Economia

Le società benefit sono oltre mille. Ma solo il 20% dà conto dei propri risultati

Grazie a norme e incentivi, cresce l'imprenditoria responsabile. Ma sono ancora poche le imprese che rendendo trasparenti i reali benefici prodotti in termini ambientali
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Un'impresa che bilancia gli interessi economici con le ricadute positive sull'ambiente, sulle persone e sulla collettività. Bello, anzi bellissimo sulla carta, peccato che l'idea perda molto del suo fascino quando deve essere messa in pratica. Perché le società benefit, di loro stiamo parlando, che adempiono ai doveri che hanno sottoscritto sono soltanto una frazione del totale. Eppure si tratta di una sorta di rivoluzione copernicana che, sulla carta almeno, vede l'Italia all'avanguardia.

Con la legge di Stabilità (legge 208 del 28 dicembre 2015) il nostro Paese è diventato infatti il primo Stato sovrano al mondo a normare le società benefit. Nove articoli in tutto, il pezzo di una rampa di lancio che però da sola non basta a fare decollare un missile. C'è comunque del buono: da una parte le società benefit in Italia stanno crescendo di numero e dall'altra, a luglio del 2020, l'Ocse ha raccomandato agli stati membri di legiferare prendendo spunto proprio dalla legge tricolore.
 

Il disegno di legge depositato ad aprile del 2015 è da leggere, perché di ampio respiro sin dall'introduzione: guarda all'estero e ispira agli Stati Uniti, dove è nata la filosofia da cui sarebbero successivamente scaturite le società benefit. Risponde inoltre allo spumeggiante dibattito europeo sugli obiettivi sociali delle aziende. La necessità di un'imprenditoria responsabile è un tema stringente ed emergente. Questo, però, è l'aspetto teorico. L'attuazione è un po' più spinosa. Per approfondire l'argomento, abbiamo chiesto il parere di Giuseppe Bruni, presidente del Network italiano delle Società Benefit (Nisb).

Le società benefit

Possono diventare società benefit tutte le aziende a scopo di lucro, le forme giuridiche più rappresentate sono le società per azioni e le società a responsabilità limitata. "Le società benefit - spiega Bruni - devono cambiare i propri statuti, nei quali vanno definiti gli elementi fondamentali che vogliono portare alla comunità e devono poi fare quello che hanno promesso, devono generare benefici comuni che sono a favore per esempio dei dipendenti, della collettività locale, dell'ambiente.  Alla fine dell'anno devono dichiarare l'elenco delle cose fatte e devono dire quali sono gli impatti positivi che hanno generato e cosa è cambiato per i destinatari".

Quante sono, dove sono e cosa fanno

Secondo Infocamere erano 926 ad aprile del 2021, quasi il doppio rispetto alle 511 registrate un anno prima. La Lombardia ne ospita il maggior numero (316), seguita da Lazio (117) ed Emilia-Romagna (94). La minore penetrazione è in Molise e in Valle d'Aosta, laddove figura una sola società benefit.

Per Giuseppe Bruni sono di più, almeno 1.200. Si fa una certa fatica a contarle perché non esiste un registro centralizzato: i notai che le registrano passano le informazioni alle Camere di commercio di pertinenza e il censimento diventa frammentato. Si tratta per lo più di imprese di piccole o medie dimensioni, anche se non mancano entità aziendali più grandi.
 

Se ne trovano un buon numero nei comparti della filiera alimentare ma anche nella manifattura, nei servizi tecnici e in quelli di consulenza professionale, etichetta ampia che racchiude l'istruzione, la psicologia del lavoro e l'analisi di progetti tipici delle società benefit medesime. E poi aziende attive nell'Information Technology, media, edilizia, turismo, finanza e assicurazioni.

Ce ne sono anche nell'ambito della salute e della cura della persona, partendo dalla cosmesi, passando per gli integratori fino ad arrivare alle farmacie: Farmacie Fiorentine A.Fa.M. S.p.A ha una rete di 21 punti vendita a Firenze ed è il primo esempio al mondo di farmacie con la forma giuridica di società benefit.
 

Tra quelle dai nomi più risonanti, in Italia, figurano Alessi (prodotti di design), Arché Farma (nutraceutici e dispositivi medici), Chiesi (farmaceutica), Danone e Yves Rocher (le cui sedi principali sono però in Francia), Eolo (telecomunicazioni) e illycaffè. (Qui un elenco esaustivo delle società benefit presenti in Italia e degli impegni che hanno assunto per fregiarsi di tale status).
 

Quali possono essere i benefici comuni?

"La legge dice che una società benefit deve scegliere i benefici comuni in coerenza con le attività che svolge", spiega Bruni, "così una fonderia, ad esempio, che decidesse di fare una donazione a una società calcistica del paese vicino non creerebbe un beneficio comune. Se diminuisse l'inquinamento e si prodigasse per alleviare le fatiche dei propri dipendenti, risponderebbe ai requisiti di benefici coerenti. Un'azienda che si occupa di advisory finanziario può scegliere di incentivare i propri clienti a investire in società sostenibili e attente dal punto di vista sociale e ambientale".
 

Giuseppe Bruni ha fornito uno spunto interessante che abbiamo approfondito. Una fonderia che ha forma giuridica di società benefit, ad esempio, per alleviare le faticose condizioni di lavoro dei propri dipendenti decide di robotizzare parte dei processi produttivi. Il demandare i compiti più logoranti alle macchine mette in condizione il management della fonderia di cancellare la metà dei posti di lavoro. Gli obiettivi sociali esplicitati sono attesi? Un quesito di difficile soluzione perché una società benefit si impegna verso tutte le parti con cui è in contatto, dipendenti inclusi, spiega Bruni. Probabilmente una società benefit si farebbe carico di ricollocare i dipendenti o di accompagnarli con un piano sociale. Quindi, anche nei casi più estremi, una società benefit si dovrebbe porre degli scrupoli che le aziende non benefit spesso non sono solite porsi.

Come si misura l'impatto e chi lo certifica?

Le società benefit non sono tenute a certificare le loro performance ma soltanto a renderle note. Il passo in più che possono fare e che, molte fanno, è quello di adottare gli standard del B Impact Assessment, strumento di misurazione più completo e più diffuso al mondo per misurare gli impatti dell'attività di impresa. Le aziende che superano una soglia molto stringente si possono certificare come B Corp.
 

B Corp e società benefit sono termini che vengono spesso utilizzati come sinonimi ma sono differenti: una società benefit gode di una forma giuridica, una B Corp è un'azienda che si impegna a tenere fede ai propri obiettivi virtuosi nel tempo e deve ottenere un'apposita certificazione rilasciata da B Lab, organizzazione autonoma e indipendente riconosciuta a livello mondiale per la robustezza degli standard che adotta. Tutte le B Corp sono anche società benefit, non tutte le società benefit sono B Corp.
 

La valutazione di impatto
 

Più in generale, i benefici devono essere riassunti nella valutazione di impatto, un documento che le società benefit dovrebbero allegare ai propri bilanci e mediante il quale descrivere quali scopi sociali si sono prefissate, cosa hanno fatto per raggiungerli (e anche quali sono i motivi per i quali non sono riuscite a raggiungerli); non è uno strumento di misurazione ma resta una traccia indelebile della serietà con cui viene onorata la forma giuridica acquisita. Tra i diversi che abbiamo analizzato, riteniamo che quello dell'azienda farmaceutica Chiesi sia un esempio ben redatto e ben dettagliato, un programma suddiviso in due tronconi.
 

L'analisi delle emissioni di gas serra rilasciati dall'azienda, il migliore trattamento delle sostanze chimiche impiegate e il loro smaltimento, oltre all'ottimizzazione dell'approvvigionamento e del consumo energetico soddisfano sia le esigenze ambientali sia quelle aziendali, consentono di migliorare la sicurezza del personale e sono investimenti che permetteranno in futuro un risparmio economico. Il secondo troncone, interamente dedicato alla collettività, prevede dei piani di formazione per chi lavora nel comparto medico della neonatologia. Un programma esteso al Pakistan, alla Cina e ad altre nazioni dell'Europa dell'Est, tutti mercati in cui l'azienda opera. A Parma, dove Chiesi ha il proprio quartiere generale, in collaborazione con alcune realtà locali ha avviato un programma per l'assistenza degli anziani nel post degenza.
 

La valutazione di impatto rappresenta però un problema: moltissime società benefit non adempiono a questo compito e ciò mina il valore aggiunto della forma giuridica. "Occorrerebbe una forte reazione, affinché chi si dichiara pubblicamente società benefit - e con questo cerca di intercettare la benevolenza di quel mercato che preferisce premiare le aziende virtuose - paghi le conseguenze di chi si pone in maniera non veritiera al mercato. Il problema è serio: solo una quota molto limitata la redige e la rende pubblica, secondo il nostro monitoraggio lo fa soltanto il 20% delle società benefit e chi lo fa con regolarità annuale è soltanto il 6%" spiega Bruni.
 

"Non è obbligatorio trasformarsi in società benefit ma, quelle aziende che scelgono di esserlo devono accollarsi i compiti che questo comporta. La redazione della valutazione di impatto è uno di questi compiti e trovo poco razionale che diverse aziende non lo facciano", conclude Bruni.
 

Redigere una valutazione di impatto è un obbligo che non prevede sanzioni per chi non lo assolve. È opportuno che ci sia una maggiore attenzione alla reportistica, perché è richiesto dalla legge. L'Antitrust non è ancora intervenuto ma siamo in una fase di avviamento del modello, i due anni di Covid hanno magari distolto l'attenzione. Per il momento l'attenzione va orientata su quelle società benefit che stanno facendo le cose in maniera virtuosa. Mantenere l'obiettivo e diffondere le buone pratiche di chi fa le cose in modo completo e più rigoroso è la strada da perseguire.

Perché diventare società benefit

Il mercato tende a premiare le aziende che riconoscono la propria responsabilità sociale. Anche i fondi di investimento guardano con favore alle iniezioni di capitale nelle società benefit. Dal punto di vista degli incentivi non ci sono invece grandi vantaggi. Le spese notarili, sia per la conversione di aziende esistenti sia per la creazione di nuove società benefit, sono compensate al 50% (fino a un massimo di 10mila euro) da un credito di imposta.