Clima
Un'immagine del Death Valley National Park in Nevada (afp)

Manuale di sopravvivenza per animali e piante nell'Italia del 2050

Secondo i dati dell'European Extreme Events Climate Index e del Centro euro-mediterraneo per il cambiamento climatico, il Sud rischia di veder scomparire viti e uliveti. E con lo stravolgimento degli habitat resteranno solo le specie più invasive, come cinghiali e cornacchie. Ecco come potrebbe diventare il nostro Paese nel giro di pochi anni

6 minuti di lettura

“Una moltiplicazione costante di cinghiali, cornacchie e altre specie invasive, allevatori costretti a tenere gli animali al coperto per non farli sfiancare dal caldo con una riduzione della produzione di latte e carne, scomparsa graduale al sud di colture simbolo come l’ulivo e la vite e al nord delle mele che verranno soppiantate da orzo e kiwi. Ecco quello che ci aspetta in Italia”. Antonio Nicoletti, Responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente, non sembra conosca i giri di parole. Lo avevamo contattato per farci descrivere l'Italia del 2050 partendo da alcuni scenari messi a punto dal Centro euro-mediterraneo per il cambiamento climatico (Cmcc) riguardo a flora e fauna, e lui fin dalle prime battute ha chiarito che la prospettiva a trenta anni è troppo lontana, molte di quei fenomeni accadranno prima, entro il 2030. “Specie se si continuerà a non avere un vero piano dettagliato per questa emergenza che ne riduca subito le cause invece di curare gli effetti con soluzioni temporanee come lo spostare le coltivazioni ad altitudini maggiori”.

L’Italia del futuro. Facciamo una premessa. Quel che si discute in questo articolo sono degli scenari possibili basati sull’analisi scientifica di dati degli ultimi anni che potrebbero verificarsi se non si dovesse intervenire sullo stato attuale delle cose, quindi nella riduzione o eliminazione di tutti quei fattori che stanno determinando i cambiamenti climatici. La previsione è che alcune aree della Sardegna, Puglia e Sicilia ad esempio andranno verso una desertificazione, che la scarsità di acqua renderà difficile e costosa sia la coltivazione del riso sia l’allevamento del bestiame iniziando da quello dei maiali. E allora viene da chiedersi a cosa assomiglierà il nostro Paese, quali specie si adatteranno e quali invece finiranno per soccombere.

Questione di clima e di indicatori

Le cinque componenti dell’European Extreme Events Climate Index (E3CI), ovvero ondate di calore, ondate di gelo, precipitazioni estreme, venti estremi, siccità, si sono già intensificate basandosi sui dati relativi agli ultimi 40 anni (1981-2020). E questo ha permesso di trarre alcune considerazioni.

L’E3CI è il primo indice sviluppato in Europa per valutare gli impatti finanziari del rischio climatico. Un indicatore che fornisce un supporto all'identificazione delle aree interessate da eventi meteorologici estremi. E’ opera della fondazione iFAB (International foundation big data and artificial intelligence for human development), con il Centro euro-mediterraneo per il cambiamento climatico e Leithà, la società che in seno al gruppo Unipol si occupa di innovazione tecnologica. L’indice infatti è stato pensato anche come strumento per le assicurazioni.

Ondate di calore

La componente individua un trend crescente nel numero di eventi “anomali”; questi passano dai 6 del decennio 1981-1990 ai 42 dell’ultimo decennio. Di questi 42 valori mensili, 12 ricadono nella stagione autunnale ed estiva mentre 9 in quelle invernali e primaverili. Inoltre, dei cinque valori più elevati su scala nazionale, tre sono accaduti nell’ultimo decennio mentre gli altri due sono associati all’ondata di calore dell’estate 2003 che, secondo il database EM-DAT (emdat.be), costò all’Italia circa 20mila vittime. Allo stesso modo, durante l’ondata di calore dell’estate 2019, le temperature raggiunte batterono i record storici in circa venti dei maggiori centri urbani italiani.

Ondate di gelo

L’analisi dell’evoluzione della componente nel corso dei 40 anni mostra un decremento nel numero di eventi anomali: dai circa 20 del primo decennio (1981-1990) ai 4 dell’ultimo decennio (2011-2020). Tra i cinque valori mensili maggiori, quattro sono concentrati nei primi due decenni mentre solo uno (febbraio 2012) è registrato nel periodo 2011-2020.

Precipitazioni estreme: l’analisi dei valori mensili mostra un incremento nel numero delle anomalie. Si passa da un solo valore mensile nel primo decennio ai 15 dell’ultimo decennio: 5 in inverno, 4 in primavera, 3 in estate e autunno. Allo stesso modo, dei cinque valori mensili maggiori, quattro sono registrati nell’ultimo decennio.
 

Venti estremi

Per la componente relativa al vento, il trend risulta meno evidente con otto eventi nel primo e secondo decennio e dodici nell’ultimo periodo (solo 2 valori anomali nel periodo 2001-2010). I dodici valori mensili dell’ultimo decennio sono relativi principalmente alla stagione autunnale ed invernale mentre i restanti 2 sono registrati nella stagione primaverile. Il valore maggiore per la componente stimata a scala nazionale riguarda l’Ottobre 2018 nel corso del quale gran parte dell’Italia Nord- Orientale fu interessata dalla tempesta Vaia con vittime e danni per quasi 5 miliardi di euro, dei quali oltre la metà in Triveneto e raffiche con picchi superiori ai 200 chilometri all'ora che provocarono, tra l’altro, l’abbattimento di 6-8 milioni di metri cubi di legname.

Siccità

La scelta dell’indicatore (Standardized Precipitation Index, SPI-3) permette di valutare principalmente i fenomeni di siccità meteorologica. Stando ai dati non è possibile identificare trend di variazione chiari dei valori anomali: 15 nel primo decennio, 5 nel secondo, 11 nel terzo, 6 nel quarto decennio. I cinque valori principali sono però tutti osservati nell’ultimo decennio, ben 4 nel corso del 2020.


Meno freddo, più caldo, vento e piogge intense

La sintesi dei dati sembra essere quindi questa. Se si guarda ai passati 40 anni non siamo certi che la siccità stia aumentando, ma di certo diminuiscono le giornate di freddo, aumentano quelle di caldo intenso e aumentano anche le piogge violente e i venti. Cosa comporta questo per piante e animali in Italia? Difficile dirlo con precisione perché molto dipenderà dalla crescita dell’intensità di questi fenomeni che sta diventando esponenziale. La stessa Banca Mondiale ha certificato che nei passati due decenni i cataclismi naturali si sono moltiplicati di dieci volte per numero e intensità e potrebbero fare lo stesso da qui al 2030.

Il nostro piano di adattamento

Esiste un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) steso nel 2017 sempre grazie al Cmcc. E a leggerlo bene non si capisce cosa dovremmo fare se non rassegnarci ad avere un Paese differente dominato da specie infestanti, le uniche capaci di resistere, sia sul piano della flora che della fauna. Dicendo addio a molti prodotti tipici che vanno dall’olio al vino fino ai formaggi di montagna.  


Addio a olio e uva, specie al Sud

“Le variazioni climatiche attese per le prossime decadi influenzeranno fortemente lo sviluppo del settore agricolo e le sue dinamiche produttive, soprattutto in areali altamente vulnerabili come quello mediterraneo”, spiegano dal Cmcc. “Nello specifico, gli agrosistemi saranno soggetti a variazioni in termini di durata del ciclo fenologico, produttività e spostamento degli areali di coltivazione tipici (verso Nord e quote più elevate)”.

Le maggiori riduzioni di resa sono previste per le colture a ciclo primaverile-estivo (mais, girasole, soia), specialmente quelle non irrigate come il girasole. Colture come il frumento, il riso, l’orzo, potranno in parte compensare gli impatti negativi in quanto capaci di rispondere più efficientemente agli effetti diretti dell'aumento della concentrazione atmosferica di CO2 rispetto a mais, sorgo, miglio. Per le colture come vite e olivo, la variazione del regime delle precipitazioni e l'aumento della temperatura potranno determinare una riduzione qualitativa e quantitativa nelle aree del Sud Italia.

Il calo degli allevamenti

Il cambiamento climatico rappresenta un fattore di rischio anche per il bestiame allevato, con conseguenze che possono riguardare il loro benessere e la loro produttività. Le temperature elevate, che già caratterizzano le estati italiane e che gli scenari climatici futuri prevedono in aumento, hanno un impatto negativo diretto sui processi fisiologici e comportamentali dell’animale come la termoregolazione, l’ingestione di alimenti e la risposta immunitaria. A questi effetti diretti si aggiungono inoltre gli effetti indiretti che i cambiamenti climatici possono avere ad esempio sulla qualità degli alimenti e sulle dinamiche ecologiche e biologiche dei patogeni e dei loro vettori, nonché gli effetti indiretti che possono impattare sulle strutture di allevamento (fabbricati e attrezzature) riconducibili a eventi estremi come quelli alluvionali.

Nonostante in alcune aree e per alcune colture si possano avere anche ripercussioni potenzialmente positive, il settore agricolo e, conseguentemente, quello agro-alimentare saranno soggetti ad un generale calo delle capacità produttive, accompagnato da una probabile diminuzione delle caratteristiche qualitative dei prodotti.

La pesca insostenibile

La pesca nazionale contribuisce solo per una modesta parte alla richiesta interna di prodotti ittici ma ha importanza in termini storici, culturali e di gestione dell’ambiente marino. Nei mari italiani e nell'intero Mediterraneo gran parte della riserva ittica di interesse commerciale è sovrasfruttata, ed in molti casi è difficile distinguere gli effetti dell'eccessiva pesca da quelli determinati dai cambiamenti climatici. Numerosi lavori scientifici hanno dimostrato che i cambiamenti climatici tendono ad influenzare molteplici processi ecologici tra cui anche la produttività. In più le norme comunitarie e nazionali adottate per regolare l'attività e la capacità della flotta di pesca si sono dimostrate poco efficaci.

I pescatori dovrebbero adottare tecniche più sostenibili. E questo significa necessariamente prendere le distanze da quelle tradizionali basate su conoscenze tramandate o apprese per esperienza che diverranno meno utili. Dunque le circa 30mila persone legate alla pesca in Italia dovrebbero essere formate per riuscire ad affrontare i prossimi dieci anni. E da questo punto di vista siamo decisamente in alto mare, per usare un facile gioco di parole.

Le sorti della flora e della fauna

La vegetazione è particolarmente colpita dal generale aumento delle temperature medie e dall’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi. Quest’ultimi hanno un particolare impatto su alcune specie arboree ed erbacee e possono anche minarne la capacità adattiva alle nuove condizioni climatiche. Vengono anticipati i tempi di fioritura o indurimento invernale dei tessuti e tutto ciò può contribuire a causare un’alterazione di molte specie e degli equilibri dell’intero ecosistema e di conseguenza degli habitat che potrebbero non essere più adatti ad ospitare molte specie animali.

Lavorare di fantasia

Viene il dubbio che dovremmo lavorare di fantasia. Cavalcare il cambiamento invece di contrastarlo dato che di piani veri e propri per porre rimedio in dettaglio a quel che potrebbe accadere ancora non ce ne sono. Popolare magari la Puglia con mandrie di cammelli, aprire una stagione di safari con caccia al cinghiale nelle aree a Nord di Roma, allevare orchidee nell’umidità della Val Padana. Le invasioni biologiche del resto sono una minaccia emergente e vengono considerate una delle cinque principali cause della perdita di biodiversità, insieme alla distruzione degli habitat, allo sfruttamento eccessivo delle risorse, ai cambiamenti climatici e all'inquinamento.

Lo youtuber Barbascura: "Ecco il mio saggio erotico sulla fine del mondo"

Alcune specie sono state introdotte in Italia volontariamente, come animali allevati a fini produttivi, animali domestici o piante ornamentali, mentre altre sono giunte attraverso gli scambi commerciali portate indietro dai turisti. Non tutte le specie aliene sono invasive. La fauna e la flora italiana sono già ricche di animali e piante arrivate a partire dall'antichità. Prendete la carpa, introdotta probabilmente al tempo dell'Impero Romano. O ancora i pomodori che cominciarono a diffondersi nella prima metà del Cinquecento arrivando dalle Americhe. Il problema è che nei passati venti anni e nei prossimi dieci ne stanno arrivando in numero sempre maggiore.

“In mare c’è già stata un’invasione”, conclude Antonio Nicoletti. “Il cambio nelle temperature e nel clima porta le specie più resistenti a diventare dominanti finendo per mettere a rischio la biodiversità. Ma quello che mi terrorizza davvero e l’assenza di piani organici per affrontare tutto ciò. Perfino nel Pnrr c’è solo vaghezza. Eppure noi rischiamo più degli altri perché siamo al centro del Mediterraneo”.