Salute

Il Covid è servito: cala il consumo di animali selvatici dei wet market

Con la pandemia è cresciuta la consapevolezza che i mercati dove si vendono animali vivi sono pericolosi focolai di infezione. Un'indagine su 5 Paesi asiatici dimostra che è possibile informare la popolazione sui rischi
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La pandemia è costata milioni di vittime in tutto il mondo e miliardi di euro di danno economico, ma non era inaspettata. C'è ancora una incertezza riguardo alle origini del Covid 19, ma in ogni caso si ritiene che una delle fonti principali di questo tipo di malattie sia il consumo e il commercio di animali non allevati, che vengono venduti nei wet market. "Wet", bagnato, si riferisce all'acqua e al ghiaccio che vengono utilizzati per tenere fresco il prodotto, sia cibo pronto da mangiare, carne o altre parti, ma anche al sangue e all'acqua che derivano dalle macellazioni in loco.

Questi mercati, comuni soprattutto nel Sud Est asiatico, vengono considerati come pericolosi punti di prossimità, che possono permettere la diffusione di germi di vario tipo, inclusi i coronavirus e i vari subtipi di influenza. Spesso, gli animali che vi vengono venduti hanno viaggiato per lunghe distanze stipati in gabbie dove la trasmissione di agenti patogeni è altissima, anche perché, come ha dichiarato Il professor Andrew Cunningham, della Zoological Society of London: "In tali condizioni gli animali sono stressati e immunodepressi ed espellono qualsiasi agente patogeno presente in loro". La Cina ha chiusi temporaneamente i wet market all'inizio della pandemia, Animal equality ha attivato una petizione, che ha raggiunto le 530 mila firme, per decretarne la fine per sempre.

Un gruppo di ricercatori dell'Università della British Columbia (Canada) ha dunque deciso di capire se, visti gli allarmi, la popolazione ha capito il messaggio e ha cambiato spontaneamente comportamento. L'indagine, pubblicata su Nature Ecology & Evolution è stata svolta su 5 mila individui di cinque diversi Paesi Asiatici: Hong Kong, Giappone, Myanmar, Thailandia, Vietnam. Hanno ritenuto infatti che i divieti possano non risolvere il problema e favorire l'apertura di mercati illegali. Il valore di queste realtà commerciali nelle società asiatiche è molto alto, perché rappresentano sia una importante fonte di lavoro, sia di farmaci della medicina tradizionale. Una scelta basata su una consapevolezza individuale, qualcosa che porti volontariamente a farne a meno, potrebbe dunque fare la differenza.

I dati riportano che in effetti il 24% in media ha deciso che non consumerà più questo tipo di alimenti in futuro, perché ha capito a quali conseguenze possa portare. Gli esperti avevano avvertito che episodi di scala globale si sarebbero potuti verificare, basandosi su altre emergenze di patogeni che provenivano dal mondo animale. Le zoonosi, malattie che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l'uomo, sono diventate sempre più frequenti. Toxoplasma, salmonella, giardia, brucellosi, virus dell'epatite, dell'influenza e della rabbia e gli ormai noti Ebola, Sars e Mers. L'elenco è lungo.

Il 75% delle malattie infettive umane fino ad oggi conosciute deriva da animali e il 60% delle malattie emergenti è stata trasmessa da animali selvatici. Il riscaldamento climatico ha una responsabilità: incide sulle caratteristiche fisiche dell’ambiente in cui le specie si trovano a vivere e ne muta le condizioni. E poiché l'uomo sta invadendo sempre di più gli spazi della vita selvatica e la sta mettendo a reddito, è inevitabile che si creino contatti troppo stretti.

Questa informazione ha effettivamente avuto un effetto. Chi è stato intervistato ha risposto in merito alla sua consapevolezza del problema, all'attitudine a comperare e consumare ancora animali selvatici o loro derivati proprio nei wet market, alla comprensione degli effetti del Covid. Proprio questo elemento era quello che influenzava di più le scelte future. Chi era più cosciente degli effetti del virus, e in particolare ne aveva subìto conseguenze per il lavoro, era più fermo nella propria decisione di evitare i prodotti selvatici. Chi invece aveva paura di non poter più acquistare i propri farmaci, non escludeva di tornare di nuovo nei wet market.

Secondo gli studiosi, i risultati delle loro interviste portano a concludere che ridurre la domanda dei prodotti selvatici è una questione complessa, perché le motivazioni alla base del loro acquisto sono molte e radicate, con convinzioni basate sulla tradizione. Ci sono però evidentemente possibilità di intervento, perché la gente ha capito quali danni possono provocare. Il modo migliore per limitare i rischi è dunque identificare gruppi di persone alle quali inviare informazioni dettagliate, facendo seguire un controllo, e organizzare campagne di educazione sui rischi delle malattie e sui loro legami con la natura. In questo modo si potrebbero prevenire i problemi di salute, ma anche aiutare la conservazione delle specie e degli ecosistemi.