Tecnologia

"Stop alla pubblicità che inganna". YouTube contro il negazionismo climatico. Ma basterà?

(afp)
Niente più annunci per quei contenuti che negano l'effetto dei gas serra. La piattaforma video di Google decide di applicare le stesse regole imposte ai video sulle armi da fuoco
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Niente più annunci pubblicitari per i video che diffondono disinformazione sul cambiamento climatico. E' la mossa di Google per combattere bufale e imprecisioni su YouTube. La decisione è stata presa dalla divisione pubblicitaria della multinazionale, scrive il New York Times, e questo vuol dire che i siti web o ai creatori di YouTube non potranno più guadagnare pubblicando contenuti che "contraddicono quel che è scientificamente provato riguardo l'esistenza e le cause del cambiamento climatico".

La questione è meramente economica più che etica. Molti investitori, che sono ancora oggi la fonte di guadagno maggiore di Google, non vogliono vedere i loro marchi associati a certi messaggi e dunque hanno chiesto un intervento forte come era già accaduto per le armi da fuoco. Non si tratta però di una censura vera e propria, quella che venne applicata lo scorso anno contro il complottismo di Qanon.  
 

Le nuove regole di YouTube verranno applicate a tutti quei contenuti che si riferiscono al cambiamento climatico come una bufala o una truffa, negano la tendenza a lungo termine che il nostro pianeta si sta riscaldando o nei quali si sostiene che le emissioni di gas serra o l'attività umana non contribuiscono allo stravolgimento della Terra.

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Anche se è la prima volta che Google agisce su YouTube contro i negazionisti del cambiamento climatico, altri avevano già fatto mosse simili nei mesi scorsi. Mark Zuckerberg a settembre ha annunciato un piano di finanziamenti per contrastare il fenomeno sui suoi social network. "Un recente rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha sottolineato che, sebbene non possiamo impedire al riscaldamento globale di intensificarsi nei prossimi 30 anni, quel che possiamo fare ora potrebbe comunque aiutare a rallentare o addirittura stabilizzare l'aumento delle temperature", aveva detto. Ma per farlo c'è bisogno di limitare quelle voci che si ostinano contestare lo stato di crisi nel quale ci troviamo. Detto questo Facebook ha però "semplicemente" rafforzato il controllo, ma anche il social network si è per ora guardato dal bandire dalle sue piattaforme certe tesi.

È importante sottolineare, di nuovo, come il motore principale per questo tipo di azioni siano per lo più i soldi. È il non voler essere associate alla disinformazione sui cambiamenti climatici delle compagnie che fanno pubblicità a muovere questi processi. Ci sono agenzie pubblicitarie come come Forsman&Bodenfors che si sono perfino impegnate a non lavorare più per i produttori di petrolio e gas, mentre aumentavano anche le richieste di vietare all'industria dei combustibili fossili di fare pubblicità e di sponsorizzare squadre sportive.

Greenpeace Usa e altri gruppi ambientalisti hanno presentato una denuncia alla Federal Trade Commission all'inizio di quest'anno accusando Chevron di "mascherare costantemente la sua immagine per apparire rispettosa del clima e orientata alla giustizia razziale, mentre le sue operazioni commerciali si basano su combustibili fossili inquinanti". Nel frattempo Exxon sta affrontando una serie di cause legali in diversi Stati dove è accusata di utilizzare annunci pubblicitari per ingannare i consumatori sulla crisi climatica.

Pubblicazioni come il British Medical Journal, The Guardian e le svedesi Dagens Nyheter hanno limitato o smesso di accettare annunci da parte di chi è nel commercio dei combustibili fossili. La prima a farlo è stata la testata Dagens Etc, svedese, nel 2019. In seguito altri hanno scelto vie meno nette. Il New York Times ad esempio non accetta sponsorizzazioni da parte di compagnie petrolifere e del gas per la sua newsletter sul clima o il podcast The Daily. Ma è chiaro che il destino dell'industria petrolifera rischia di essere simile a quella del tabacco, costretta al silenzio quasi totale.