di stretta attualità. Tedeschi e colleghi sottolineano che "poiché l'eradicazione di mammiferi alieni che hanno una così ampia distribuzione è difficile da ottenere, sarebbe opportuno invece gestire in maniera ottimale le popolazioni delle specie che sono diventate invasive e che potrebbero essere problematiche. In questo contesto l'identificazione di popolazioni problematiche o di aree più invase di altre può aiutare a mitigare gli impatti futuri".


Gli studi avviati anche dal Progetto europeo Life Asap indicano inoltre che esistono ambienti o contesti particolarmente suscettibili e vulnerabili alle specie aliene invasive e tra questi spiccano le isole, che hanno ecosistemi particolari, evoluti per lungo tempo isolati da contatti con il continente o altre isole, ecosistemi che non sono capaci di reagire in maniera efficace all'arrivo di nuove specie, dove anche specie autoctone sul continente, come nel caso dei mufloni, risultano devastanti.

Che fare in questo caso? È indispensabile abbattere o rimuovere le specie aliene? "Sono temi controversi  - risponde Tedeschi - perché si va a intaccare la sensibilità del pubblico, che spesso non ha una formazione scientifica: il caso dei mufloni sull'isola del Giglio ne è appunto un esempio. Spesso, chi si oppone ad abbattimenti o trasferimenti non ha le informazioni necessarie per poter comprendere il perché di scelte che hanno fondamento scientifico. In ogni caso, la decisione di eradicare una specie e di procedere ad abbattimenti arriva dopo anni di studi, quando si sono valutate tutte le possibilità. Anche per questo il nostro studio sottolinea che la prevenzione è indispensabile perché, nonostante i danni che causano, le nutrie non potranno essere eradicate e sarà indispensabile contenerle, mettendo in atto piani di monitoraggio per impedire che si allarghino i loro areali".

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C'è poi un altro aspetto ed è il valore simbolico che certe specie acquisiscono. Proprio nell'Arcipelago Toscano si è proceduto negli anni passati all'eradicazione del ratto nero, ma non ci sono state in proposito levate di scudi. "Questo perché se i mammiferi suscitano più attenzione degli anfibi nella conservazione, benché gli anfibi siano assai più minacciati, c'è una sorta di gerarchia di gradimento anche tra i mammiferi. Invece la scienza è obiettiva e oggettiva, non valuta se un panda è più carino di un ratto, ma qual è il suo ruolo nell'ecosistema. - conclude Tedeschi - Gli studi come il nostro cercano di dare un quadro generale della situazione. Spesso non c'è coordinamento su scala europea, mentre una visione d'insieme faciliterebbe il lavoro di prevenzione".