L'analisi

Per pulire l'aria bisogna guardare al suolo

(afp)
Decarbonizzare l’atmosfera non è più sufficiente. Per vincere la sfida al cambiamento climatico bisogna rigenerare suoli, mari e la loro biodiversità perché è lì che si cattura più C02 e ci si difende da pandemie e zoonosi
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La nostra idea di salvaguardia dell’ambiente prima del Covid-19 puntava gli occhi principalmente verso il cielo. Lo stesso modello di economia circolare declinata nelle sue varie filiere seguiva questa prospettiva. Per qualsivoglia prodotto di consumo, tecnologico o alimentare, l’obiettivo primario era ridurre le emissioni inquinanti, anche non gassose, nella fase di lavorazione. La pandemia ci ha costretti a volgere uno sguardo più attento verso il suolo che calpestiamo.


Non che in precedenza le bonifiche nei siti industriali non fossero importanti o non fossimo consapevoli degli effetti dei rifiuti sull’ecosistema marino e terrestre. Tuttavia, «decarbonizzare», per quanto velocemente possibile, non è più sufficiente. Resta l’obiettivo europeo numero uno, da qui al 2050, ma dopo la pandemia, è anche prioritario «rigenerare» suoli, mari e la loro biodiversità. Insieme, decarbonizzazione e rigenerazione duplicano l’effetto, poiché suolo, foreste e mari rigenerati catturano più CO2 e ci difendono da future zoonosi e pandemie. La vita sulla Terra dipende da mari, suolo e foreste sani tanto quanto dall’aria che respiriamo. Che la rigenerazione della biodiversità e degli ecosistemi sia una priorità, dal punto di vista scientifico non è un fatto inedito. Lo è dal punto di vista della politica ambientale e climatica dell’Unione europea e il Covid, come per altri aspetti della nostra vita sociale, ne è stato un acceleratore.


Già nello scorso maggio, per esempio, durante la World Health Assembly che si è tenuta a Ginevra, l’attenzione della comunità scientifica si è concentrata sugli effetti che la deforestazione, le coltivazioni industriali, l’espansione degli spazi urbani e i mutamenti climatici hanno sulle migrazioni degli animali dagli habitat naturali a spazi promiscui in cui si moltiplicano le occasioni di spillover. La profonda connessione tra salute della Terra e quella dell’uomo è anche il tema di fondo del “Sixth Global Environment Outlook”, GEO-6 delle Nazioni Unite, del 2019, incentrato sul tema “pianeta sano, persone sane”. Di qui, l’incarico nel 2019, a Nazioni Unite e FAO di attuare il Decennio dell’ONU per il Ripristino dell’Ecosistema (2021-2030).


Dunque, la pandemia ha cambiato le priorità di intervento. Anzitutto della Commissione europea, che si è data l’obiettivo di migliorare la salubrità di almeno il 75 per cento del suolo in ogni Stato dell’Ue entro il 2030. Il suolo è una risorsa fragile che deve essere gestita con attenzione. Un centimetro quadrato di terreno può richiedere centinaia di anni per formarsi, ma può essere perso in pochissimo tempo, con effetti gravi difficili da invertire. Il 60-70 per cento dei suoli dell’Ue è malsano, il 25% dei terreni è ad alto o molto alto rischio di desertificazione nell’Europa meridionale, centrale e orientale. Si stima che i costi associati al degrado del suolo nell’Ue superino i 50 miliardi di euro all’anno.

Tutto ciò non riguarda solo la nostra economia, ma anche la qualità e la quantità della produzione alimentare. Ma c’è da proteggere e rigenerare anche l’idrosfera. Nel Mediterraneo, con solo l’un per cento della superficie marina globale, si concentra il 7 per cento delle microplastiche globali. Qui il problema del marine litter è aggravato dagli scambi limitati del bacino, dai 46 mila chilometri di coste popolate da circa 250 milioni di persone, dal passaggio del 30 per cento del traffico marittimo mondiale e dall’apporto di rifiuti trasportati da fiumi provenienti da aree molto urbanizzate.


Di fronte a questo scenario, istituzioni, associazioni d’impresa, agenzie governative, ricerca pubblica e privata, mostrano in Italia una notevole capacità di implementare le azioni progettate nel Green Deal di Bruxelles, dalla Fao e Nazioni Unite. Ne avremo prova in occasione di Ecomondo, a ottobre, la manifestazione fieristica di Italian Exhibition Group dedicata all’economia circolare. Per schematizzarne l’impianto concettuale, al centro troviamo la salvaguardia del suolo e delle acque dolci, come matrici da cui nascono i prodotti, e poi la rigenerazione delle foreste e delle aree rurali alla base della produzione agroalimentare, per poi allargarsi alle zone costiere, dei porti e dei siti industriali, per completarsi nelle città dove, nella sola Europa, si concentra il 60 per cento della popolazione.


Dalla riforestazione legata alla prevenzione di frane, all’agricoltura rigenerativa e alla funzione delle acque di irrigazione, alla valorizzazione delle filiere corte nell’industria agroalimentare più resistenti agli shock della pandemia, ai progetti pilota di monitoraggio, recupero e trasformazione delle plastiche raccolte in mare, ora è il piano Next Generation EU che distribuisce ai singoli Paesi europei i fondi per intervenire d’urgenza nella transizione ecologica. Nel Pnrr italiano ne troviamo, come è noto a tutti, una quota altissima, insieme a una missione di responsabilità che inizia proprio dalla rigenerazione.

*Presidente del Comitato scientifico di Ecomondo, insegna Biotecnologie industriali e ambientali a Bologna