Plastica in mare, in 4 anni Clean sea life è diventato una comunità

Il progetto contro l'inquinamento ha formato e informato migliaia di persone, coinvolgendo adulti e bambini nello sforzo di pulire le spiagge e i fondali, e con la "promessa al mare" seminato consapevolezza per il futuro
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Nel 2019, per la prima volta, dei pescatori italiani hanno avuto il permesso di sbarcare in porto, oltre a seppie, sogliole e canocchie, anche qualche quintale di plastica. È venuto fuori di tutto, sotto gli occhi della Capitaneria di porto, anche un frigorifero e una poltroncina da pesca d'altura. I pescatori di San Benedetto quella volta furono gli attori sotto i riflettori di una farsa: infatti ancora chi di loro nelle reti trova plastica e rifiuti non può portarli a terra, perché non è autorizzato a trasportare rifiuti. Ma non li può nemmeno gettare in mare, perché, ovviamente, è illegale. Assieme a loro, per l'iniziativa "A pesca di plastica", impegnata a catalogare la spazzatura incrostata di capesante, c'era Eleonora De Sabata, l'ideatrice e coordinatrice del progetto Clean sea life, un grande sforzo di sensibilizzazione per la pulizia del nostro mare. Grazie anche a questa iniziativa, la legge "Salva mare" è stata migliorata e approvata, almeno alla Camera.

Progetto bandiera del programma Life della Commissione Europea, avviato alla fine del 2016 con un finanziamento di oltre due milioni di euro (oltre la metà dei quali da fondi comunitari), Clean sea life si concluderà il 31 gennaio 2021, ma ha fatto di tutto per lasciare un segno, un'eredità nel modo di vita di migliaia di persone: "Come tutti i progetti, anche questo ha avuto un inizio e una fine - racconta De Sabata - ma abbiamo fatto in modo che potesse continuare attraverso le parole e l'esperienza delle persone che abbiamo formato. Tra questi ci sono oltre 300 docenti che continueranno a crescere i loro studenti, di ogni ordine e grado".

Persone più consapevoli. I numeri diffusi da Clean sea life, in quattro anni di attività, raccontano di un coinvolgimento attivo della popolazione, per metterci di fronte a un problema, quello della plastica in mare, che fino a poco tempo fa era percepito come lontano: si parla di "170.000 subacquei, diportisti, pescatori, studenti e cittadini impegnati per la protezione delle coste e fondali italiani; 500 fra centri subacquei, nautici e di pesca, operatori turistici e balneari, istituti e grandi aziende, che hanno intensificato la lotta al 'mare di plastica' riducendo la produzione di rifiuti e promuovendo l'impegno attivo dei loro clienti" si legge nelle statistiche del programma.

All'evento online, ideale conclusione di un percorso, ha partecipato anche il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa: "Un progetto che ha avuto grandissimo successo, mi ha colpito molto perché ha parlato a tutta la popolazione, è entrato nel dibattito delle persone. E la difesa della biodiversità e del futuro del Pianeta è una questione corale, non di una parte politica" ha detto il titolare del dicastero. Era presente anche Paola Deiana, deputata del Movimento 5 Stelle, relatrice della legge "Salvamare", che dopo l'approvazione alla Camera, è ora ferma al Senato: "Il ritardo della 'Salvamare' è dovuto solo ai rallentamenti dovuti alla pandemia - ha detto Deiana durante la conferenza - in cui il Parlamento ha lavorato solo alla decretazione d'urgenza. Tuttavia so che il Senato si sta muovendo. Clean sea life è stato fondamentale, con elementi dirimenti per attivare modifiche al testo base. Al di là dei numeri mostruosi, mi ha colpito l'impegno della comunità Clean sea life".

In oltre 1.000 incontri con il pubblico, Clean sea life ha coinvolto decine di migliaia di persone, in conferenze e seminari di formazioni nei musei, circoli e associazioni, lezioni in classe, eventi in spiaggia o su navi militari. Con un'esposizione itinerante che ha portato in giro per l'Italia i veri "mostri" degli abissi, oggetti di plastica di ogni forma e dimensione. Nel 2020 il progetto ha organizzato forse la più grande operazione di pulizia dei fondali marini italiani, alla quale hanno partecipato centinaia di sommozzatori da una quarantina di centri immersione e i cinque Nuclei Subacquei delle Capitanerie di porto. Assieme alle plastiche e ai rifiuti raccolti dai pescatori fanno 92 tonnellate di "monnezza", comprese reti, nasse e lenze 'fantasma'. In quattro anni 112 tonnellate in tutto sono state strappate alle acque dei nostri lidi e dall'ambiente.

La "promessa al mare". Tantissimi delle migliaia di persone che hanno partecipato hanno firmato la "promessa al mare", una lettera di intenti per modificare le proprie abitudini in maniera sostenibile, soprattutto per quanto riguarda l'utilizzo di oggetti monouso, come le cannucce, o la buona pratica di lasciare pulita la spiaggia che ci ha ospitato: "Con la 'promessa al mare' abbiamo cristallizzato i comportamenti principali che bisogna adattare alla vita di tutti i giorni per ridurre l'impatto dei rifiuti in mare - sottolinea De Sabata - buona parte arriva proprio dalle attività quotidiane. Cicche di sigaretta e palloncini per esempio o l'uso di cannucce. Mettere in pratica semplici accortezze come chiudere il sacchetto e il cassonetto per evitare che ci planino sopra i gabbiani, raccogliere e portare via dalla spiaggia ognuno i propri rifiuti. Il Mediterraneo è un grande lago e quello che ci buttiamo dentro lì rimane, con conseguenze sul benessere degli animali e anche nostro".

Le buone pratiche riguardano anche la sostituzione di contenitori monouso, come le ormai famigerate bottigliette, con vuoti a rendere e filtri potabilizzatori per l'acqua: "Un piccolo bar a Porto Rotondo ha sostituito la plastica con il vuoto a rendere, risparmiando all'ambiente 7.000 bottigliette in una stagione" aggiunge la coordinatrice del progetto.

Il gran numero di attività e persone coinvolte, anche con segnalazioni di rifiuti sui litorali con attività di "citizen science", ha portato anche alla redazione di studi e rapporti utili a quantificare il fenomeno e a definire le soluzioni. Un caso è quello della legge "Salvamare", ma di recente, le segnalazioni della comunità di Clean sea life in tutto il Mediterraneo occidentale hanno fornito elementi utili all'accusa in un processo per disastro ambientale partito da Paestum: milioni di dischetti dispersi in mare a causa della rottura di un impianto di depurazione. Ha contribuito alla legge per la rimozione delle microplastiche nei cosmetici, una sabbiolina di microsferule che disperse nell'ambiente diventano veleno per i pesci e, come conseguenza, per noi: "Nel 2013, quando abbiamo pensato per la prima volta il progetto, quello della plastica in mare sembrava un problema che riguardava le isole dall'altra parte del mondo - conclude Eleonora De Sabata, che è anche presidente dell'associazione MedSharks, per la protezione degli squali nel Mediterraneo, per la quale sta già scrivendo nuovi progetti - e non si rendevano conto che invece il problema era sotto casa. Nel 2016 la sensibilità era diversa e il progetto è stato approvato, in quattro anni è diventato una comunità, fatta di gente che ha cambiato le proprie abitudini. Ora Clean sea life camminerà sulle loro gambe".