Emergenza clima

Rockström: "I nove limiti che non avremmo mai dovuto superare. Ora abbiamo 10 anni per cambiare”

Lo scienziato svedese, figura di riferimento per attivisti come Greta Thunberg, è protagonista con David Attenborough del documentario  Netflix  "Breaking Boundaries (Superare i limiti)". Ecco la sua gerarchia delle emergenze: “In alcuni dei confini planetari che garantiscono l’ecosistema terrestre siamo vicini al punto di non ritorno”

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In un mondo bombardato da continue emergenze climatiche, l’unica vera merce pregiata è la lucidità. Per questo uno scienziato svedese ha provato a mettere ordine stabilendo una gerarchia delle questioni più urgenti da affrontare. Johan Rockström, figura di riferimento per attivisti del calibro di Greta Thunberg e protagonista assieme a David Attenborough di un bellissimo documentario pubblicato da Netflix intitolato Breaking Boundaries (Superare i limiti), ha individuato le nove aree che garantiscono l’equilibrio del nostro pianeta. Compromesse dall’azione dell’uomo, in alcune di esse ci siamo spinti così avanti da avvicinarci al punto di non ritorno.

 

Lo studio e il diagramma in continua evoluzione messo a punto a partire dal 2009 da Rockström e da 28 suoi colleghi, è fra i pochi a dare immediatamente l’idea di dove ci troviamo e di conseguenza dove bisogna intervenire con più urgenza. Sono i nove “confini planetari”, quelli che una volta superati comprometteranno l’ecosistema terrestre.

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La nuova era climatica. “Prima di parlare dei confini, vorrei fare una premessa”, racconta in collegamento video lo stesso Rockström, oggi al Potsdam Institute for Climate Impact Research (Pik) in Germania dopo esser stato direttore esecutivo dello Stockholm Environment Institute. “Nei passati 11mila anni abbiamo goduto di una stabilità climatica senza precedenti. Non semplicemente di una fase unica dal punto di vista delle temperature, ma condizioni che hanno permesso lo sviluppo della nostra civiltà così come la consociamo. Da questo periodo miracoloso, chiamato Olocene e che segue l’ultima glaciazione, rischiamo di uscire. Stiamo per entrare nell’Antropocene, una nuova era caratterizzata dalla pressione esponenziale causata dall’umanità sul pianeta. La buona notizia, o meglio la speranza, sta nel fatto che non è ancora un processo irreversibile”.

Johan Rockström 
Dalla rivoluzione cognitiva all’instabilità delle temperature. Dopo la “rivoluzione cognitiva” avvenuta 70mila anni fa, della quale parla Yuval Noah Harari in Sapiens e che ci ha permesso di diventare la specie dominante, la stabilità dell’Olocene avrebbe quindi consentito alla civiltà di svilupparsi. Un equilibrio poi messo in crisi a partire dalla Rivoluzione industriale. Nei nove aspetti interconnessi fra loro individuati da Rockström, in tre siamo oltre la soglia di guardia, in altri quattro siamo ancora in una zona di relativa tranquillità, negli ultimi due la portata dell’opera dell’uomo deve ancora essere quantizzata scientificamente in relazione ai confini da non superare. 

 

I 9 confini che non dovremmo superare. I tre nei quali la situazione è critica sono la concentrazione di gas serra e dei cambiamenti climatici ad essa legati; la perdita disastrosa di biodiversità; l’equilibrio della biogeochimica con la compromissione del ciclo dell’azoto e l’esaurimento di materie prime come il fosforo. Va meglio, relativamente parlando, con l’acidificazione della superficie degli oceani aumentata però già del 30% dall’avvio della Rivoluzione industriale; nello sfruttamento del terreno iniziando dalla deforestazione; nello sfruttamento delle risorse idriche; nella riduzione dello strato di ozono. In queste ultime quattro categorie siamo sotto la soglia di guardia anche se procediamo a ritmo spedito per raggiungerla. Infine, c’è l’aumento dell’inquinamento e in generale l’aerosol atmosferico che fra le altre cose giocano un ruolo importante nella formazione delle nubi, oltre all’inquinamento chimico della Terra cominciando da quello prodotto dalla plastica. Qui il confine che non dovremmo superare ancora non è stato appurato con certezza.

I confini planetari  
Cosa potrebbe succedere davvero fra trent’anni. “È difficile se non impossibile sapere scientificamente cosa potrebbe accadere fra dieci, venti o trent’anni”, prosegue l’accademico svedese. “Quello che enfatizziamo nel documentario pubblicato da Netflix, supportato dai dati che abbiamo a disposizione, è che se la temperatura continuerà ad aumentare raggiungendo una media superiore ai 2°C in trenta anni. Se nello stesso tempo proseguiranno la deforestazione, lo sfruttamento indiscriminato delle materie prime, quello degli oceani, diminuirà ancora la biodiversità e via discorrendo, molto probabilmente supereremo un numero considerevole di confini che essendo connessi fra loro daranno vita ad un cambiamento irreversibile. Il pianeta passerà da uno stato di resilienza ed equilibrio ad uno di auto riscaldamento. Per questo abbiamo bisogno di stabilire dei confini precisi dai quali dobbiamo tenerci lontani”.

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Lo stato attuale di emergenza. Al momento siamo ad un aumento medio delle temperature di 1,2°C. Se proseguiremo come in passato senza cambiare nulla, arriveremo ai due gradi nell’arco di una generazione. Che sembra un lasso di tempo lungo ma è in realtà breve per riuscire a tornare indietro. Lo stato di emergenza attuale nasce proprio dal poco tempo a disposizione.

I dieci anni che abbiamo davanti diventano cruciali per invertire la rotta e per questo Johan Rockström lo chiama “il decennio decisivo per il futuro dell’umanità sulla Terra”. Non perché a partire del 2031 potrebbe verificarsi una catastrofe, ma perché è l’ultimo momento utile per cominciare a marciare nella giusta direzione evitando il peggio. 

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Più consapevolezza e meno paura. “Quantizzare quel che sta accadendo in nove confini planetari non è un’operazione pensata per diffondere la paura”, specifica Rockström. “Si tratta al contrario di uno strumento che serve per avere consapevolezza e intervenire finché siamo in tempo. È una mappa per navigare in maniera più sicura. Appena venti anni fa non sarebbe stata necessaria, i danni prodotti all’epoca non erano così profondi. Il pianeta non ha però risorse illimitate, non più. Già il fatto di stabilire dei limiti scientificamente validi apre le porte a grandi opportunità economiche e di innovazione. Dobbiamo trovare le giuste soluzioni per vivere sulla Terra senza deturparla. Suona come un paradosso: dei limiti capaci di farsi speranza per un futuro migliore, ma è proprio la chance che offrono.

Bisogna ricordarsi che l’umanità davanti a grandi emergenze ha sempre risposto con invenzioni straordinarie. Quando John Fitzgerald Kennedy nel 1962 annunciò che entro la fine del decennio avremmo fatto atterrare un equipaggio sulla Luna e che poi lo avremmo riportato vivo sulla Terra nessuno sapeva come farlo eppure ci riuscimmo”.

Una scena di Breaking Boundaries (Superare i limiti)  
Fra speranza e disillusione. Considerando i progressi fin qui ottenuti come i tanti passi indietro fatti, sperare diventa comunque difficile. Lo stesso Johan Rockström ammette di perdere la fiducia in certi momenti. Fra gli aspetti positivi cita l’attenzione generale sul tema del clima che è cresciuto in maniera netta, le tante tecnologie che sono state messe in campo o che sono in fase di sviluppo, il fatto che già oggi il 30% dell’elettricità è prodotta da fonti rinnovabili e che c’è un movimento globale per liberarsi dai combustibili fossili puntando ad una nuova economia capace di creare posti di lavoro.

“La chiave sta in tutte quelle soluzioni sostenibili che sono migliori, più a buon mercato e più efficienti. Molte di queste cose, basti pensare alla mobilità elettrica, appena dieci anni fa erano un miraggio”, racconta lui stesso. Ricorda però anche che in media in ogni Paese l’80% della popolazione è ancora freddo rispetto ai temi ambientali, che la Cina sta ancora costruendo centrali a carbone, che Astraila, Canada e India fra gli altri stanno investendo nelle infrastrutture per il combustibile fossile, che in Sud America si prosegue con la deforestazione, che la classe politica in media si sta dimostrano incapace di agire. Tutti motivi che danno ragione agli scettici, a chi pensa che non riusciremo a tornare indietro.


Quei 3,5 miliardi di persone che vivranno in un caldo infernale. “Ci sono forze che vanno in direzione opposte, ciò detto è anche un momento molto dinamico pieno di iniziative positive con una realtà di fatto che ormai tutti accettano: la crisi climatica. Il punto del contendere non è più se esiste ma se siamo in tempo per rimediare”, sottolinea l’accademico svedese. “Credo che la leva migliore per convincere gli scettici sia spiegare che non si tratta di salvare il Pianeta per il suo bene, ma di difendere la nostra stessa esistenza. Anche il più incallito dei negazionisti statunitensi ci tiene alla sua casa. Se insistiamo con i combustibili fossili ben presto 3,5 miliardi di persone, vivranno in aree dove la temperatura media annua supererà i 29°C, che è un livello intollerabile per la salute. Le economie più deboli si indeboliranno ancora di più e si arriverà ad una situazione di instabilità economica con forti migrazioni. Tutti fenomeni che lo stesso Donald Trump sarebbe d’accordo nel definire gravi. La carta pragmatica che va giocata è proprio questa: i negazionisti di destra più estremi dovrebbero essere i primi attivisti per il clima dato che la crisi che stiamo attraversando minaccia, in primo luogo, le loro abitazioni. La scienza da questo punto di vista funziona come i fari di una macchina che procede di notte sui tornanti di una montagna. Se la spegniamo, rischiamo la fine”.