Con occhi di selva

Sull'isola-foresta del Giappone dove l'importante non è arrivare

In cammino fra alberi, boschi, sentieri e libri

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La pronuncia è Iaks-má, noi leggiamo Yakushima. L’isola si trova a quattro ore di traghetto dal porto di Kagoshima. Sono giorni di mare agitato e il comandante della nave mi dice che non sa se riusciremo a superare le onde più alte. Mi preparo a un viaggio energico. Il primo tratto di mare, finché siamo stretti in questo lunghissimo fiordo che porta alla città di Kagoshima e al vulcano che le cresce di fronte, il Sakurajima, oggi completamente nascosto dalle nuvole, è tranquillo. Si può stare sul ponte ad ammirare il paesaggio, i gabbiani che si avvicinano allungando il becco, gli sbuffi e gli schizzi del mare, i colori delle terre che si allontanano. Poi, in mare aperto, lo sballonzolamento è nevrotico e intimorente. Ma, e questo sì che è proprio giapponese, arriviamo in orario nel piccolo porto di Miyanoura.

Il traghetto che ci sbalzava sul mare ruggente, proprio come in un cartone animato di Miyazaki, ha impiegato quattro ore ad arrivare nel piccolo porto dell’isola di Yakushima, dove posso agguantare l’agognato riposo mentre dai motori si sono srotolate lunghe e larghe lingue rosa. Il nostro mal di mare si è prosciugato e il vento forte è rimasto l’unico segno dello scampato pericolo. Mezz’ora prima, quando ancora la chiglia della nave spingeva i pesci volanti fuori dal mare con le loro lunghe ali verdi, a un tratto iniziammo a scorgere la figura dell’isola.

L’isola è circolare, si manifesta improvvisamente, con la cima nascosta da nubi e nebbie. La base è verde, la parte aerea è dominata dalle foreste, delle 39 cime oltre i mille metri non si può intuire alcunché, così come non è riconoscibile la cima del monte Miyanoura-dake, che ferma la misurazione a quota 1936. Un sasso di granito sprigionato dalla faglia che circola al di sotto del mare delle Giappone e delle Filippine. Soltanto avvicinandoci iniziamo a scorgere i pendii superiori, la foresta di cryptomeria che si solleva, millenaria, al di sopra degli abitati, nel cuore delle montagne.

La specie prevalente è la Cryptomeria japonica, qui con esemplari superiori ai duemilacinquecento anni, e taluni presumono addirittura settemila anni. Uno dei primi stranieri in visita fu l’inglese Ernest Henry Wilson (1876-1930), cacciatore di piante esotiche e rare e appasionato botanico, che durante un viaggio esplorativo in Asia venne fin qui nel febbraio 1914; fu lui a riconoscere il valore dei grandi alberi. Nel negozio del consorzio turistico acquisto un volume che commemora i cento anni del viaggio di Wilson, con le cinquantasette foto che ha scattato.

Aveva due giovani assistenti che lo accompagnavano in foresta e gli portavano i pesanti componeti della grossa macchina fotografica, una Sanderson che richiedeva una esposizione a scatto di cinque minuti. Se pensiamo alla rapidità di esecuzione delle attuali macchine digitali professionali… Comunque, in un secolo questi alberi sono diventati attrazioni turistiche, e sono fra gli alberi più ambiti dal cercatore d’alberi planetario. Al tempo i boscaioli li abbattevano certi alberi, usando un trenino a scartamento ridotto li portavano verso la costa, per poi imbarcarli al porto. Le conifere mature e più grandi vengono chiamate “sugi”, i vecchi cedri, gli anziani.

Rimango cinque giorni sull’isola ma ci dovrei restare un mese. È giugno e piove costantemente a ogni ora. Ci sono alcune ore in cui smette e allora prendo coraggio e vado verso le fermate d’autobus a prendere il mezzo che conduce a uno degli ingressi al parco nazionale. Faccio diverse camminate, nell’isola ci sono diverse specie botaniche uniche al mondo, e fra gli animali colonie di macachi dispettosi e chiassosi e daini. Durante il viaggio avevo letto un elenco di grandi sugi a cui è stato attribuito un nome, con le misure dei tronchi e le età presunte. Di questi ne incontro alcuni, in foresta: ad esempio il maestoso Nanahon, un monaco ricoperto di muschi e avvolto dalle nebbie. Poi Yahoi, tremila anni. La densità della foresta tropicale non è paragonabile a quella dei nostri boschi, anche dei più fitti.

Una mattina, alle quattro ho la sveglia. Devo scendere vicino al porto per prendere un autobus. Salgo, un presepe assorto di volti assonnati, affossati nelle ombre e nel buio. Dopo tre quarti d’ora scendiamo e attendiamo un autobus più grande, che arriva ed è già carico di giapponesi in k-way. Sono divisi in schiere colorate, ogni gruppo un leader che li guiderà alla conquista di Jomon (vuol dire “preistoria”), l’albero degli alberi di Yakushima. Alle sei sbarchiamo all’ingresso del parco, le comitive si mettono in fila indiana e iniziano a partire. Io, da solo, coperto come posso, sono già fradicio. Ora non è facile far capire che in questo mese delle piogge la quantità di acque che fuoriesce da ogni parte, dall’alto quanto dal basso, è inaudita. E dove non arriva l’acqua di suo ci pensa il vento, che infiltra l’acqua anche sotto le giacche e dentro le scarpe che teoricamente sarebbero dovute essere impermeabili. E non lo sono.

Si cammina lungo le antiche ferrate usate dai boscaioli, con un flusso d’acqua alto da una a due spanne che mi sbatte addosso, rallentando ulteriormente il cammino. Mi fermo e mi guardo intorno e mi rendo conto di essere dentro un film di sopravvivenza. La foresta è davvero impietosa, aggressiva, perturbata da banchi di nebbie e da temporali che esplodono dentro questo più grande temporale che sembra non aver né capo né coda.

Le formazioni nipponiche avanzano e quando mi raggiungono pretendono strada. Io ogni tanto faccio il furbo e non la concedo, finché il loro caposquadra non mi urla addosso. E poi bofonchiando procede. Ogni tanto li mando a, ma loro se ne fregano. Mi chiedo se sia il caso di prendere in considerazione l’opzione ritiro, ma poi mi dico: ma quando mai ti ricapiterà una situazione del genere? E così avanzo. Sono preoccupato oltre che per la mia instabilità anche per la macchina fotografica che prende acqua e tanta. Pace, oramai.

Una legione sterminata di angeli dotati di secchi colmi d’acqua li rovesciano con rabbia, ma anche con un evidente appagamento, là sulle nostre teste. Otto, nove, dieci ore di secchiate continue. L’acqua è tanta da sprizzare addirittura dalle pareti rocciose, viene sputata in ogni direzione. Lungo il primo chilometro si cammina remando contro corrente. A meno di mezz’ora di distanza, nonostante gli accorgimenti più o meno geniali adottati per coprirsi e non bagnarsi, siamo in molti ad avere fradice anche le mutande.

È come un moderato uragano. E noi, lì dentro, increduli e stregati da una natura lussureggiante, comunque caldissima. Attraversiamo un ponte su un fiume ruggente, affamato di vittime – e di fatti il giorno prima due turisti, o meglio, due avventurieri, erano stati risucchiati e di seguito abbandonati sulle rocce esanimi – ci separa dal resto dell’isola: fino al ponte, che si supera a occhi semichiusi, tenendosi ai corrimano, si appartiene al resto del mondo, oltre il ponte si penetra nel regno remoto di Madre Natura. Laputa. Agartha. Mictlan. Gli uomini lo hanno chiamato in tanti modi. L’altro mondo.

È curioso come le strade che oggi, in questo primo scorcio di nuovo millennio, il visitatore-turista-escursionista usi per andare in visita a foreste remote siano le stesse vie che un tempo venivano usate per portare a valle gli alberi abbattuti. Già l’avevo notato in California, visitando la Giant Forest al Sequoia National Park, una strada costruita autotassandosi negli anni Settanta dell’Ottocento dagli appartenenti alla comune di Kaweah, che hanno vissuto, condiviso fatiche e sogni in quel punto che poi sarebbe diventato il parco nazionale, con l’approvazione di una legge del 1890, e dal quale sarebbero stati brutalmente scacciati. Le strade che portano a molti parchi statali o regionali e a quelli che gli americani chiamano i “grove”, ovvero le concentrazioni di diversi alberi vetusti, sequoie millenarie, per intenderci, erano un tempo le vie usate dai boscaioli. Costruite nel secondo Ottocento, la golden age delle compagnie di sfruttamento del legname, quando vennero abbattuti, secondo le stime, fra l’80 e il 90% di diverse foreste primarie. Oggi questo accade in Amazzonia, come purtroppo vediamo.

Ogni tanto mi fermo, il percorso prevede una casetta con toilet, e poi un baldacchino sotto il quale, in altre condizioni, avrei banchettato con qualche squadra di giapponesi. Bevo, ma giusto per dovere. Poi si fermano tre turisti, giovani, accompagnati da una signora che è subito gentile, mi guarda sconsolata. Anch’io lo sono, ma al contempo mi sento grato, è proprio un’esperienza meravigliosa, nonostante tutto. Mi offre una cosa da mangiare che ha in un cartoccio di stagnola. Riconosco del riso e del pesce, ed è buono. Ringrazio e loro ridono. Noi europei facciamo ridere i giapponesi quando cerchiamo di comunicare con loro senza conoscere la lingua. Ma d’altronde noi ridiamo di loro quando li incontriamo a Firenze, a Venezia, a Roma o a Milano, con quei piedi che calpestano sempre l’asfalto come se ci fosse un serpente da scansare.

Il percorso attraversa un fiume, sul quale mi inchino e ne sorseggio le acque. Se non sono pure qui, mi dico, dove mai potranno esserlo? Non muoio e non svengo. Poi il sentiero si fa tutta una radice colata, sul quale, a causa della pioggia, si scivola, e rallento. La radice di un albero è più alta di me e io ci passo dentro. Poi le vedo: colonie vaste di muschi verdissimi, “praterie” come le chiamano qui. Resti incantato, incredulo. Anche nei nostri boschi si incontrano delle belle rocce muschiate, e certe legioni di faggio hanno i calzini verdi, come dice una cara amica. Ma qui è la vastità e il colore vivacissimo che li rende magnifici. Incontro il primo sugi di giornata: è a lato del sentiero, la corteccia color sabbia sembra graffiata, come se ci fosse un animale che raschia le corna o gli artigli sul suo legno vivo. Mi ricordano, per pigmentazione e consistenza, le cortecce dei tassi. Le chiome poi sono sparate e si proiettano nel cuore della foresta. Provo a scattare fotografie ma la macchina non risponde più, pazienza.

Sopra un masso noto, in un raro intervallo senza pioggia, due signore che barcollano, con le teste rivolte in alto, snodate. Sopra di loro un altro sugi, maestoso, non larghissimo, nella misura del tronco, eppure un vero signore della foresta. Chi ci passa sotto talvolta non se ne accorge nemmeno, perché in questo ambiente la pioggia ti porta a guardare basso, a non uscire dal tuo modesto cerchio visivo. Mi diverto a restare in attesa dei passanti per studiare la loro reazione al gigante silenzioso. Due ragazzi ridono, e si fanno un selfie da sotto. Gli umani sono buffi, anche se sono capaci di azioni efferate. La natura, questa natura, ci riporta quasi tutti alle prime volte dell’infanzia.

Alla fine non riesco a raggiungere Jomon, e nemmeno il celebre Wilson Stump, la base di un gigante esemplare abbattuto, e dentro la quale si può scendere osservando il cielo da un foro a forma di cuore. Su internet se ne vedono molte fotografie. L’ultimo tratto di foresta per me diventa periglioso. Ho la borsa della macchina fotografica che mi oscilla sulla schiena, le mie gambe sono stanche, e ci sono alcune centinaia di gradini ricorperti di radici scivolose. Potrei cadere e farmi male e a ore di distanza dal resto dell’umanità non mi pare una eventualità invitante. Ne sono davvero dispiaciuto, ma lo spettacolo che ho fin qui ammirato è più che sufficiente, mi dico. Così, mentre le squadre continuano ad avanzare in fila indiana e risalgono alla meta agognata, io, pacificamente, e solitariamente, ritorno indietro. Lampi sopra di noi, il cielo nebuloso, la cima dell’isola, il mare e il resto del mondo.

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. È autore di molti libri e medita.
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